18 novembre 2008

Diritto all'oblìo? Meglio il diritto al link.

Il diritto all'oblìo è stato inserito nel Codice in materia di protezione dei dati personali per risparmiare, a chi ha subito una condanna, la pena aggiuntiva di una gogna mediatica eterna.
La punizione (detenzione o altro), che molti sono portati ad assimilare a una vendetta da parte dello Stato su chi ha commesso un illecito, è in realtà istituzionalmente concepita come un processo che con la vendetta non ha nulla a che fare, e che ha il fine di rieducare e reinserire la persona nella società (il fatto che questo non avvenga e che anzi il detenuto spesso in carcere peggiori soltanto è un altro discorso).
Quindi se ad esempio viene emessa una sentenza con cui si comminano al criminale X anni di carcere, il significato di questa sentenza è che si suppongono X anni come necessari a che la persona venga riabilitata e dopo il quale avrà quindi saldato il suo "debito formativo".
..E dopo il quale ha diritto di rifarsi una vita.
I responsabili per l'assunzione del personale di moltissime aziende, subito dopo la lettura di un curriculum, fanno subito una ricerca su Google con nome e cognome del candidato. E di come sia socialmente squalificante avere il proprio nome associato al reato che si è commesso (o che addirittura non si è commesso), l'aspetto lavorativo è solo un esempio (uno dei più validi, a meno che non si tratti dell'assunzione in un'associazione per delinquere).
Ma togliere da Internet un dato pubblico (che comunque rimane consultabile in altro modo) mi sembra concettualmente stupido: un dato è pubblico, oppure non lo è.
E da un punto di vista pratico, una normativa che consente la pubblicazione di pagine Internet su cui si parla di una certa vicenda, ma solo fino a una determinata data, è una normativa che per esempio i gestori dei forum impazzirebbero a dover rispettare (probabilmente in pochi ci riuscirebbero), e d'altra parte per questo motivo la violazione del diritto all'oblìo così inteso sarebbe così diffusa da non lasciare al legislatore la minima speranza di ottenere il risultato preposto, fatti salvi i casi in cui il diretto interessato trovi la pagina in cui si parla di lui e ne chieda la cancellazione o chieda l'oscuramento del suo nominativo.
Credo una soluzione intelligente sarebbe, per chi parla di un conannato, l'obbligo di linkare (e farlo in maniera graficamente evidente, e senza bisogno che questi lo richieda) la sua pagina web (se esistente, ovvio), dove egli può spiegare che si è pentito del suo crimine, o si dichiara innocente portando le proprie argomentazioni, e/o racconta com'è cambiata la propria vita nell'ultimo periodo, etc.
Insomma, la soluzione secondo me si trova non cancellando un'informazione, ma dando all'individuo in questione la possibilità di integrarla con la stessa potenziale visibilità..
..E' vero che una visibilità potenziale diviene effettiva solo in alcuni casi: un link non sempre viene cliccato, e la "pigrizia intellettuale" porta moltissime persone a fermarsi alle prime parole che legge, così come alle prime che sente dire, senza andare oltre ("se l'hanno condannato qualcosa avrà fatto", o "se la polizia l'ha picchiato ci sarà un motivo", etc), emettendo immediatamente un giudizio.
Ma è anche vero che, se una grande quantità di pagine web che parlano di una notizia linkano obbligatoriamente la stessa "pagina di difesa", quest'ultima avrà molte visite, al punto da comparire fra le prime, se non per prima, nei risultati dei motori di ricerca quando viene cercato, ad esempio, il nomimativo del protagonista della vicenda.
Inoltre un'idea potrebbe essere obbligare per legge il webmaster a far sì che all'inizio dell'articolo venga scritto un avvertimento dedicato al "link di difesa", del tipo "Attenzione: [nome e cognome], di cui in questo articolo si parla male, mette a disposizione la propria versione alla pagina [...]".

AGGIORNAMENTI:

- Con la sentenza C-131/12 la Corte di Giustizia Europea ha sancito il diritto all'oblìo, in ragione del quale i motori di ricerca web devono cancellare dai loro risultati le pagine in cui si fa il nome di cittadini parlando di condanne da loro subite o di fatti disonorevoli di cui sono stati riconosciuti autori, "a meno che non vi siano ragioni particolari, come il ruolo pubblico del soggetto"

- Google ha messo a disposizione un modulo col quale si può chiedere di rimuovere una pagina dai suoi risultati di ricerca, fornendone l'indirizzo, valide motivazioni e una prova dell'identità del richiedente.

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