11 ottobre 2016

Ha fatto bene a sbagliare apposta il rigore che non c'era? Certo che sì!

In questo articolo di Eurosport.com pubblicato l'altro ieri Stefano Dolci ha reso onore a un ragazzo di 13 anni che, dovendo battere un rigore concesso erroneamente dall'arbitro, l'ha sbagliato apposta calciando la palla fuori.

Il suo allenatore si è mostrato d'accordo con lui, i giocatori della squadra avversaria l'hanno applaudito e il loro allenatore dopo la partita ha inviato a lui e ai suoi compagni un messaggio di grande apprezzamento.

Ci sono stati commentatori che hanno apprezzato il piccolo calciatore, altri che hanno fatto banali battute su giocatori di serie A dal comportamento opposto, altri che hanno sminuito la cosa osservando che quella squadra già stava vincendo (1 a 0), e poi...

...E poi c'è stato un commentatore che ha scritto una roba che dovrebbe far riflettere. Perché la roba che ha scritto è un esempio di cosa non si dovrebbe insegnare o divulgare nel mondo dello sport come in qualsiasi altro campo.

Ha scritto che il ragazzo non ha fatto bene, perché "Nel calcio gli errori dell'arbitro ci stanno, bisogna accettarli", e che dovendosi comportare come lui bisognerebbe fare lo stesso per ogni altro errore arbitrale, e si finirebbe per arbitrarsi da sé.

Questo commentatore non è l'unico a pensarla in questo modo. Lo si vede dai due "mi piace" che ha ottenuto, da altri commenti simili che ho letto e soprattutto dal modo in cui tante persone pensano e si comportano.

La mia non è una trita e ritrita critica alla disonestà, ma alla disonestà mischiata alla rassegnazione.

Il commentatore ha giustificato la sua tesi dicendo che se diamo ragione al ragazzo che ha fatto questo gesto di onestà allora saremmo costretti a essere onesti sempre. Che sciagura! Che condanna orrenda e che mondo invivibile, essere onesti sempre!
Io invece, guarda un po', non vedo assolutamente il problema. Ci sono momenti in cui il potere è in mano a qualcun altro (ad esempio quando l'arbitro fischia contro di te), e ci sono momenti in cui il potere è nelle tue mano (ad esempio quando l'arbitro fischia a favore della tua squadra e tu stai per battere un rigore). L'etica vuole che quando il potere è nelle tue mani, tu lo usi secondo giustizia.

E allora, ricordando gli esempi portati da questo commentatore, bisognerebbe fare lo stesso con i falli laterai invertiti, calci d'angolo inesistenti, etc?

Certo che sì. Certo che l'onestà andrebbe applicata sempre. In questo può vedere una complicazione solo chi all'onestà non ha fatto abbastanza l'abitudine, e tristemente ritiene che in certi casi possa essere troppa.

Se poi si vede che a favore dell'altra squadra ci sono stati errori arbitrali non seguiti dallo stesso fair-play e si ritiene che errori analoghi a favore nostro li compensino, questo è un altro discorso. L'importante è avere un'etica integra, cioè che ci suggerisce lo stesso comportamento che riterremmo accettabile nel caso fossimo dall'altra parte della barricata... Oh, pardon, mi è venuto da scrivere "barricata" per via del contesto a cui mi ha fatto pensare la rassegnata mentalità di quel commentatore che accetta la disonestà come necessaria. Volevo semplicemente dire "nel caso fossimo l'altra persona", ecco.

E tu, quando ti viene concesso un rigore che non c'è, lo sbagli apposta? Spero di sì per te, per le persone che ti stanno accanto ogni giorni e per quelle che incontri per caso. Lo spero non solo per l'esito dei singoli episodi, ma perché sia la disonestà che l'onestà, è bene prenderne coscienza, sono contagiose. E per il bene di tutti, fra le due è decisamente meglio diffondere la seconda.

08 ottobre 2016

La Possipatia

L'empatia è provare dei sentimenti che, per quanto intensi e coinvolgenti, comunque a un qualche livello percepiamo come originari dell'esperienza di qualcun altro, a cui la nostra percezione sta "facendo visita".

C'è poi la capacità di capire e percepire che le cose vissute dagli altri potrebbero capitare anche a noi. Questa, rispetto all'empatia, è una capacità forse più rara e superiore.

Più che "visitare" il mondo di un'altra persona, consiste nel lasciare che il mondo di un'altra persona visiti l'interezza di noi, e cioè non solo i nostri sentimenti, ma il nostro senso di possibile realtà da vivere.

Pensando ai concetti di possibilità e percezione, come potremmo chiamarla?

Possipatia?

Possipatia.

Forse non suona granché bene solo perché non siamo abituati a sentirlo.
Comunque se hai qualche suggerimento con altri neologismi o con parole già esistenti che magari mi sono sfuggite, scrivilo pure nello spazio dedicato ai commenti.

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