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09 settembre 2017

iN’s Mercato mente ai consumatori sulle uova di galline allevate in gabbia

iN's Mercato (gruppo Pam)
Un logo più appropriato per
iN's Mercato (gruppo Pam)
Vorrei tanto non dover parlare mai di maltrattamenti animali. E cioè vorrei non essitessero. Purtroppo invece ci sono, e ci sono per uno sporco e semplice motivo: c'è chi ne ricava un profitto.

Non mi riferisco solo a chi organizza combattimenti di cani. Quelli sono delinquenti che già la gente riconose come tali, e sono responsabili forse di qualche decina di morti di cani all'anno.

Mi riferisco soprattutto a chi sottopone sistematicamente, quotidianamente, migliaia di animali - esseri senzianti come noi - a sofferenze che iniziano il gorno della loro nascita e si concludono nel giorno della loro morte, senza un giorno di pace nell'intera vita.

Ne ho parlato in Eurospin non dichiara pubblicamente "Basta uova di galline in gabbia", articolo in cui ho spiegato i motivi per i quali tanti consumatori, me compreso, partecipa al boicottagio di Eurospin dopo le ripetute ma inascoltate richieste sulla cessazione della vendita di uova provenienti da galline allevate in gabbia.

Purtroppo Eurospin non è la sola a macchiarsi di una condotta così poco etica nei confronti degli animali. C'è anche iN's Mercato, appartenente al gruppo Pam, che ha dato motivo a Animal Equality di lanciare questa petizione, che ti invito a firmare.

iN's Mercato non sta seguendo l'esempio di altre aziende che recentemente hanno reso pubblico il loro impegno a non approvvigionarsi più di uova ottenute con metodi crudeli, come ad esempio Coop, Lidl, Esselunga, Carrefour ed Auchan. Altri esempi sono Pam Panorama, Pam Local e Pam Franchising, mentre iN's mercato è rimasta l'unica catena del gruppo Pam che continua ad appoggiare una pratica di cui i consumatori devono assolutamente prendere coscienza per poter scegliere se acquistare quelle uova oppure evitare di rendersi complici di una logica tanto oscena, che riduce la vita delle galline a una prigione costante, una prigione così piccola da non consentire neanche l'apertura delle ali.

iN's Mercato ha fatto un'altra cosa molto grave: ha mentito ai propri consumatori.

Ha dichiarato il falso in un comunicato sulla propria politica relativa alle uova da allevamento in gabbia.

Infatti dopo una campagna che Animal Equality, aveva lanciato nel giugno scorso, nella quale informava i consumatori sul rifiuto di iN's Mercato di cessare la vendita di uova provenienti da galline allevate in gabbia, il 22 giugno l'azienda ha pubblicato sul suo sito un "impegno nei confronti degli animali", in cui affermava

“Le uova presenti nei punti vendita In’s Mercato, provengono già per lo più da allevamenti a terra o biologici, in cui le galline razzolano e si muovono liberamente. Le uova vengono controllate durante tutta la filiera di produzione in modo da garantire al consumatore requisiti igienici e di sicurezza alimentare elevati. Alcune referenze che non rispondono a questo standard sono in fase di smaltimento e non saranno più riassortite” manifestando quindi chiaramente l’intenzione di non approvvigionarsi più di uova di galline allevate in gabbia una volta esaurite le scorte"

Nel comunicato non si leggeva alcuna data precisa entro la quale la cessazione di quel tipo di uova sarebbe avvenuta.

Oggi possiamo dire che i forti sospetti sull'inattendibilità di quel comunicato sono confermati, a meno di non voler pensare alla vendita di uova non conforme al Regolamento (CE) N. 853/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004.

Quest'ultimo infatti stabilisce che

"Le uova devono essere consegnate al consumatore entro un termine di ventun giorni dalla data di deposizione".

Sono passati più di due mesi dal comunicato suddetto di iN's Mercato. Ma l'azienda continua a vendere uova provenienti da galline allevate in gabbia. Quindi, delle due l'una: menzogna o illegalità.

L'inaffidabilità che l'azienda ha dimostrato ha provocato l'indignazione di migliaia di persone che hanno contattato l'azienda per chiedere spiegazioni e per chiedere una condotta trasparente ed etica. Ma non è servito a nulla. iN's Mercato continua a vendere galline provenienti da animali maltrattati, e mantenendo sul proprio sito un comunicato in cui dichiara il falso.

A te la scelta se acquistare da un'azienda che mente ai propri consumatori oltre a farsi complici di un maltrattamento di animali che potrebbe essere evitato.

Aggiornamento: su suggerimento di Carolina Bertolaso, di Animal Equality, ho spedito una lettera a Arturo Bastianello, amministratore delegato del gruppo Pam. Ecco cosa gli ho scritto:

Bastianello, ho cercato di contattare lei ed altri suoi colleghi della direzione di Gruppo Pam ed in particolar modo di iN's Mercato, ma è chiaro che non avete intenzione di comunicare con i vostri clienti, per cui ho deciso di scriverle una lettera. Le ricordo ancora una volta che mentire ai consumatori in modo palese è gravissimo.
Il 22 giugno 2017 iN's Mercato ha pubblicato un annuncio sul proprio sito intitolato "L'impegno di iN's Mercato nei confronti degli animali: eliminare le uova provenienti da allevamenti di galline in gabbia" in cui si leggeva
"le uova presenti nei punti vendita In's Mercato, provengono già per lo più da allevamenti a terra o biologici, in cui le galline razzolano e si muovono liberamente. Le uova vengono controllate durante tutta la filiera di produzione in modo da garantire al consumatore requisiti igienici e di sicurezza alimentare elevati. Alcune referenze che non rispondono a questo standard sono in fase di smaltimento e non saranno più riassortite."
Secondo il regolamento (CE) N. 853/2004 del Parlamento europeo e del consiglio del 29 aprile 2004, che stabilisce norme specifiche in materia di igiene per gli alimenti di origine animale, "Le uova devono essere consegnate al consumatore entro un termine di ventun giorni dalla data di deposizione".
Se iN's Mercato avesse detto la verità, le uova di galline allevate in gabbia non sarebbero state più disponibili a partire dal 13 di luglio. Non solo questo non è accaduto e sugli scaffali di iN's Mercato continuano ad essere disponibili uova provenienti da allevamenti in gabbia... ma addirittura iN's Mercato continua a rifiutarsi di pubblicare una data per la cessazione della vendita di queste uova.
Potreste benissimo stabilire per esempio che entro il 2018 iN's Mercato non venderà più uova di galline in gabbia.
Esselunga, Auchan, Lidl, Coop, Carrefour e Pam Panorama hanno comunicato una data, e potete farlo anche voi. Il fatto che non lo facciate può significare una cosa sola: state semplicemente mentendo senza pudore.
DOVETE PUBBLICARE UNA DATA.

Mi darà retta?
Speriamo.

Tu intanto, se non l'hai già fatto, firma la petizione e diffondila.




Aggiornamento 18.9.2017:

Come da suggerimento letto nella newsletter di Animal Equality, ho telefonato all'ufficio centrale di Gruppo Pam (041 549 5111).
Ho chiesto informazioni sulla storia delle uova. Mi è stato risposto che per questo devo chiamare il centralino (041 - 86.90.111), e così ho fatto. La conversazione è andata più o meno così:

- Pronto?
- Salve, vorrei informazioni riguardo alle uova bla bla bla
- Per questo deve inviare un'email all'indirizzo info@insmercato.it.
- Ok, grazie, arrivederci.

Giorni dopo, dato che in realtà come altre persone avevo già contattato iN's Mercato via email, ho chiamato di nuovo. La conversazione è andata più o meno così:

- Pronto?
- Salve, vorrei informazioni riguardo alle uova bla bla bla
- Per questo deve inviare un'email al seguente indirizzo: ...
- Forse lo so già: è info@insmercato.it, giusto?
- Sì, esatto.
- Scusi, ma di solito entro quanto tempo rispondono?
- Non glielo so dire
- Glielo chiedo, perché ho già inviato un'email, e so che l'hanno fatto molte altre persone, ma senza risposta, dopo molti giorni.
- Probabilmente è dovuto al fatto che tante persone hanno scritto per chiedere la stessa cosa, e ci vuole tempo per rispondere
- In realtà se tante persone hanno chiesto la stessa cosa basterebbe scrivere la risposta sul sito Internet aziendale e dire a tutti velocemente "La risposta è questa qua".

