25 settembre 2015

Io, organizzatore di una "truffa!", vi aggiorno sul mio amico a Hon Kong

Circa un mese fa un ragazzo che era in classe mia alle scuole medie e che da qualche anno vive a Hon Kong si è sfogato su Facebook per la sua condizione disagiata: dopo la separazione da sua moglie e la perdita del posto di lavoro, era diventato un senza tetto. Si è sfogato non solo a parole, ma anche pubblicando una foto che si era fatto scattare da una passante e che lo ritraeva nella condizione in cui da tre mesi si trovava ogni notte, quando era il momento di dormire, e cioè disteso per strada. Era stato derubato tre volte, e durante uno di questi tre furti gli erano stati sottratti anche carta di identità e passaporto. Inoltre aveva seri problemi di salute ed era in attesa di fare una endoscopia per sospetto tumore allo stomaco.

La mia reazione è stata, oltre che dargli un sostegno morale parlando con lui tramite Facebook e Watsapp, promuovere online una raccolta fondi presso amici e conoscenti per dargli una mano. Saputa la cosa, anche una giornalista di un giornale online locale ha pubblicato un articolo per diffondere l'appello.

A questo mio appello ho potuto constatare varie risposte concrete: fra le persone che hanno contattato per fare una donazione ci sono stati suoi vecchi amici che abitano vicino a me e anche alcune persone che non lo conoscevano affatto... e che non conoscevano neanche me. Un buon contributo è arrivato anche da un paio di persone iscritte alla mia newsletter.

Altre persone hanno solo condiviso su Facebook l'appello. Come dire "Bella questa iniziativa... però la donazione fatela voi". Forte.

una parte della discussione sul
gruppo FB "Italiani a Hon Kong"
Altre persone ancora, per fortuna pochissime, che non conoscono né me né questo ragazzo, su un gruppo Facebook dedicato agli italiani a Hon Kong hanno sollevato dubbi sul fatto che io stessi operando una truffa. Non è che io morissi dalla voglia di chiacchierare con dei bimbiminchia: semplicemente un mia FB-Friend mi ha detto di aver parlato della questione in quel gruppo e di aver letto domande e obiezioni, e così mi pareva buona cosa iscrivermi e rispondere, dimostrando che il WC Net fosse il detergente più adatto al lavaggio del cavo orale per chi si era permesso di accusare di truffa senza mezzi termini una persona che raccoglie soldi per un amico in difficoltà.
L'invito non è stato racolto da un individuo il cui nominativo su FB è "Giuseppe J.R.", che non ne ha proprio voluto sapere di leggere con attenzione le puntuali risposte che ho dato alle varie obiezioni rivoltemi, e semplicemente ha detto che le mie erano fregnacce e ha ribadito che la mia era una truffa. In un gruppo dove il moderatore lascia accusare in libertà e sciattezza, buttandola in caciara e argomenando zero (Altro che lavarsi la bocca col WC net... a volte c'è bisogno del camion spurghi), non ho voluto continuare a rispondere e sono uscito.

Ho deciso per una ottimistica deduzione dall'esperienza nel suddetto gruppo:

se promuovi una raccolta fondi per beneficenza e nessuno ti dà di truffatore, non ti sei dato da fare abbastanza.

In questo articolo voglio mettere a disposizione di tutti le varie domande/obiezioni e le risposte mie e della persona che ho aiutato (quelle che già avevo dato nel gruppo più altre).

Prima però, per i lettori che non sono miei FB-friend o che per altri motivi non hanno avuto occasione di essere aggiornati sulla vicenda, annuncio che attualmente il ragazzo ha trovato lavoro a tempo pieno in un ristorante e, per quanto riguarda la sua salute, i suoi sintomi sono migliorati e l'endoscopia era negativa. La cura che gli è stata data si basa essenzialmente su una buona dieta, cosa che negli ultimi anni non aveva fatto.

Vengo alle domande e risposte.

