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08 marzo 2018

Anche Paluani si è convinta a cessare l'uso di uova di galline allevate in gabbia

Paluani e le galline allevate in gabbia
Animal Equality tramite la sua newsletter denuncia l'azienda aluani, che alle richieste e domande riguardanti l'uso di uova di galline allevate in gabbia non ha fornito alcuna risposta.

Quindi l'associazione ha dato il via a questa campagna contro Paluani, intitolata "Paluani, una Pasqua crudele".

1° marzo 2018

Come suggerito da Animal Equality, chiamo l'azienda Paluani e chiedo se e quando smetteranno di usare uova di galline allevate in gabbia per i loro prodotti dolciari.
La signora che mi ha risposto dice che lei non è incaricata di prendere decisioni e non sa dirmi nulla in merito; puo solo passare la mia domanda all'ufficio produzione. Chiedo come faccio ad avere una risposta. Dice che devo richiamare a metà della settimana successiva, perché in quel momento l'azienda è molto occupata nelle certificazioni.

8 marzo 2018

Ecco, metà della settimana successiva è arrivata.

Richiamo Paluani, come suggeritomi. Mi era sembrato infatti di capire che telefonando oggi avrei potuto avere una risposta alla mia domanda, che pongo di nuovo. Voglio sapere se e quando Paluani dichiarerà pubblicamente una data precisa entro la quale cesserà l'uso di uova di galline crudelmente allevate in gabbia.
Ma l'addetta mi ripete le stesse cose della volta precedente. E cioè che il massimo che lei può fare è comunicare alla direzione quello che io le ho detto.
Dico che la mia è una domanda, chiedo come ottenere risposta. Dice che la risposta, se ci sarà, potrà essere letta sul sito dell'azienda o su Facebook.

E allora che mi ha fatto richiamare a fare?

Prima di salutarla le ho detto, da consumatore, che non acquisterò prodotti Paluani finché non sarà dichiarata una data entro la quale si cesserà l'uso di uova provenienti da galline allevate in gabbia.

Bah, se non lo hai già fatto firma la petizione su Change.org

Aggiornamento 8 marzo 2018

Cito dalla pagina FB di Animal Equality Italia:

Dopo un’intensa campagna durata solo 11 giorni, Paluani dichiara pubblicamente che non utilizzerà più uova provenienti da galline allevate in gabbia entro dicembre 2019. Leggi la notizia.

30 dicembre 2017

Mapaspeak - Puntata 20



Non acquistare braccialetti luminosi. La loro produzione, come quella di tutte le cose, comporta inquinamento.

Non usare petardi in città, perché spaventano i cani.
Anche i fuochi d’artificio rumorosi andrebbero aboliti.
Beh, anche quelli non rumorosi.
Insomma, non acquistare nulla di inutile. Ad esempio vestiti.
Occhio all’eticità dei vestiti troppo economici.

Possibile cancellazione a sorpresa dell’account Facebook - come minimizzare i problemi. Se sei un utente Facebook potrebbe capitare, com’è successo a molte persone, che il tuo account venga cancellato senza apparente motivo, e senza che tu sia stato segnalato per la violazione di alcuna regola. Strano ma vero. Matto ma vero. E non c’è modo di recuperarlo, perché l’assistenza FB praticamente non esiste, e quando esiste non pare dotata di grande competenza né intelligenza.
Se ti accade questo inconveniente, non perdi per sempre le foto e i filmati, perché le avrai salvate su un hard disk, immagino. Perdi però le tue chat (magari non te ne importa nulla) e il tuo diario (nel quale forse hai scritto cose che volevi conservare, proprio come i vecchi diari cartacei). Come non perdere i dati del tuo diario Facebook? Lo strumento di backup attualmente fa abbastanza schifo. Comunque ogni volta che scrivi qualcosa sulla tua bacheca che vuoi conservare, puoi copiarla e incollarla su un tuo blog, magari protetto da password e non indicizzato da Google. Quello sì, è facilmente scaricabile.
Altro problema che potrebbe presentarsi è l’impossibilità di accedere a un servizio a pagamento (ad es. un servizio di musica, tipo Spotify) per iscriverti al quale hai usato il tuo account Facebook. Magari hai pagato ad esempio una quota mensile, e non riesci ad accedere, perché il tuo account FB è stato cancellato. Ecco perché per gli altri servizi web, specialmente quelli a pagamento, non devi iscriverti usando il tuo account Facebook. Fai un’iscrizione con la tua email e una password.