- Non posso darle risposte in merito; io posso solo invitarla a inviare una nuova email, o ad appuntarmi e riferire quello che mi dice.
- Allora non mi rimane altro che chiederle di appuntare e riferire che queste non-risposte fanno fareall'azienda la figura di chi ha torto e sa di avere torto.
- Bene, riferirò
- Grazie, arrivederci
- Grazie a lei, arrivederci

Aggiornamento 19.9.2017:

Ho conversato via email con Flavia Cruciani di Animal Equality. Le ho confidato il mio timore per il fatto che un rappresentante di iN's Mercato potesse contrattaccare con un messaggio del tipo:

"Per l'ennesima volta gli animalisti mostrano la loro puntuale incoerenza, dimostrandosi né più né meno che dei buffoni esaltati con un sacco di tempo libero, e che vanno sbraitando delle tesi che si
demoliscono un un nanosecondo.
Ma come vi lavora il cervello? Cercate di convincerci a imitare altre catene di supermercati tessendo le loro lodi per il fatto che secondo voi non venderebbero uova di galline allevate in gabbia, mentre ovviamente le vendono eccome, all'interno di tantissimi biscotti e altri prodotti (e qui sì che quelle uova, vengono vendute a migliaia ogni giorno in ogni negozio, altro che decine o centinaia).
Non rompete le scatole a noi di iN's Mercato. Il nostro comportamento non è peggiore di quello degli altri. Gli altri dichiarano di aver cessato la vendita di uova e invece continuano a venderle tutti i
giorni, e se la ridono alla faccia vostra per avervi dato il contentino simbolico.
Meno male che voi siete quelli che fanno vedere al mondo quello che nessuno vede. Basta nascondere le uova all'interno di biscotti e il gioco di prestigio è fatto, e siete già contenti.
Questa vostra campagna animalista, più che far passare noi per cattivi, fa passare voi per persone che non vedono più lontano di un palmo dal loro naso, quindi persone da ignorare, cosa che non a caso abbiamo fatto fin ora e che continueremo a fare".


Flavia mi ha risposto in modo abbastanza esauriente. Cito dalle sue due email che mi ha inviato:

Il panorama del settore alimentare è vasto e variegato, per questo noi come dipartimento di sensibilizzazione aziendale dobbiamo avere un approccio multiplo, per avere il maggior impatto possibile.  
Quando parliamo di "utilizzare" uova da allevamento in gabbia, ci riferiamo ai produttori come Rana e Galbusera, che si sono impegnati a cambiare la tipologia di uova utilizzati nei loro prodotti. Quando invece parliamo di "vendita" delle uova, ci riferiamo ai supermercati e in questo caso la cessazione si riferisce alla vendita di uova fresche in guscio. Questo perché non è possibile, al momento, chiedere di più ai supermercati. Per eliminare l'utilizzo di uova da allevamento in gabbia all'interno di prodotti come i biscotti, a cui tu fai riferimento, ci rivolgiamo direttamente ai marchi di produzione (e quindi come dicevo ad aziende come Galbusera, Ferrero e tante altre). In questo modo possiamo ottenere entrambi i risultati, ma rivolgendoci a chi ne ha la responsabilità: i supermercati per quanto riguarda le uova in guscio e i produttori per quanto riguarda le uova utilizzate.


Capisco perfettamente la tua preoccupazione, ma fortunatamente un comunicato del genere non risulterebbe affatto vincente, per due motivi principali:

1) Le catene di supermercati che si sono impegnate a non vendere più uova da allevamento in gabbia stanno facendo molto più di quello che fanno iN's mercato o Eurospin per migliorare le condizioni di vita delle galline ovaiole, che invece non stanno facendo nulla in merito. È esattamente come se una persona che segue una dieta onnivora se la prendesse con un vegetariano perché continua a mangiare alimenti di origine animale: certo può farlo, ma che credibilità avrebbe? Non si potrebbe semplicemente ribattere che quel vegetariano sta facendo già molto per gli animali eliminando la carne e di certo più dell'onnivoro? Ti faccio questo esempio perché succede spesso, e una replica logica e coerente c'è eccome! Le critiche non ci spaventano assolutamente, soprattutto quando non hanno una base solida su cui poggiare.

2) Forse non lo sai, ma la vendita di uova in guscio dei supermercati rappresenta uno dei settori di maggiore acquisti e vendita di questo prodotto nel mercato. Ti faccio un esempio: un supermercato come Esselunga o Carrefour Italia in un anno commercializza dai 150 ai 250 MILIONI di uova in guscio (solo quelle vendute come uova, non parliamo di quelle contenute nei prodotti pronti), dunque la loro politica di abbandono degli allevamenti in gabbia per quanto riguarda la vendita ha avuto un impatto su centinaia di migliaia di galline (parliamo di una cifra che, combinando solamente l'impatto di queste due insegne, raggiunge e supera il milione di galline, ovvero oltre il 3% del totale allevato in Italia). Non ti sembra molto più di un "contentino simbolico" già di per sé? E soprattutto, se paragonato a quello che stanno facendo iN's o Eurospin, ovvero niente, non ti sembra ancora più d'impatto come cifra?

In ogni caso ti ringrazio molto della domanda, dobbiamo sempre tenere in mente le potenziali critiche ed essere pronti a controbatterle, quindi mi stai dando la possibilità di fare un esercizio utilissimo :) Fortunatamente in questo caso la possibile obiezione non ci spaventa affatto, visto che non sta in piedi agli occhi di chiunque ragioni in modo logico. Poi i contestatori ci saranno sempre, quelli che non vogliono ascoltare né capire, ma figurati: ci siamo decisamente abituati!

Aggiornamento felice 28.09.2017:

iN's Mercato, nella sua pagina Facebook, annuncia:

In's Mercato comunica ufficialmente che, a partire DAL 1° NOVEMBRE 2017, le uova provenienti da allevamenti in gabbia non saranno più presenti nei punti vendita. Qui il comunicato ufficiale: http://bit.ly/2xHNAVz

Era ora. 

09 agosto 2017

Consumo di uova biologiche = consumo etico? No.

Biologico non significa etico
Dialogo via email fra me e Carolina Bertolaso di AnimalEquality Italia...

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Ciao Carolna. Ma... Le uova biologiche sono necessariamente uova non provenienti da galline tenute in gabbia?

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Ciao Marco,

Per rispondere alla tua domanda: sì, le uova biologiche non possono provenire da allevamenti in cui le galline sono tenute in gabbia. Per essere considerate biologiche, le uova devono necessariamente compiere una serie di requisiti. Ti cito qui i più rilevanti per quanto riguarda le galline ovaiole.

Regolamento (CE) n 1804/1999 del Consiglio

Che completa, per le produzioni animali, il regolamento CEE n 2092/91 relativo al metodo di produzione biologico di prodotti agricoli e alla indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari

- Età minima per la macellazione del pollame: 81 giorni

- Operazioni quali la spuntatura del becco non devono essere praticate sistematicamente. Alcune di queste operazioni possono tuttavia essere autorizzate dall’autorità o dall’organismo di controllo per motivi di sicurezza al fine di migliorare le condizioni di salute, il benessere l l’igiene degli animali.

- Le condizioni di stabulazione degli animali devono rispondere alle loro esigenze biologiche ed etologiche; gli animali devono disporre di un accesso agevole alle mangiatoie e agli abbeveratoi. L’isolazione, il riscaldamento e l’areazione dei locali di stabulazione devono garantire che la circolazione dell’aria, i livelli di polvere, la temperatura, l’umidità relativa dell’aria e la concentrazione di gas siano mantenuti entro limiti non nocivi per gli animali. I locali devono consentire una abbondante ventilazione ed illuminazione naturale.

- 230 ovaiole max per ettaro quadrato

- Superfici coperte minime:
6 galline max / mq
18 cm di posatoio / gallina
8 galline max / nido - se nidi comuni: 120cm2/gallina
Superfici scoperte minime: 4mq / gallina

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Spuntare il becco per motivi di salute e igiene e benessere? Non l'ho capita.
E... Sei galline al metro quadro? Che felicità.

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Ciao Marco,

Purtroppo non c`è molto da capire, è semplicemente il modo in cui l'industria dello sfruttamento animale mette le mani avanti stabilendo dei criteri "fuffa" e mettendo chiaramente per iscritto che questi criteri possono cambiare a seconda delle loro esigenze. In parola povere, è solo e soltanto una presa in giro. Quando leggi "spuntare il becco per motivi di igiene e di benessere" leggi invece "per agevolare il lavoro degli allevatori e diminuire il rischio di infezioni, malattie e decessi (e quindi perdite economiche) dovuti al cannibalismo, a sua volta ovuto allo stress che deriva dal sovraffollamento. Sì, 6 galline al metro quadro. Sì, è terribile.