- A cosa sarebbero serviti i soldi che stavo raccogliendo?
- A pagarsi un affitto, nella speranza di un impiego prima che i soldi raccolti finissero. Per fortuna negli ultimi giorni della raccolta fondi mi ha contattato una persona delle mie parti che da poco abita a Hon Kong per lavoro, e che ha deciso di ospitarlo per un po', consentendogli di risparmiare. Comunque necessitava di denaro anche per pagare i 150 € mensili per l'affitto di un fondo per la locazione dei mobili che aveva dovuto traslocare dalla vecchia abitazione. E anche per le spese sanitarie, dato il suo problema di salute. E anche per comprarsi il cibo.

- Ma a Hon Kong per la sanità basta pagare il ticket... la spesa è irrisoria!
- Non se sei senza documenti. Vedi sopra. Era stato derubato, e la sua carta di identità gli era stata portata via nello stesso periodo in cui aveva avuto bisogno di assistenza medica. E in quel caso non puoi dire "adesso rifaccio la carta di identità e quindi pago una parcella ridotta". Ormai le prestazioni erano state erogate a prezzo pieno, per un ammontare di circa 500 euro, che lui era tenuto a pagare.

- Appena ha perso il lavoro è finito in strada? Ma allora non è una persona responsabile! Non ha messo nulla da parte?
- La sua risposta è contrastante con quella di un suo parente, che accusa avergli prosciugato i risparmi mentre era suo ospite; ho parlato anche con questo parente che ha presentato tutt'altra versione portando varie argomentazioni, ma non mi metto qui a fare il detective o il giudice. Del resto, anche considerando un suo comportamento irresponsabile, questo non significa che fosse sbagliato aiutarlo; quello che posso dedurre con certezza dopo i nostri dialoghi è che si è reso conto di dover cambiare atteggiamento nella gestione del denaro.
- Perché non si è rivolto al PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) ? È un'organizzazione che aiuta persone in difficoltà, e ha una sede anche a Hon Kong.
- Non si era rivolto al PIME perché né io né lui ne conoscevamo l'esistenza. Comunque dopo che gliene ho parlato si è recato là per un colloquio (a circa 100 km di distanza da dove vive) e non gli è stato offerto alcun tipo di aiuto che gli fosse veramente utile.

- Perché non è tornato in Italia?
- Perché in Italia c'è molta più disoccupazione che a Hon Kong. Sarebbe stata una inutile perdita di tempo e di denaro. Non approfondisco i motivi per i quali sarebbe stato inutile cercare un sostegno dai suoi parenti; basti pensare che da una ventina di anni non vede suo padre (pregiudicato e divorziato da sua madre da molto tempo), e non è in buoni rapporti con sua madre (che ha fra l'altro seri problemi di salute). Il suo obiettivo è comunque rimanere a vivere a Hon Kong, dove ha un figlio che ha la possibilità di vedere regolarmente come da disposizioni del giudice, fortunatamente rispettate dalla ex-moglie.

- Perché ho organizzato la raccolta fondi invitando i donatori a consegnarmi i contanti, o effettuare una ricarica sulla mia PostePay o sul mio conto PayPal?
- Perché se ad esempio 10 persone eseguono un bonifico, le spese di bonifico (che da una banca italiana a una di Hon Kong non sono 2 spiccioli) vengono moltiplicate per 10. Ho preferito far confluire tutto il denaro in mano mia, dopo di che ho consegnato i contanti a un ragazzo (già suo amico da tanto) che in quei giorni sarebbe partito dall'Italia per Hon Kong con la sua famiglia, affinché glieli consegnasse. L'ho ritenuto il modo più semplice (ma non per me, che ho dovuto fare il contabile per un resoconto finale e soprattutto fare vari giri in automobile per raccogliere i contanti).

- E insomma quanti euri sei riuscito a raccogliere?
- 1.090 euri.

- Hai verificato che gli siano arrivati?
- Certo. Mi ha detto che gli sono stati consegnati.

- Ma insomma questa è una truffa.
- Ma vaffanculo.

18 settembre 2015

Poste Italiane - Le deludenti risposte ai miei reclami

Stamattina mi è arrivata la risposta di Poste Italiane al mio reclamo, risposta che fa abbastanza cascare le braccia per i loro problemi di comunicazione interni, o per la loro malafede, o entrambe le cose.