Ovviamente quello che poi non si racconta è che tutte le galline, sia quale sia il tipo di allevamento da cui provengono, finiscono al mattaoio e subiscono una morte atroce. Così come non raccontano il fatto che la morte per soffocamento, triturazione o semplicemente agonia di centinaia di milioni di pulcini maschi appena natiogni anno è una conseguenza assolutamente necessaria per il funzionamento dell'industria delle uova.

Ecco perché io ho smesso di consumare uova e prodotti contenenti uova otto anni fa :)

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Perché non mangiare uova

Questa infografica di EssereAnimali ti fa capire come stanno veramente le cose, con un'eccezione: l'acquisto da una persona che conosci e che tratta gli animali in modo davvero etico.

Insomma, se proprio vuoi mangiare uova, comprale da un allevatore che conosci e cerca prima di capire come tratta le galline!

07 luglio 2017

Eurospin non dichiara pubblicamente "Basta uova di galline in gabbia"

Vivere l'intera vita in una gabbia poco più grande del proprio corpo è terribile. Non solo si tratta di una tortura che neanche il peggiroe degli umani meriterebbe. Non la meritano neanche le galline, esseri senzienti come noi e che fra l'altro hanno un'intelligenza e una coscienza ben al disopra di quanto si crede.

Non che il destino delle galline negli allevamenti che razzolano liberamente nei prati sia simpatico: anche loro, quando non producono più abbastanza uova, vengono ammazzate e vendute come carne.

Ma la prigionia dall'inizio alla fine dell'intera vita dovrebbe suscitare l'indignazione anche delle persone che non si occupano abitualmente di diritti degli animali.

La pratica di tenere le galline ovaiole in piccolissime prigioni, che non consentono neanche di aprire completamente le ali è purtroppo ancora legale in Italia, ma ci sono aziende che hanno deciso di fare un piccolo passo di civiltà in avanti. Mi riferisco alle catene di supermercati che hanno scelto di smettere di vendere uova provenienti da galline allevate in gabbia, e che hanno dichiarato questo impegno pubblicamente.

Non è fra queste Eurospin, che alladata in cui sto scrivendo questo articolo non ha ancora fatto alcuna dichiarazione pubblica del genere nonostante le proteste ricevute telefonicamente, via Facebook e via email.

Le proteste continuano. Carolina Bertolaso, di Animal Equality, nella sua mailing list ha indetto la "Settimana contro Eurospin", e cioè una settimana di proteste ancora più serrate nei confronti di questa catena di supermercati, il cui rifiuto di una dichiarazione pubblica sulla rinuncia alle uova di galline tenute in gabbia non può non far pensare all'intenzione di fare dietrofront rispetto a decisioni prese per una minore sofferenza animale.

15 maggio 2017

Animal Equality - iscriviti alla newsletter!



Ti invito, se non l’hai già fatto, a unirti alle tante persone che si sono iscritte alla newsletter di Animal Equality. Animal Equality è un'organizzazione internazionale per i Diritti Animali. In particolare, realizza investigazioni all'interno di allevamenti e macelli per smascherare le indecenti condizioni degli animali lì rinchiusi, spesso in violazione della legge, conduce azioni legali contro i responsabili e si impegna a sensibilizzare l’opinione pubblica e il governo per un cambiamento che elimini ingiuste sofferenze di esseri che come noi provano dolore, tristezza, paura.


puoi iscriverti alla newsletter, con cui 3-4 volte alla settimana i partecipanti vengono invitati a semplici azioni che richiedono meno di minuto, tipicamente la firma di un appello online. Più siamo, maggiore sarà l’impatto che otterremo. Clicca sul link, inserisci il tuo nome e la tua email e unisciti alle persone che chiedono il rispetto per gli animali. E condividi questo video.

21 maggio 2016

Mangiare prodotti animali moderatamente? NO.

Sorvolo su quelli che dicono "Ma io di carne ne mangio poca". E con "poca" intendono 5 volte a settimana. E magari non contano come carne i salumi e il sugo che mettono sulla pasta.
Sorvolo su quelli che siccome non mangiano la carne mangiano formaggio, che è anche peggio.
Sorvolo, in questo articolo, sull'aspetto salutistico. E mi focalizzo su quello ecologico.

Per prima cosa ti invito a leggere, se non l'hai già fatto, questo articolo di Repubblica, che cita un documento curato da Annamaria Procacci, consigliera nazionale ENPA.

E poi, alcune mie considerazioni e immagini metaforiche per rendere l'idea.

Il pianeta che abitiamo è messo male. E con un pianeta messo così male, se mangi prodotti animali, immagina questo: una famiglia è talmente indebitata da essere lì lì per andare in bancarotta e perdere la propria casa e tutti i suoi averi. E un membro di questa famiglia continua a sperperare i soldi, sostenendo che l'importante è moderarsi: "Non dico di andare al cinema e in pizzeria tutte le sere, ma almeno una volta a settimana... Non dico di andare in vacanza tutti i mesi, ma almeno un paio di volte all'anno... non dico di andare a mignotta tutte le sere, ma ogni tanto...". Ciò che è plausibile in una situazione normale può non essere una scelleratezza in una situazione tragica.
In questo momento essere moderati significa essere dei pazzi irresponsabili che arrecano un danno enorme alla colettività e alle generazioni future.

Se hai un enfisema e una broncopatia cronico-ostruttiva, il numero di sigarette da fumare non è moderato. È zero.
Se sei sovrappeso e cardiopatico, hai urgente necessità di perdere peso, quindi il numero di cannoli alla panna da mangiare non è uno ogni tanto. È zero.
Se hai la cirrosi epatica, il numero di bicchieri di vino da bere non è limitatissimo. È uno zero virgola zero zero zero.

O meglio, con la tua salute fai quello che vuoi. Ma quando si tratta di consumare prodotti animali, che vengono da allevamenti intensivi purtroppo ancora non proibiti, allora si tratta di tue azioni per il tuo piacere che danneggiano, oltre agli animali, le altre persone e le future generazioni.

No, non è solo colpa del legislatore che non vieta gli allevamenti intensivi.
Il fatto che qualcun altro dovrebbe fare qualcos'altro non è una giustificazione.
Il benaltrismo è spazzatura in questo caso come in molti altri. Inizia ad agire correttamente tu, e avrai una qualche probabilità di poter diffondere la stessa idea. Se la diffondi e al tempo stesso ti comporti in maniera opposta, la diffusione sarà fallimentare poiché non sei credibile.
La diffusione di questa idea è irrinunciabile se vogliamo che la salute della Terra migliori anziché continuare a peggiorare.

I dati sull'inquinamento non opinioni. I dati sono dati.
Dicono che se ti alimenti con prodotti animali non sei semplicemente uno che la pensa diversamente da me. Sei un irresponsabile. Puoi solo chiudere gli occhi per non vedere oppure accorgerti che alimentarsi con prodotti animali significa essere vandali dell'unico luogo che abbiamo in cui vivere.

Follia è aspettare delle leggi che arriveranno chissà quando (se arriveranno).

In questo mondo messo in ginocchio dall'inquinamento e dal menefreghismo, l'unico comportamento eticamente accettabile da parte del consumatore è cominciare da sé stessi: EVITARE DA SUBITO DI MANGIARE PRODOTTI ANIMALI COMPLETAMENTE.


A proposito di impatto ambientale degli allevamenti, segnalo l'articolo di Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale, che cita il documentario Cowspiracy e accusa le associazioni ambientaliste di dare al problema un'importanza marginale, e l'articolo di Andrea Pinchera, direttore comunicazione di Greenpeace Italia, che critica il documentario e difende l'associazione dalle accuse.

31 marzo 2016

Critichi la ragazza che si è fatta sterilizzare? Sarebbe da premiare.

In questi giorni ho letto l'articolo di Huffingtonpost su Holly Brockwell, giornalista inglese trentenne che dopo una battaglia legale durata 6 anni è riuscita ad ottenere da parte del servizio sanitario nazionale la sterilizzazione chirurgica, e l'articolo di Wired intitolato "Sono Mamma e difendo il diritto a sterilizzarsi delle donne".

Ho condiviso il primo dei due articoli su Facebook commentandolo così:

Tutti a dirle: ma sei sicura? La stessa domanda andrebbe però fatta anche e soprattutto a chi decide di fare figli.

Ne è nato un dibattito abbastanza lungo da potersi trasformare in articolo... ed eccoci qua.

Un commentatore, FB-Friend di un mio amico, ha risposto chiedendo perché la collettività dovrebbe pagare "per una sua scelta personale peraltro discutibilissima".