Avevo chiesto il rimborso di quanto avevo speso perché per errore dell'impiegata dell'ufficio postale era stato accettato un pacco per la Svizzera senza che io avessi scritto nel modulo il numero di telefono della destinataria (non pensavo fosse obbligatorio), cosa che aveva provocato il fermo del pacco stesso e quindi la non consegna nel giro di 48 ore, cosa che giustificava l'alto prezzo della spedizione.
Nel reclamo avevo citato anche un disservizio ulteriore: ero stato contattato per telefono e mi era stato chiesto se il pacco, rimasto fermo per il suddetto motivo, sarebbe dovuto tornare a me o se la questione avrebbe potuto risolversi in altro modo (e cioè chiedendo alla destinataria di recarsi all'ufficio postale, cosa impossibile in quanto in quel momento ricoverata in un ospedale a 100 km di distanza da casa sua e senza amici né parenti). Avevo quindi optato per il ritorno del pacco al mittente, ma questa mia scelta è stata disattesa: il pacco, che sarebbe stato inutile se non per la gentilezza dei vicini di casa della destinataria, era stato recapitato contrariamente alle mie indicazioni.

Dalla risposta di Poste Italiane al mio reclamo viene il sospetto che abbiano problemi a leggere  l'italiano o che a loro piaccia prendere per il culo i clienti che probabilmente non faranno causa.

Tale risposta dice, riassumendo, "non ti rimborsiamo perché alla fine il pacco è arrivato", non tenendo conto della necessità di consegna rapida che non c'è stata e il disattendere la mia richiesta di farlo tornare al mittente.

Quando danno risposte del genere, mi chiedo: cosa rispondono a fare? Davvero, non lo capisco.

Vomito.

Aggiornamento: quando sono capitato all'ufficio postale per altri motivi, ho parlato con la direttrice. Mi ha spiegato che nel modulo di reclamo che avevo compilato avrei dovuto farla più semplice, e scrivere semplicemente che il pacco non era arrivato in tempo. Così mi suggerisce di riprovare e compilare un altro modulo seguendo le  istruzioni che mi aveva dato.
Passano i mesi, finché io mi scordo della vicenda. Poi ricevo una telefonata di un operatore che mi chiede spiegazioni su perché io abbia inviato una seconda volta un reclamo. Gli faccio notare che questa telefonata è segno di un notevole difetto di comunicazioni interne, e proseguo spiegando tutto quanto. L'operatore mi ringrazia e mi saluta.
Passano i mesi, finché mi scordo di nuovo della vicenda. Dopo di che ricevo una lettera da Poste Italiane, che reca il seguente testo:

Gentile Cliente, siamo spiacenti di non poter accogliere la Sua richiesta di rimborso per ritardo relativa alla spedizione citata in oggetto, in quanto le indagini effettuate presso il nostro corrispondente esterno hanno evidenziato che i dati riportati sul bollettino di spedizione non erano corretti e di conseguenza la consegna è avvenuta solo dopo aver recuperato le corrette informazioni.
Rimanendo comunque a disposizione per ogni eventuale chiarimento, cogliamo l'occasione per porgerLe distinti saluti.

E così ho cambiato il titolo all'articolo, sostituendo le forme al singolare col plurale.
In questi giorni, dovendo andare alle Poste per altri motivi, ho approfittato per far leggere questa seconda lettera alla direttrice, visto che a suo tempo si era detta sicura del buon esito del reclamo che lei stessa mi aveva suggerito. Ma ho dovuto riassumerle la vicenda perché non la ricordava bene, e inoltre sembra non essere più tanto d'accordo, come lo era un mese fa, sul fatto che per un disguido dovuto a un modulo compilato in maniera incompleta sia responsabile l'impiegata che non avrebbe dovuto accettare il pacco e invitarmi a completare il modulo. Adesso dice che:
 - ci potrebbe essere una corresponsabilità
- sbagliare è umano (WAT ??)
Le ho spiegato che non ho nulla contro l'impiegata che ha sbagliato, e che certo non ne faccio una questione etica, ma di responsabilità. Le ho spiegato che ho voluto mostrarle come Poste Italiane invia lettere che fanno sentire l'utente preso in giro, visto che non tengono conto dei dettagli che ho fornito e sembrano degli inutili copia e incolla.
La direttrice ha fotocopiato la seconda lettera e mi ha promesso che la sottoporrà all'attenzione della sede di Firenze.
Vediamo un po' cosa succede.

Aggiornamento: quando, settimane più tardi, mi sono recato all'ufficio postale per altri motivi, ho colto l'occasione per chiedere alla direttrice se aveva ricevuto una risposta. Mi ha risposto di no e mi ha detto che avrebbe sollecitato. Altre settimane più tardi, stessa cosa. La sede di Firenze non le risponde. Mi ha detto che se voglio posso fare un terzo reclamo.

B L E A H .

17 settembre 2015

Prima gli itali ani

"Prima gli italiani". Ehi, giusto, hai dettio bene. Siamo in Italia. Torna bene: Italia - italiani. Fine. Hai ragione. Tanto più che sono italiano anch'io, quindi figurati se non sono d'acc... Anzi, no. Non sono d'accordo. Facciamo che adesso si va al di là delle assonanze, delle consonanze e delle filastrocche.

Non è che con questo articolo scrivo un messaggio agli integralisti dell'italia agli italiani perché così cambieranno idea, eh.

In questo articolo non critico, né difendo, né propongo provvedimenti legislativi, non entro nello specifico del comportamento degli immigrati, di quanti di loro siano rifugiati e quanti no, di quali e quante sono le nostre risorse per aiutarli, etc. Ci sono varie tesi sul da farsi e, a sostegno di queste, varie argomentazioni. Qui parlerò esclusivamente di quanto sia inopportuna quella specifica argomentazione sotto forma di slogan che spesso viene fuori nei dibattiti e nelle lamentele. Scrivo per mettere in chiaro le mie vedute su cosa penso dell'egoismo travestito da patriottismo. E cioè del difendere gli interessi economici della propria nazione a scapito di altre, sulla base di presupposti che mi paiono assai scricchiolanti.

Se ti occupi solo della tua nazione perché "prima gli italiani" (in pratica "sempre e solo gli italiani", dato che qualche problemino in Italia ci sarà sempre come in ogni altro luogo), la mia speranza è che le forze della natura prima o poi costringano te e tutti i gli ultrà come te a capire che il mondo non è uno stadio. Allo stadio se vuoi puoi far casino, insultare chi è della squadra avversa perché gioca contro la tua squadra del cuore, perché è ovvio che quella è la tua squadra del quore e dovrebbe essere la squadra di tutti, in quanto tu quand'eri bebè (intendo anche fisicamente) dopo l'indimenticabile caduta dal seggiolone con impatto craniale che ancora tua zia ti racconta ogni volta che ti vede, nel riaprire gli occhi all'ospedale 4 giorni dopo, che guarda caso era domenica, la prima cosa che hai visto era la sciarpa colorata indossata da tuo papà appena tornato dalla partita, contentissimo perché la sua, anzi la vostra squadra aveva vinto e anche per il fatto che per discutibile decisione del destino non avevi smesso di consumare il prezioso ossigeno della nostra atmosfera.

Sei tifoso di una squadra? Osanna i tuoi giocatori tuffatori, nega l'evidenza sul fuorigioco che c'era, non c'era, perché allora voi altri nel campionato scorso cos'avete fatto.
Ma al di fuori dello stadio il mondo potrebbe non fondarsi sul tifo e sul difendere "ciò che è tuo" vita natural durante, dall'infanzia in cui ti sei illuso che fosse "tuo" fino alla demenza senile non calcistica. 