Questa la mia risposta:

Ai fini della legittimità di spendere soldi pubblici per questo intervento sarebbe rilevante il fatto che questa scelta sia proprio sbagliata, e non semplicemente discutibile o discutibilissima, visto che si può discutere praticamente su tutto. Scendendo nel merito: discutibile o no, per una questione del genere mi pare indiscutibile che l'ultima parola ce l'abbia la diretta interessata (che sicuramente ne ha già discusso abbastanza con gli altri e con sé stessa).
Quanto all'aspetto economico, la collettività in realtà ci guadagna. Spendere per un'operazione chirurgica è un piccolo investimento che viene ripagato negli anni successivi. Infatti quando si è superato una certa quantità di individui (ed è stato fatto ampiamente), ogni individuo rappresenta per la collettività un costo. Fra i tanti esempi che si potrebbero fare a riguardo, il più facile da capire è quello della disoccupazione, probema risolvibile solo in piccola parte con una buona politica (ma i politici non possono invitare a fare meno figli, perché non è politicamente corretto): se esiste un importante tasso di disoccupazione significa che esiste un numero importante di persone che non guadagnano, quindi non pagano tasse, quindi hanno diritto ai vari servizi esentasse come assistenza sanitaria, istruzione, spese legali in caso di torti subiti o commessi, etc., che la collettività pagherà al posto loro. E questo per un'intera vita. Altro che costo di un'operazione chirurgica.
Discorso poco romantico quello dei quattrini... io non lo volevo fare, ma sei tu che l'hai proposto. Se la matematica non è un'opinione, ecco la risposta alla tua domanda sul perché deve pagare la collettività. Deve pagare la collettività perché questa ragazza INVITA A NOZZE la collettività, assicurando alla collettività una spesa minore, non maggiore.
Colgo l'occasione per essere, a questo punto, ancor meno romantico (del resto un intervento chirurgico, con tutto quel sangue, quanto è romantico? Eppure può salvare una romanticissima vita... così come un intervento amministrativo può essere zero romantico e salvare il nostro bellissimo mondo)... A ragazze come questa dovrebbero essere dati incentivi statali come premio, altro che impedimenti. E pedate nel culo ai romanticissimi disoccupati che fanno 3 figli e zero calcoli.

Un altro utente ha commentato sulla veridicità del fatto che ogni individuo sia davvero un costo per la società, e ne è nato un dialogo di cui riporto i punti essenziali:

- Ogni individuo per la collettività è un guadagno; anche un disoccupato, che per quanto non guadagni contribuisce al gettito fiscale quando acquista un qualunque prodotto o servizio (IVA, accise...). In un sistema come il nostro, dove più che essere concittadini siamo consumatori, una persona in più è un consumatore in più... Solo i morti non consumano. La bassa natalità degli ultimi 30 anni ha avuto dei costi enormi: abbiamo perduto circa 6 milioni di italiani, il che ha creato necessità di immigrazione, con in costi notevoli sul piano sociale e educativo (e con l'enorme deflusso di denaro all'estero per le rimesse alle famiglie in patria che gli immigrati fanno sempre); inoltre pensa a quanto mercato interno ci siamo giocati: 6 milioni di carrozzine in meno da fabbricare, 6-12 milioni di passeggini, almeno 20 x 6.000.000 di paia di scarpe in meno... (fino a 17-17 anni si cresce e le scarpe si cambiano ogni anno) e così via per tutto il resto. Quanti posti di lavoro in meno, quante tasse in meno? Quei 6 milioni non sarebbero stati un costo: i servizi che lo stato dà hanno un enorme costo fisso che è in parte indipendente dal numero di persone che lo sfruttano

- Più persone significa più clienti se i soldi ci sono, ovvero se la disoccupazione non c'è. Oggi quasi tutti i posti di lavoro sono presi e il mercato è così saturo che fra professionisti e fra le aziende di ogni tipo è in atto una costante guerra dei prezzi. Quindi oggi con buona approssimazione si può dire che mettere al mondo un figlio significa in media mettere al mondo un disoccupato o sotto-occupato (importante considerare i sotto-occupati, che le statistiche spesso ignorano: se guadagni 5 euro l'ora lavorando 6 ore alla settimana allora un'occupazione ce l'hai, quindi non vieni conteggiato in una statistica sulla disoccupazione... furbissimo metodo per falsare le dimensioni reali di questo e altri problemi).
Una persona senza un impiego non ha denaro per pagare i beni e servizi di cui parli. E la soluzione non è "Per dare occupazione alle industrie di scarpe, fate più figli". Questo è accanimento terapeutico nei confronti dei negozi di scarpe. Non ce n'è bisogno? Non ce n'è bisogno. Chiudi, negoziante di scarpe, e smetti di fare figli anche tu. Chi eroga un bene o un servizio risolve un problema. Non è che per fargli un piacere devo creare un problema che poi lui deve risolvere. Altrimenti avrebbe senso auspicare l'aumento dei ladri per salvaguardare l'occupazione dei produttori di antifurto e nelle agenzie di sorveglianza.
Quanto ai costi fissi che lo Stato deve sostenere, sono quello che sono unicamente perché non può permettersi di spendere di più. Ad esempio gli ospedali e i carceri sono pieni.

- Ma anche chi non lavora in un certo senso paga le tasse: se hai una casa ci paghi l'IRPEF, e se non puoi pagarla te la mettono all'asta; se sei un barbone e con 5 euro ottenute mendicando compri da mangiare o un pacchetto di sigarette, circa la metà di quei 5 euro va allo Stato; se mangi alla Caritas il cibo è stato già tassato al momento del suo acquisto; non ha il medico di base e ha diritto all'assistenza sanitaria solo in caso di emergenza. Quindi anche un barbone è un affare per lo Stato.

- Ciò che dici in parte è vero, ma non può essere il punto centrale della questione. Quanto indotto economico portano i disoccupati alle ditte private, rispetto alle risorse che lo Stato deve dare loro per sopravvivere? Dai, non scherziamo. Senza contare che la disoccupazione aumenta (e per alcuni giustifica!) la delinquenza.

- Da un punto di vista matematico e logico hai tutte le ragioni, ma il nostro sistema è malato e produce proprio questi risultati folli. Ad esempio: lo Stato offre lavoro a persone che dovrebbero aiutare i disoccupati a trovare lavoro.... e voilà, la disoccupazione in quanto bisogno produce un mercato e un reddito. Il risultato è che ci sono persone che vivono grazie ai disoccupati. Anche il concetto secondo cui il numero di persone produce reddito è un'idea malata: negli anni 50-60 abbiamo creato una serie di bisogni indotti che ha fatto salire le richieste. Abbiamo indotto il bisogno di avere la macchina, ed è aumentata la richiesta di autovetture e si sono aperte altre fabbriche, si è creato lavoro e gli operai che producevano le macchine e poi se le compravano pure... Ed ecco che negli anni 80-90 la densità di autovetture pro capite in Italia era di gran lunga superiore a quella dell'Inghilterra, che non era certo un Paese più povero di noi. Il tutto a scapito della circolazione ferroviaria...

- Praticamente lo Stato "ri-impasta l'occupazione", fa supercazzole varie, ma se voleva ottenere lo stesso risultato facendo meno danno poteva dare quattrini ai disoccupati senza chiedere nulla in cambio. Brutto da dire, ma è inutile girarci intorno. Non mi servi. Cosa vuoi fare? Vuoi spazzarmi il garage? E' già pulito. Lo vuoi spazzare lo stesso? Guarda, tieni 10 euro, ma togliti di torno, preferisco.

Riassuntino: sì, siamo troppi. Fatevi sterilizzare.
E se volete bimbi (o anche ragazzi) adottate.
Vedi anche l'altro mio articolo su Psicoperformance "Più responsabilità, meno figli".
E anche l'articolo su questo blog "Sarebbe così facile capire perché non dobbiamo fare più figli!"

Beh, per chi ha la fantasiosa paura che la razza umana possa scomparire: non è che, anche se tutti prendessero coscienza del problema della sovrapopolazione, improvvisamente comparirebbe il problema del calo demografico. Il processo sarebbe comunque sfumato, e ci darebbe ovviamente il tempo di ricominciare a fare figli. Mi pare chiaro però che il momento giusto non sia adesso, e neanche fra poco tempo. Anche perché certa gente da quest'orecchio non ci sente. Si fa vanto del coraggio che ha di prendersi la responsabilità di essere genitore dimenticandosi che adesso fare un figlio è un atto di irresponsabilità nei confronti della collettività, a meno di essere economicamente benestanti al punto di poterlo far campare di rendita oppure avere un posto di lavoro da cedergli. Altra eventualità in cui un figlio sia una buona cosa è quella in cui faccia il bene della collettività. Ad esempio convincere molte persone a non figliare.