Quando si parla di nazioni e della vita delle persone potrebbe essere diverso. No, nessuno ti vieta, nella tua seconda casa che con affetto finanzi sbicchierinando con amici schifezze varie, di fare geopolitica col medesimo approccio neurogulp di quando parli con con l'amico che di donne capirà anche, ma di calcio guarda davvero zero. Però qualche volta dammi retta, prova a fare uno sforzetto appena appena più grande di quello necessario a rimandar su le bollicine della spuma con segnale acustico annesso che ne segnala l'amichevole aggregazione in un'unica bollona pochissimo chic: prova a capire che affrontare la realtà del nostro pianeta con lo spirito del tifoso è come maneggiare i soldi veri con lo spirito di quel famoso giochetto dove tu sei un fiasco di vino, ricevi denaro ogni volta che passi dal via e se rimani al verde vorrà dire che andrà meglio al prossimo dopocena con apparato gastroenterico invaso da zuppa di cipolle e birra portata da tuo cugino che ha imparato a farla incasa da solo e proprio cià preso passione.
Potresti renderti conto, riassumendo-riassumendo, che se ti occupi solo della tua nazione perché "prima gli italiani", allora madre natura ti mostrerà in quale orifizio tu e chi pensa come te dovete infilarvi la perfetta riproduzione (in edicola a soli 2 euro e 99) della penna con cui qualche esaltato ha usato per tracciare delle cosiddette "linee di confine" in una mappa in nome dell'identità nazionale dei miei stivali e non del tuo stivale tricolore.

Tu, nazionalista travestito da amante del tuo paese al pari del padre padrone carceriere aguzzino della figlia travestito da amante dell'educazione e dalla rettitudine, somigli per certi versi ai cani, ai gatti e ai furetti che marcano il territorio: tutti lo fate pisciando assai fuori dal vaso, con la differenza che gli animali né parlano né votano a vanvera.

La divisione del mondo in nazioni è frutto delle guerre, più o meno recenti. È frutto della morte, della violenza, della distruzione e dell'umiliazione. Non dico che per questo il mondo deve considerarsi istantenaamente una nazione unica, perché chiaramente a livello organizzativo e culturale sarebbe impossibile. Non dico che non si debba amare le tradizioni del proprio paese. Dico però che quando nel mondo ci sono problemi che riguardano stermini di esseri umani, povertà e fame, non si può dibattere portando l'identità nazionale come argomentazione a difesa di tesi tipo "prima gli italiani".

Prima gli esseri umani.

Poi se vuoi potrai dire "prima gli esseri umani che si comportano bene", potrai dire "quelli non sono veri rifugiati", potrai dire tutto quello che ti pare in riferimento a ciò che accade. Non in riferimento allo status della persona.

Mettendo da parte il Karma e la reincarnazione in uno specifico corpo a seconda di ciò che l'anima necessita per evolversi (perché inseriti nella geopolitica ci portano solo fuori strada), si può dire che se sei nato in Italia invece che in un paese africano dilaniato dalla guerra non è un tuo merito: hai avuto culo. Che argomentazioni sbandieri per sostenere il tuo nazionalismo? Tu sbandieri il tuo culo al vento, e questo più che apparire ragionevole appare come atto osceno in luogo pubblico. Ecco, mi hai fatto scrivere un titolo osceno. Sei felice?

14 settembre 2015

YouTube: è impossibile bloccare al 100% uno stalker?

Ho bloccato un utente secondo quanto consigliato da Google nella sua guida a questa pagina, dove si legge:

Blocco degli utenti

Se blocchi qualcuno su YouTube gli impedirai di aggiungere commenti sui tuoi video o sul tuo canale e di contattarti tramite messaggi privati.
[...]
Ecco come bloccare un utente su YouTube

Visita la sua pagina canale, che dovrebbe presentare un URL simile a questo: www.youtube.com/user/NOME.
Nella scheda "Informazioni", fai clic sull'icona a forma di bandiera .
Fai clic su Blocca utente.

Questo sistema, mi pare, funziona e non funziona.

Infatti, dopo che nel modo su descritto ho bloccato un bimbominchia perditempo per impedirgli di continuare infestare la pagina di un mio video, cos'è successo?

Lui ha provato a scrivere un altro commento. In seguito a questo tentativo, mi è arrivata le notifica del suo ennesimo delirio.

Controllando la pagina del video ho notato che tale commento non è stato pubblicato. Ma ripeto, la notifica del suo tentativo di commento mi è arrivata, e con esso le sue ingiurie che non ero granché interessato a leggere.

Insomma, se blocco su YT una persona o creatura simile nel modo su descritto da Google, questa può continuare a contattarmi privatamente: per farlo, non può usare la messaggistica prevista da YouTube, ma in compenso può scrivere un messaggio nello spazio dedicato ai commenti. Non verrà pubblicato, ma la notifica con messaggio spazzatura annesso privatamente arriverà.