30 maggio 2015

Se vuoi diventare vegan ma non credi di poterci riuscire...

A volte sento degli onnivori che dicono che sarebbe bello e giusto diventare vegani, ma non ci riescono. Pur sembrandomi strano, ammettiamo come vero il fatto che tu non riesci a nutrirti senza sostanze animali. "Non riuscirci" può significare due cose:

- Non sai cos'altro mangiare e hai paura di una dieta troppo monotona

- Non riesci a rinunciare alle sostanze animali

Se non sai cosa mangiare basta che tu ti procuri delle ricette. Ne esistono a centinaia su libri e sui blog vegani.
Da quelle con ingredienti inusuali a quelle con ingredienti che puoi trovare tranquillamente in un comune negozio o supermercato. Da quelle raffinate, da grandi chef, a quelle semplicissime da preparare.

Vedi ad esempio "Nella cucina di Vegan Home", eBook gratuito edito da AgireOra.

Se non riesci a rinunciare alle sostanze animali, questa si chiama dipendenza. È quindi una patologia che, se davvero è presente, è opportuno curare.
Non sorprende, in particolare, che una persona abbia difficoltà nel rinunciare a latte e latticini, in quanto la caseina in essi contenuta dà appunto una forte dipendenza.
Il primo passo che ti consiglio di fare è rendertene conto e iniziare subito a cercare di liberare il tuo sistema nervoso da questo problema.

Ti suggerisco un sito che aiuta alla transizione da onnivori a vegan: Vegfacile.info.

18 maggio 2015

Liberazione di animali da allevamenti intensivi: la mia risposta a chi parla di vigliaccheria

Poco fa sul blog "In difesa della sperimentazione animale" ho letto l'articolo "Donare il 5×1000 per finanziare Reati".

Parlando dei ragazzi dell'associazione no-profit Essere Animali che hanno liberato alcuni animali dagli allevamento intensivi, l'autore sostiene che si tratti di vigliacchi e di sbruffoni in quanto dicono di fare disobbedienza civile e al contempo attuano strategie per "sottrarsi alle loro responsabilità", dove secondo l'autore "sottrarsi alle proprie responsabilità" significa cercare di non avere conseguenze legali. La giustificazione di queste affermazioni è che questi ragazzi rubano o dichiarano di rubare non più di 2 animali per volta (così facendo non si incorre nel reato di furto aggravato), e che le loro fotografie non mostrano inequivocabilmente il luogo dove è avvenuto il furto. L'autore sostiene inoltre che agiscano a volto scoperto per esibizionismo.

Non sono per nulla d'accordo con quanto affermato in questo articolo, ed ecco perché...

Riguardo la disobbedienza civile, l'autore dell'articolo suddetto cita l'esempio del filosofo statunitense Thoreau, che scrisse il saggio "Disobbedienza civile" mentre si trovava dietro le sbarre. Si può anche citare un esempio italiano, quello dei Radicali, che hanno fatto disobbedienza civile ai massimi livelli: commettevano il reato pubblicamente per farsi arrestare, con l'intenzione di essere processati, dichiararsi colpevoli ed essere condannati, e denunciavano le Forze dell'Ordine se queste facevano evidentemente finta di nulla e omettevano di arrestarli.
Ma una manifestazione non ha bisogno di essere così estrema per chiamarsi "disobbedienza civile", almeno stando alla semplice definizione che ho trovato su Treccani.it: "Il rifiuto da parte di un gruppo di cittadini organizzati di obbedire a una legge giudicata iniqua, attuato attraverso pubbliche manifestazioni". Non c'è alcun cenno sulla presenza o meno di strategie per tutelarsi da conseguenze giudiziarie.
Entrambe le forme di disobbedienza civile hanno un senso. Se il disobbediente è abbastanza famoso, anche farsi arrestare e processare può avere una efficacia divulgativa per via della risonanza mediatica che il processo potrebbe avere.
In caso contrario, farsi arrestare, processare e condannare potrebbe portare a conseguenze indesiderate, come andare in carcere, dover pagare le spese giudiziarie con soldi che potrebbero essere destinati a quella che il disobbediente ritiene essere una buona causa, avere più difficoltà in futuro a compiere lo stesso atto di disobbedienza civile e dunque una minore possibilità di diffusione delle proprie idee.

Sul concetto di responsabilità, aggiorno questo articolo dopo aver letto le parole di un commentatore che ha scritto "altrimenti non è molto diverso dai no expo che hanno distrutto milano o gli ultra olandesi che hanno rovinato roma, in entrambi i casi la disobbedienza veniva dal fatto che erano sicuri di non avere ripercussioni". Si tratta di un paragone niente affatto calzante, visto che quei vandali non erano intenzionati a mandare un messaggio sul miglioramento di un'istituzione, e la loro quindi non era disobbedienza civile. Per capire meglio può essere invece utile pensare a uno scenario della vecchia Cecoslovacchia, al tempo in cui vigevano leggi ingiustamente super-restrittive sugli espatri, e immaginare a un cittadino che aiuta un suo amico a fuggire e che poi di notte, senza farsi vedere, appende uno striscione in una strada trafficata con scritto "Ho aiutato [nome amico] a scappare da questa nazione che opprime i suoi cittadini. Viva la libertà e la democrazia!". Cos'ha fatto? Ha fatto disobbedienza civile. Crede di avere la responsabilità di quello che ha fatto? Certo. Lo rivela alle autorità? No. Quest'uomo, dopo aver fatto un'azione buona e aver lanciato un messaggio significativo, non vuole aggiungere inutilmente conseguenze nefaste per sé stesso e per la propria famiglia andandosene in carcere (cosa prevista dalla legge, ma ingiusta). Ciò non sarebbe responsabile, ma solo stupido.
"Prendersi la responsabilità" suona bene a livello retorico, ma in realtà è un'espressione ambigua. Quando si è commessa un'azione, non c'è bisogno di "prendersi" la responsabilità, visto che la responsabilità la si ha, punto. Poi bisogna vedere se si ha l'intenzione di farsi giudicare e punire per quell'azione, ciò che non è collegato univocamente con la propria integrità morale e con la propria coerenza.

Quanto a "vigliacchi", termine che fa riferimento a un aspetto etico, non credo sia sufficiente sottrarsi alle conseguenze giuridiche di un reato che si è commesso, per essere meritevoli di questo appellativo. Il diritto è una cosa, l'etica un'altra. Chiamando una persona "vigliacca" si sottintende che si stia sottraendo alle conseguenze di una sua azione *eticamente* inaccettabile. Cosa questi furti non sono, almeno secondo la buona fede di questi ragazzi.

In fine, mostrarsi a volto scoperto non credo significhi in questo caso esibizionismo, ma volontà di mostrare che non ci si deve vergognare di remare contro un sistema consolidato e bisogna anzi andarne orgogliosi. Inoltre mostrarsi a volto scoperto serve a creare una maggiore attrattività agli occhi dei naviganti affinché seguano più volentieri queste notizie, con conseguente maggiore loro diffusione.
Per lo stesso motivo gli articoli di giornale sono affiancati da delle foto, gli studi dei telegiornali fanno collegamenti con gli inviati sui luoghi dov'è successo un fatto.
Potrebbero essere date le stesse notizie e con gli stessi dettagli anche senza immagini, che però hanno un importante ruolo estetico, fondamentale nella comunicazione.

27 gennaio 2015

Olio di palma: Barilla lo difende, ma non mi risponde

Da qualche anno una grande quantità di pagine web invita a non acquistare alimenti contenenti olio di palma per motivi ambientali: le multinazionali produttrici di alimenti confezionati che fanno uso di olio di palma sono responsabili della distruzione di foreste, in particolare nel sud est asiatico, per far posto alle palme da cui si ricava un olio la cui produzione è economicamente conveniente.

Nel dicembre 2014, cercando sul web sono finito su una pagina di Barilla che difende la produzione di olio di palma... Dopo averla letta sono andato sulla pagina dedicata ai contatti, ho cliccato su "Vorrei fare una domanda sulla sostenibilità di Barilla" e ho compilato il form scrivendo un messaggio con alcune riflessioni. È passato più di un mese e non ho ricevuto risposta. A questo punto il mio messaggio lo pubblico qui... magari potrà diventare oggetto di discussione online.

Buona lettura (se ti va).

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Salve. Qualche tempo fa ho letto, su questa vostra pagina

http://www.barillagroup.it/corporate/it/home/media/posizioni-aziendali/210613-olio-di-palma.html

che rispetto alla produzione di tutti gli altri olii vegetali, la produzione dell'olio di palma è la più ecologica in quanto: comporta minori emissioni di CO2, necessita di minori fabbisogni idrici e a parità di resa produttiva necessita di superfici da coltivare 6 volte inferiori.

Qualcuno, in reazione a ciò, potrebbe pensare che evviva, non deve più rinunciare a quello o a quell'altro snack così gustoso e a decine di alimenti e saponi che contengono olio di palma.

Per invece me è tutto il contrario. Il pensiero che mi viene in mente è: se anche adottare la migliore soluzione possibile per la produzione di olio alimentare sta comportando inaccettabili disastri ecologici (deforestazione e morte di scimmie, elefanti, etc), allora cosa possiamo fare?

Questa la soluzione: produci olio vegetale dalla pianta che preferisci, e al tempo stesso smetti di disboscare.
Esiste un limite al numero di litri di olio producibili annualmente nel pianeta senza fare danno. Questo limite a quanto pare è già raggiunto.

Cresce la domanda di saponi? Cresce la domanda di biscotti e snack? Pazienza. Se ti è possibile, produci biscotti e sapone senza olio di palma (e senza nessun altro tipo di olio, a questo punto). Altrimenti produci altro. L'olio è finito. Come gli ulivi, le palme sono spoglie. Si aspetta che tornino a produrre.

Le idee che avete appena (spero) letto fra qualche giorno potrebbero essere scritte in un articolo che scriverò su un mio blog. Prima di pubblicarlo mi pareva giusto scrivervi per sapere se avete qualcosa da dire in merito.

Immagino che, se risponderete al mio messaggio, mi parlerete dei metodi di produzione rispettosi delle linee guida definite dalla Tavola rotonda per l'olio di palma sostenibile (RSPO).

Colgo l'occasione quindi per chiedervi: in cosa consistono queste linee guida?
L'unica linea guida concretamente utile che mi viene in mente è la regola che ho esposto sopra: si usa lo spazio che c'è già e non si disbosca più. Ma forse mi sfugge qualcosa, e vi chiedo gentilmente di segnalarmelo.

Da ricordare, comunque, quanto scritto su una pagina del sito svizzero del WWF (http://www.wwf.ch/it/progetti/cooperazione/tavola_rotonde/olio_di_palma/):

Gli standard della RSPO sono lungi dal rispecchiare le richieste del WWF in tutti i punti. Esso ritiene pertanto che le linee guida elaborate nell’aprile 2013 non arrivino al punto. Ad esempio, il WWF è deluso dal mancato divieto dell’utilizzo di pesticidi pericolosi come il paraquat e della trasformazione di terreni torbosi. Ma poiché ad oggi solo circa la metà dell’olio di palma certificato trova un acquirente, non è stato possibile convincere la maggior parte dei produttori ad aderire a criteri più severi.

Pertanto il WWF invita le aziende responsabili a svolgere un ruolo pionieristico e dimostrare la loro leadership nell’attuazione delle nuove linee guida: nell’ambito del RSPO dovrebbero impegnarsi in favore di azioni e criteri aggiuntivi (ad es. la rinuncia a pesticidi pericolosi, il divieto di trasformazione di terreni torbosi in piantagioni) nonché imporre il proprio reporting e pretenderlo dai rispettivi fornitori.

A voi la parola

Grazie anticipatamente per la vostra risposta

[non è arrivata... pazienza]

03 gennaio 2015

Vegani e vecchie pellicce, scarpe di pelle, etc


Grazie a una condivisione di una mia FB-friend ho appreso che il 1° gennaio scorso la cantante Arisa ha scritto sulla sua pagina Facebook "ARISA OFFICIAL PAGE":

Mi dispiace tanto di aver infervorato i vostri animi sensibili per la mia pelliccia da puttanone anni '80..
È da tanto tempo che mia madre cerca di rifilarmela in tutte le salse perché è un regalo di mia Zia Carmela ed è calda. L'ho sempre ritenuta un pò eccessiva ma l'altro pomeriggio battevamo i denti dal freddo, l'ho tirata fuori dall'armadio e l'ho messa. Giallina è un pò consumata, non mi è mai sembrato un pezzo di lusso e non penso proprio che mia a Zia Carmela sia mai saltato in mente di spendere dei soldi per una pelliccia vera visto che le priorità nella mia famiglia sono sempre state ben altre.. Il cibo, per esempio.
Nessuna etichetta, nessun segnale che attesti l'autenticità del pelo ma neanche il contrario. Quindi può essere che sia inspiegabilmente vera oppure no.
Comunque il livello d'intolleranza è l'aggressività di certi commenti mi lascia sempre un pò interdetta. Sarei tanto curiosa di fare un giretto nei vostri armadi. Quanti di voi non posseggono neanche un piumino d'oca, una cintura o delle scarpe di pelle?
Io ce le ho delle pellicce a casa mia probabilmente alcune non sono ecologiche e altre no,ma la più giovane ha 40 anni, sono un'appassionata di vintage e per me un capo degli anni '70 è un'opera d'arte. Fatevene una ragione. Indosso ogni tanto dei capi pelosi, ma non li uccido e non li compro di prima mano. Li indosso e continuerò a farlo, perché qualcuno lì ha già uccisi e acquistati tempo fa e buttarli via sarebbe un'ulteriore sacrilegio.
Un abbraccio a tutti voi. Tanti auguri di buon anno.

Ecco come la penso:

Purtroppo non la si è ancora fatta finita con le pellicce vere. C'è chi continua a produrle e a comprarle. Una pelliccia finta, come si deduce dal termine, è un'imitazione di una pelliccia vera. Quindi portarla in pubblico contribuisce a mantenere nell'immaginario collettivo il concetto secondo cui uccidere un animale per farne un indumento possa essere normale.
Quando le pellicce vere non saranno prodotte né comprate da nessuno e questo olocausto quotidiano sarà diventato solo un brutto ricordo, quando sarà un dato acquisito che la crudeltà sugli animali per futili motivi è follia, allora indossare vecchie pellicce, vere o finte, non sarà più diseducativo. Indossare un indumento di leopardo vero o finto sarà un po' la stessa cosa che indossare una maglietta con disegnato un leopardo.
Anch'io che da anni sono vegano avrei potuto tenere e continuare a usare scarpe e cinture di pelle comprate o ricevute in regalo quando ero onnivoro. Ma se una persona tiene a una causa dovrebbe tenerci anche a dare il buon esempio, e farlo più efficacemente possibile, compreso minimizzare possibili fraintendimenti. Ad esempio evitare che due onnivori su tre con cui parlo di veganesimo tragga deduzioni affrettate sulla mia presunta incoerenza (e quindi per triste, superficiale estensione anche sulla presunta incoerenza dei vegani in generale) dicendo "e queste scarpe?", e dover dare sempre la stessa spiegazione.
Per questo mi sono disfatto di scarpe, cinture, divano di pelle e indumenti di lana, cedendo il tutto a onnivori. Da notare che questo tipo di cessione non rappresenta dal punto di vista educativo alcun passo avanti né indietro, perché una semplice cessione, specialmente fatta una tantum, ha un potere persuasivo trascurabile, mentre è un passo avanti dal punto di vista dell'acquisto e della produzione: se una persona che probabilmente non diventerà a breve vegana do un paio di scarpe di pelle, è possibile che il prossimo acquisto di un prodotto del genere venga ritardato.

16 settembre 2014

Belli i combattimenti di cani, no?

Dialogo fra un vegano e un onnivoro. Scegli tu il finale e, se vuoi, scrivilo nei commenti.

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VEG: Belli i combattimenti di cani, no? Anche quelli di galli...

ONN: Eh? Belli? Ma scherzi? Quelli che li organizzano andrebbero messi in galera.

VEG: Beh, dai, sono persone che ci provano gusto; trovano divertente e avvincete questo tipo di spettacolo.

ONN: Mah, io non ci trovo nulla di divertente.

VEG: Ok, loro la pensano in un altro modo; non trovi che sia giusto rispettare il loro pensiero? Mica si può proibire una cosa solo perché si hanno opinioni e gusti diversi.

ONN: Ma poveri cani, li fanno ammazzare...

VEG: Sì, spesso muoiono, ma mica sempre. Comunque anche quando muoiono, tieni conto che hanno dato piacere agli uomini. Come nella mitica corrida!!! Se uno contribuisce a che gli animali vengano schiavizzati e ammazzati, ad esempio mangia carne e latticini di animali tenuti in allevamente intensivi, che diritto ha di criticare chi organizza combattimenti di cani? Si tratta sempre di cose che possono essere evitate, ma che vengono fatte per il proprio piacere, quindi eticamente sono allo stesso identico livello.