Se hai una soluzione a questo problema che funziona davvero, ti invito a scriverlo nei commenti qui sotto. Te ne sarò molto grato.

13 settembre 2015

Finale di tennis fra Vinci e Pennetta: cos'avrebbe dovuto fare Renzi?

Ha fatto bene ieri Matteo Renzi ad andare a vedere la finale di tennis del torneo Us Open fra le due italiane Roberta Vinci Flavia Pennetta?

"Se vado a vedere la partita mi criticano perché ho usato i soldi pubblici per qualcosa di non prioritario per l'Italia... Se non ci vado ci sarà chi dice che mi disinteresso a un evento così importante e lascio che in Italia continui a contare solamente il calcio... Se ci vado coi miei soldi, sinceramente mi scoccia, perché di viaggiare fino a là per vedere una partita di tennis non me ne frega nulla, dato che a me il tennis non piace... Quindi cosa faccio?"

Ammesso che il Presidente del Consiglio Renzi si sia posto una domanda del genere, la via di uscita per fregare evntuali "birichini" che lo vogliono criticare senza se e senza ma c'era: bastava guardare la partita a casa propria, telefonare alle due atlete per far loro i complimenti, e davanti alle telecamere dire qualcosa tipo: "Non sono andato a vedere la partita di persona perché io stesso in passato ho parlato dell'opportunità di non usare i mezzi dello Stato per necessità non essenziali; se l'avessi fatto ci sarebbero state persone che mi avrebbero criticato, e a ragione; come privato cittadino sono stato contento di seguire la partita da casa mia, e come presidente da presidente del Consiglio mi preme ringraziare queste due atlete, che rappresentano l'orgoglio dell'Italia nel mondo etc etc."

Ma in realtà, più che una via d'uscita per fregare i bastian contrari, questa sarebbe stata semplicemente l'unione di onestà e sincerità. Ma per attuarla, l'onestà e la sincerità bisogna averle.

O anche simularle.

...Sì, anche simularle, in questo caso, sarebbe andato bene lo stesso, se non altro per le casse dello Stato.

01 settembre 2015

"Le faremo sapere" e poi nulla di fatto? A volte il motivo è questo, ma nessuno te lo dirà mai


Esistono siti e libri che danno consigli su come condurre un colloquio di lavoro per essere assunti anziché scartati.

Molti parlano di postura, tono di voce, frasi da dire per rispondere alle domande, carattere da usare per scrivere una lettera di presentazione e margini di pagina per formattare il curriculum.

A leggerli, sembra tutto perfetto e la strada spianata per conquistarsi il posto di lavoro ed apparire come il perfetto e affidabilissimo dipendente. Sfortunatamente invece non è così.

Qualcuno potrebbe pensare che questi libri e siti sono ormai diffusi e quindi vengono letti da tutti i candidati, e quindi se metti in pratica quei consigli ci sono molte altre persone che fanno lo stesso, quindi non è detto che il vincente sia proprio tuo.

Ma c'è da prendere in considerazione un fattore importante, che su libri e blog non è scritto, perché dato per scontato, e che per tanti candidati scontato non è. E siccome scontato non è, lo scrivo qui io adesso.

Lo faccio citando le parole di Maurizio Vallese (mio amico e scrittore italiano che adesso vive a Rehedoard, nel Massachussets) dal suo libro "Il colloquio di lavoro".
L'autore scrisse questo libro, uscito nel 2000, dopo aver fra l'altro intervistato selezionatori di aziende in svariati settori, dalla ristorazione alla manovalanza in fabbrica, dai servizi di security a quelli sanitari.
Ecco dunque un estratto del suo libro, che riporto col suo permesso.

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Ristoratori, imprenditori edili, perfino titolari di agenzie di traduzioni mi hanno parlato di motivi differenti per i quali hanno scartato i candidati che si erano presentati al colloquio di lavoro.
Ma fra tutti questi motivi differenti, con mia sorpresa, ho scoperto un grottesco "segreto" che è lo stesso per il quale forse la ragazza con cui sei uscito ha detto in qualche modo che non ha tempo per vederti di nuovo, accampando delle scuse che non stanno in piedi.