ONN: ...

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20 luglio 2014

Vestiti e oggetti vari pre-veganesimo con valore affettivo: che fare?

Ho escogitato mesi fa un modo per venire incontro ai vegani che non sanno cosa fare con gli oggetti non vegani di memoria storica.

Intanto prendere coscienza del fatto che sono stati ottenuti con con la sofferenza, e pensare che forse l'anima del povero animale aspetta una degna sepoltura.

Poi seppellire il giacchetto di pelle, o la statuetta di avorio, etc dando l'addio a quell'oggetto e ringraziando l'animale che fino ad allora ha messo a tua disposizione dei frammenti del suo corpo.
È giusto così. Facendolo si manifesta uno stato di consapevolezza superiore al precedente.

Del resto se sopravviviamo all'addio di persone care che muoiono possiamo salutare un oggetto caro.

Eseguita la sepoltura, l'equivoco è sciolto: al contrario di ciò che si era abituati a pensare prima, quell'oggetto non si sarebbe dovuto mai fabbricare, né associare ai tuoi buoni sentimenti e ricordi... che ritrovano ora una sana collocazione, e si collegano direttamente all'esperienza o alla persona ricordata.

Un caso particolare può essere rappresentato da una statuetta di avorio. In quel caso puoi conservarne l'immagine effettuando un calco e una riproduzione in gesso prima di effettuare la sepoltura dell'originale.

Sconsiglio invece di fare foto all'oggetto ottenuto con frammenti di animale e rimpiazzare con la foto l'oggetto. Infatti in questo caso, guardando l'immagine, visualizzi comunque i frammenti di animale morto, e ciò è in contraddizione con l'idea secondo la quale non si sarebbe dovuto mai fabbricare.
Il parallelo con l'esempio del calco della statuetta, nel caso di un vestito di pelle, sarebbe chiedere a un sarto di fabbricare un vestito identico, ma con materiale non animale.

14 luglio 2014

Firmi petizioni animaliste... Quindi sei vegan, giusto?

Firmate la petizione, poveri elefanti. Povere foche. Povere balene. Ok. Firmo.Certo che firmo. L'ho sempre fatto. Sono contrarissimo alla caccia.

Firmo, e oltre a firmare scrivo un pensiero rivolto a te, firmatario a favore degli elefanti commosso per l'animalone innocente e ingiustamente ammazzato, inorridito dalla zanna insanguinata in primo piano, indignato nel vedere l'uomo sullo sfondo con l'accetta in mano, incredulo su come anche esseri così cattivi possano appartenere alla razza umana.

La mia domanda è: tu sei vegan, giusto? Ah, meno male. Allora no, il pensiero non è rivolto a te. È rivolto agli altri, i firmatari non vegan. E cioè onnivori e vegetariani (intendo i vegetariani che misteriosamente lo sono per motivi etici, quelli che pensano che a livello globale sia possibile e sostenibile mangiare uova e latticini senza crudeltà).

Questa la mia domanda a costoro: se gli elefanti si riproducessero a iosa in allevamenti intensivi e non rischiassero l'estinzione saresti ugualmente contrario alla loro uccisione per il non necessario piacere di avere statuette d'avorio?

Ve lo chiedo perché ho la netta sensazione che la maggior parte di non vegan risponderebbe "no", e questo mi fa venire in mente buoi, agnelli, conigli etc torturati per tutta la vita e stipati in 2 metri quadri per il non necessario piacere di mangiare carne e latticini...

Spero di sbagliarmi... E spero che si diffonda più possibile l'abitudine di prendere decisioni e adottare abitudini basandosi su ciò che succede veramente e sulla realtà indagabile tramite una ricerca attiva, non solo basandosi sugli argomenti su cui si viene imboccati da televisione e passaparola su Facebook.

01 aprile 2014

Direttiva Europea 63/2010 su animali da sperimentazione e suo recepimento dell'Italia

Il Governo ha approvato la nuova legge sulla sperimentazione animale. È il recepimento della Direttiva Europea 63/2010.

Fra l'altro questa legge vieta l’allevamento di cani, gatti e primati per scopi di ricerca (comma 5 dell’art. 10). La cosiddetta "norma Green Hill".

Faccio una considerazione che dovrebbe trovare d'accordo sia persone pro-sperimentazione animale che anti-sperimentazione animale: vietare gli allevamenti di animali da sperimentazione senza che sia vietata la sperimentazione è una follia.

Infatti l'unica conseguenza è un probabile peggioramento della situazione: si continua a fare sperimentazione animale, ma con animali importati da altri paesi. E magari si tratterà di paesi nei quali non vigono le severe norme sugli allevamenti che vigevano in Italia e/o paesi in cui le regole vengono violate per via di un lassismo nei controlli.

Altro che "piccolo passo avanti" nella difesa degli animali, come ho letto.

I passi si fanno nella sequenza che consente di raggiungere i propri obiettivi. Sovvertendo tale sequenza si possono ottenere risultati opposti rispetto a quelli desiderati. Proprio come in questo caso.
È un dato di fatto: la sperimentazione animale, giusta o sbagliata che sia, è ben lontana dall'essere proibita. Quindi il suddetto divieto di allevare animali ha come unico risultato una potenziale maggiore sofferenza degli stessi

Altro che "diamo un segnale".
Un segnale a chi? Il segnale in questo caso è "Cari allevatori stranieri, quattrini in arrivo, la concorrenza italiana non vi dà più fastidio".

Altro che "il governo mostra di non essere insensibile alle richieste dei cittadini".
Altro che "qualcosa si è mosso".

Qualcosa si è mosso, e in questo modo non avrebbe dovuto muoversi, visto che il risultato è stato (potenzialmente) peggiorativo. Non sono in grado di dire in che direzione è giusto attivarsi. Ma non sapere cosa fare non è un buon motivo per agire a caso sotto l'impulso dell'emotività. E questo vale per gli attivisti, e soprattutto per i governanti.

Non vedi certo di buon occhio certi presunti "passi avanti" legislativi ottenuti grazie al clamore mediatico. Un governo che pur essendo a conoscenza di tutto quello che ho spiegato (perché non sono scemi) vara leggi-contentino per far finta di venire incontro ai manifestanti mi dà ragione di pensare che siamo in pessime mani.

03 febbraio 2014

Sperimentazione animale?

La sperimentazione animale (spesso abbreviata "SA" nei blog e forum in cui se ne parla) è un argomento controverso per due motivi:

- Pochi sanno cosa avviene veramente nei laboratori, visto che non è fra gli argomenti preferiti dei mezzi di informazione

- La maggior parte delle persone che parlano di questo argomento diffondono informazioni false e senza obiettività

- È un argomento delicato che si presta ad essere discusso sull'onda dell'emozione, che prende il sopravvento sul desiderio di conoscere la verità

A chi non ha voglia di raccogliere altri pareri rispetto a quelli a propria disposizione, e ormai ha già deciso quali sono i propri guru e le proprie fonti di informazioni ho poco da dire.

A chi invece vuole farsi un'idea che più possibile si avvicini alla verità nonostante il rischio di doversi ricredere, consiglio di discutere l'argomento sia in un forum anti-SA, sia in un forum pro-SA (intendendo  "forum" in senso lato, cioè un qualsiasi luogo online dove c'è la possibilità di discutere, ad esempio un blog con possibilità di commentare).

Un blog pro-SA i cui gestori mi sembrano in grado di sostenere una conversazione e parlare con cognizione di causa senza pregiudizi e senza insulti o snobbismi gratuiti nei confronti di chi si atteggia altrettanto educatamente è "A difesa della sperimentazione animale", il cui indirizzo è


Ripeto: i GESTORI. Su naviganti che visitano il sito e commentano naturalmente non posso dire nulla: anche fra loro c'è gente che non sa conversare costruttivamente. Ma per raggiungere il proprio scopo, e cioè una maggiore conoscenza, occorre lasciar perdere i polemici e dare attenzione chi è disposto a un vero dialogo.

Un blog critico sulla SA che ho scoperto recentemente è "Sperimentazione animale: riflessioni scientifiche", che si trova all'indirizzo


Riporto il commento di un gestore del sito in una discussione:

La lotta tra invasati non ci interessa particolarmente. È una cosa con cui purtroppo abbiamo a che fare da quando abbiamo deciso di aprire questo blog: avere a che fare da una parte con animalisti estremisti che utilizzano la scienza in modo improponibile e dall’altra pro-s.a. invasati, spesso altrettanto ignoranti, spesso paurosamente di parte, che difendono a spada tratta la s.a. senza se e senza ma.