Un segreto semplice. Ma che, per pudore, a nessuno viene mai rivelato. Io però sto scrivendo un libro e non so chi lo leggerà. Quindi posso anche dirtelo. È un segreto costituito da due elementi, semplici semplici, che se aggiustati potrebbero salvare la vita lavorativa, credimi, non a qualche decina, ma a qualche migliaio di disoccupati... fra i quali con buona probabilità ci sei tu, altrimenti la tua scelta su cosa leggere sarebbe ricaduta su altro.

Gli elementi segreti che nessun datore di lavoro avrà mai il coraggio di dirti sono:

- IGIENE

- LOOK

Tutti, tutti gli imprenditori con cui ho parlato sembrava proprio ci tenessero a farmi capire i candidati al limite del trasandato che ricevevano non erano uno ogni tanto come in effetti immaginavo. La maggior parte di loro mentre mi spiegavano la cosa apparivano costernati. Sembrava proprio mi stessero dicendo "A me dispiace scartare dei candidati che sembrerebbero anche delle brave persone e che però non si rendono conto di aspetti così basilari di un lavoro... Per favore... spiegaglielo tu".

Dopo le prime interviste ho pensato di aver avuto a che fare con persone che avevano la puzza sotto il naso. Ma andando avanti, questo tipo di "rivelazione", continuava ad essere presente, anche con datori di lavoro che conoscevo personalmente come persone assolutamente alla mano, e che non lasciavano dubbi sul fatto di non aver chissà quali pretese.

E alla fine, strano ma vero, ho dovuto dare torto al mio scetticismo iniziale. La gente va ai colloqui di lavoro con un abbigliamento inadeguato e quindi sembra tornato da una partita a calcetto, non si lava e non cura il proprio alito e quindi emana un odore che, anche a volerlo sopportare, è così forte da richiedere concentrazione per mantenere l'attenzione sull'argomento di cui si sta parlando e per non fare smorfie di sofferenza.

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Quali sono i consigli che si possono trarre da questo estratto del buon Maurizio Vallese?

Il primo consiglio è evitarte l'errore che fanno tutti gli altri, e cioè

NON DIRE "OK, MA QUESTA COSA DELL'IGIENE NON MI RIGUARDA MICA".

Nessuna persona che emana un cattivo odore se ne accorge. Altrimenti si sarebbe lavata e non lo emanerebbe. Tu non lo puoi sapere. Quindi nel dubbio, prima di ogni colloquio di lavoro, lavati e datti il deodorante, meglio se in crema. Inoltre, oltre che lavarti i denti, pulisci la tua lingua, che come pochi sanno è una delle maggiori responsabili dell'alitosi. E poi, subito prima del colloquio, mangia una caramella alle erbe.

Il secondo consiglio è evitare di individuare persone che "tanto sono alla mano", e cioè

NON DIRE "MA TANTO È UN TIPO TRANQUILLO, NON GLIENE IMPORTA SE SONO ELEGANTE".

Il modo in cui vai vestito al colloquio di lavoro rivela alla persona l'impegno che metti nel fare le cose: "stai andando a fare il colloquio di lavoro, quindi ti vesti bene", è un poì come dire "sto per fare una medicazione di una ferita, quindi mi lavo le mani". Non è questione dell'essere alla mano. È questione di notare quanto tu tieni a ciò che fai per farle meglio possibile e curando i particolari.

Quindi:
  • Indossa una camicia, non una maglietta.
  • Pantaloni lunghi e scarpe (non infradito).
  • Naturalmente tutti gli abiti e le scarpe devono essere perfettamente puliti.
  • Lavati i capelli e pettinali al meglio. No, non importa se li hai lavati ieri. Li lavi anche oggi, prima del colloquio.
  • Barba: dev'essere curata, oppure eliminata del tutto. Niente barba che "me la faccio domani perché tanto è di un giorno solo". Lo stesso per i baffi.
Forse tu non ci credi, come tutti i tuoi compagni del club "Le faremo sapere", ma questi banalissimi consigli che nessuno ha mai avuto il coraggio di darti per paura di offenderti, se li applichi potrebbero rivelarsi preziosi e fare la differenza fra mangiare e non mangiare.

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