Entrambi i blog sono gestiti da professionisti nel campo della medicina e della biologia.

Credo che per chi vuole farsi un'opinione sulla sperimentazione animale sia molto meglio visitare questi blog che raccogliere slogan o guardare foto di dubbia provenienza.

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E ora parliamo di  un argomento più specifico: la sperimentazione animale contestuale alla messa in commercio di nuovi prodotti che con buona approssimazione si possono dire inutili, visto che quelli già attualmente esistenti vanno benissimo. Vale a dire cosmetici e detersivi.

Immagino che le case produttrici dei suddetti inutilmente nuovi prodotti creino nuove molecole più che altro per questioni di markeing, per poter dire nei loro spot pubblicitari "nuova formula". Affanculo la nuova formula.

A tal proposito la legislazione ha fatto un mezzo passo in avanti, che puoi leggere a questa pagina del sito "AgireOra".

04 ottobre 2013

Per i vegetariani: occhio al caglio estratto dai cadaveri e alle gelatine!

Lasciamo stare i casi demenziali del tipo "Sono vegetariano, ma mangio il pesce", o bacchettamenti vegani già sentiti come "Chi è vegetariano per rispetto degli animali anziché vegano dovrebbe informarsi sulla sofferenza legata alla produzione di latte e uova".

In questo articolo do un'informazione ai molti vegetariani mangiatori di formaggio, che ho appena appreso da un utente di Facebook.

Riguarda un collegamento molto DIRETTO fra le produzione di certi formaggi e l'uccisione di animali (ammesso che gli altri riguardanti la produzione di latte non lo siano).

Per fare il formaggio ci vuole il caglio. Che origine ha il caglio?

Cito da Wikipedia:

Il caglio può avere origine animale, vegetale e microbica, mentre gli altri coagulanti non possono essere considerati "caglio" ma solo coagulanti

È considerato qualitativamente il migliore di tutti il caglio estratto dallo stomaco di vitelli, maiali o cuccioli di pecora o di capra. È con questo tipo di caglio che vengono prodotti tutti i formaggi DOP come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Caciocavallo Silano, Pecorino Romano e il Castelmagno e il Pecorino di Farindola.

Aggiornamento sulle gelatine

E le gelatine?
Se fra gli ingredienti di caramelle, gelati o altro leggete "gelatine", come fate a sapere se si tratta di gelatine animali o vegetali?
Se non è specificato, si tratta di gelatine animali.
Come lo so?
Da una conversazione su Facebook in cui si parlava di gelati vegani.
Una persona ha consigliato i Sammontana fatti con latte di mandorla. Un'altra ha risposto che gli stecchi hanno gelatina animale, cosa confermata dall'azienda.
Sigh.

03 ottobre 2013

Preservativi vegani (e cioè senza caseina)

Sei vegan?

Bene. Non ti va a genio l'idea di acquistare ed usare prodotti che contengano sostanze di origine animale. Pensando a questo la mente va di solito all'alimentazione, al vestiario, alle scarpe, alle trapunte, alle poltrone.

Purtroppo ai più sfugge che la caseina, proteina del latte, si trova nella maggior parte dei preservativi.

Fortunatamente esistono i cappucci vegani, delle segueti marche:

Glyde

ESP - Enjoyable Safe Pleasure

Pasante

Rfsu - Riksförbundet För Sexuell Upplysning

Questi profilattici per fare sesso vegano sono distribuiti fra l'altro dal noto sito Internet Comodo.it.

Li vuoi?


Nota: per ordini superiori a 44,90 euro le spese di spedizione sono gratuite.

02 ottobre 2013

Sei vegan per motivi etici? Occhio a questi alimenti

A molte persone che si dicono rispettose degli animali, vegan compresi, sfugge qualche "particolare" che puntualizzo quindi in questo articolo.

MIELE

Non mi risulta sia un cattivo alimento ed è possibile produrlo senza nuocere alle api, ma purtroppo nella produzione industriale di miele le api vengono trattate in maniera inumana, ad esempio con l'affumicamento.

OLIO DI PALMA

Attualmente produzione di olio di palma è sinonimo di enorme danno ecologico in Indonesia: per far posto alle piantagioni di palma da cui ricavare questo olio (usatissimo perché costa poco) vengono abbattute enormi quantità di foreste, con conseguente rischio di estinzione di scimmie ed altre specie animali. A tal proposito puoi guardare il documentario "Green" di Patrick Rouxell.
Esistono anche piantagioni di olio di palma gestite in maniera responsabile, ma si tratta di rare eccezioni. Nota: poiché questa notizia grazie al web si sta diffondendo, la dicitura usata dalle case produttrici di alimenti nell'elenco di ingredienti in sostituzione di "olio di palma" è "olio vegetale" o "grassi vegetali". Dunque se fra gli ingredienti leggi tali voci, hai la sicurezza che si tratti di olio di palma, altrimenti il tipo di pianta sarebbe stato specificato.

TARTUFO

La maggior parte dei tartufi vengono trovati grazie ai cani. E non sappiamo in che condizioni questi cani sono tenuti. È ragionevole pensare che, analogamente ai cacciatori che trattano i loro cani come oggetti, molti cercatori di tartufo facciano lo stesso, tenendoli a stecchetto in maniera da aumentare la loro voglia di cercare del cibo. Vedi inoltre l'articolo del blog Verona Animalista "La strage silenziosa. Centinaia di cani da tartufo vittime ogni anno del veleno".

26 agosto 2013

Prevenire la torsione di stomaco del cane

La torsione dello stomaco è una patologia che può mettere in pericolo la vita del cane.

Fattori predisponenti sono:
  • lassità dei legamenti dello stomaco (Boxer, Bulldog, Mastif, Mastino Napoletano sviluppano una lassità di tutti i legamenti, compresi quelli dello stomaco, se sono malnutriti o se si ammalano ad es. di cushing)
  • profondità del torace che dà allo stomaco ha una maggiore mobilità in rotazione (Doberman, San Bernardo, Alano, Setter); la conseguenza è che tale movimento di rotazione è favorito da corsa o gioco effettuati a ridosso della distensione dello stomaco, e cioè dopo i pasti.
  • patologie che ritardano lo svuotamento dello stomaco, ad es. ipertrofia del piloro (causata spesso dalla diffusissima gastrite), occlusioni intestinali, malattie neoromuscolari
Cosa fare, dunque, per prevenire la torsione dello stomaco nel cane, soprattutto se ha fattori predisponenti?
  • dargli pochi alimenti che provocano gonfiore di stomaco, quindi:
    • pochi alimenti secchi, ad esempio croccantini (che, essendo molto salati, sono seguiti dall'assunzione di molta acqua, che dilata lo stomaco)
    • pochi alimenti ricchi di fibra (la difficoltà di svuotamento dell'intestino può ripercuotersi a monte, dando una difficoltà di svuotamento dello stomaco)
    • poca pasta
  • dargli cibi a buona digeribilità
  • frazionare la razione giornaliera di cibo in 2 o 3 pasti
  • non far correre o giocare il cane dopo mangiato
  • curare eventuali gastriti e non sottovalutarne i sintomi
Se il cane ha una torsione dello stomaco di pochi gradi, ci si deve a maggior ragione attenere agli accorgimenti spiegati sopra; in più si può somministrare zeolite o carbone attivo per prevenire gonfiori; inoltre può essere utile una ciotola che rallenta l'ingestione di cibo, che quindi riduce l'eventuale ingestione di aria, anch'essa fattore di rischio in quanto provoca distensione dello stomaco.

Una torsione grave può provocare il collasso cardiocircolatorio in pochi minuti e si tratta quindi di un'emergenza chirurgica.

11 luglio 2013

Mangi carne? Allora non inorridire con questa foto

Subito dopo aver visto questa foto su un sito web stavo per affrettarmi a chiudere il browser. Poi però ho fatto uno sforzo, perché per guardare in faccia alla realtà a volte ci vuole uno sforzo.
La ripubblico qui, dedicando questo post a chi crede sia giusto mangiare carne di animali che possono dare tanto affetto come un maiale, un vitello, un coniglio, un agnellino, e al tempo stesso inorridiscono all'idea che in altri luoghi geografici vengano maltrattati, macellati e mangiati dei cani.
Io lo sforzo l'ho fatto per tenere gli occhi aperti e guardare la realtà. Le persone che mangiano carne, nel migliore dei casi, lo sforzo devono farlo per tenerli chiusi, gli occhi, e per inventarsi delle scuse a cui neanche loro credono.

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