La religione non rende più altruisti: Nel 2015 sulla rivista scientifica Current Biology è stato pubblicato uno studio che si occupa del rapporto tra religione e pro socialità. Dai risultati si evince che l'educazione religiosa sembra scoraggiare la generosità spontanea e aumentare le tendenze punitive. Ne parla Il Post in questo articolo.
Link dello studio:
http://www.cell.com/current-biology/abstract/S0960-9822(15)01167-7

Tante persone denigrano i politici in quanto corrotti. Ma se si prova a corrompere loro cosa succede? Succede che si capisce che l’hanno coi politici perché invidiano la loro possibilità di essere corrotti. Link all’esperimento:
https://www.facebook.com/theshowisyou/videos/1905085933059074/

Alle elezioni politiche non devi dare il voto utile. Devi votare il partito che ti piace di più. Non badare al fatto che non ha consensi sufficienti per vincere le elezioni. Lo scopo del tuo voto non è vincere le elezioni. Sei semplicemente chiamato a votare il partito che preferisci. Del resto, se la maggior parte degli italiani vota un altro partito, è giusto che quello per il quale voti perda.

02 novembre 2017

Il dannosissimo benaltrismo (spesso sommato presunzione e ripicca)

Qualche giorno fa ho scritto un post su Facebook. Si trattava di un invito a firmare una petizione presente sul sito www.polloitaliano.it.
Si tratta di una petizione creata da Animal Equality rivolta a Unaitalia, associazione di categoria che rappresenta oltre il 90% dell’intera filiera italiana di allevamento di pollame e conigli, per domandare che sia intrapreso al più presto un dialogo con le aziende leader del settore – in particolare AIA, Amadori e Fileni – affinché adottino politiche volte a ridurre la sofferenza di questi animali, che attualmente vivono in condizioni pietose negli allevamenti intensivi.

Commento di un mio FB-friend:

Marco so che la cosa non è cosi trendy come i polli e il trattamento da allevamenti intensivi ma io ti consiglierei di andare qualche volta a vedere come vengono trattati gli anziani umani nelle case di cura e in molti reparti ospedalieri dove per la maggior parte sono tenuti in vita solo perché in tal modo c'è il pagamento della retta alla struttura o al reparto ospedaliero molto spesso legati o intontiti da farmaci psichiatrici che vengono dati anche a ci non soffre di demenza senile perché in tal modo è più docile quando di fatto non si trasforma letteralmente in uno zombie.
Immagino che visto ci sono persone che si preoccuopano tanto di poveri esseri che sono comunque dotati di sensibilità e di capaci di sensazioni potranno anche capire quale sia la sofferenza e la perdita di dignità di un umano ultrasettantene o ultraottantene spesso legato al letto perché non disturbi e lasciato talvolta per ore letteralmente in mezzo alle proprie feci fino a che qualcuno non va a cambiare e con un catetere inserito nell'uretra con i problemi e di rischi di infezione che questo comporta anche se spesso non servirebbe ma che diventa molto più pratico da gestire per inservienti o altro personale che non debbono preoccuparsi di un anziano legato e non devono aiutarlo ad andare in bagno.
Ovviamente parto dal presupposto che un anziano umano abbia almeno gli stessi diritti di un pollo o di un maiale o di un vitello perché in quelle condizioni la sua vita è davvero simile a quella di un animale e la ua umanità dignità viene cancellata.
Ovviamente persone tanto sensibili da reclamare i giustizi diritti degli animali sapranno anche impegnarsi per tutelare quelli di umani la cui utilità per questa società non suite più e non come persona che pro produrre business per case di cure e posti di lavoro di coloro che degli anziani si occupano.
E forse persone così snellii dovrebbero pensare che c i potrebbero essere dei loro congiunti fra questi anziani e che se non succede loro qualcosa prima questa potrebbe essere la fine che molti potrebbero fare quando il tempo della loro gioventù e vita attiva finirà al termine.

Mia risposta:

Intanto hai firmato la petizione?
Il benaltrismo non dico sia dannoso quanto l'indifferenza, ma quasi.

Sua risposta:

Marco io credo che tu non ci senta oppure non riesca a vedere oltre al tuo naso invece di parlare di petizioni prenditi del tempo e vai tu a vedere cosa accade nei ricoveri per anziani e se hai tante energie da spendere a scrivere di petizioni su Facebook puoi dedicare il tuo tempo a fare volontariato in un centro ed alleviare direttamente la loro solitudine distrazione dolore cosi ti puoi rendere conto come certe volte i lager siano ancora oggi ppannaggo anche di molti esseri umani che non sono più utili a questa società oppure prenditi del tempo Invece diparlare di petizioni perché non ti prendi un girono ed il 15 novembre vieni con me a fare il banco alimentare dove di raccoglie cibo per chi non ha i soldi per poterne comprare oppure ti prendi una famiglia che nn può davvero permetterselo e provvedi tu a fare avere il cibo per mangiare

Mia risposta:

Benaltrismo + "fallo tu". Un bel mix.

Sua risposta:

No, semplicemente invece di parlare dei dolori dei polli vedi quelli degli esseri umani e se puoi fai qualcosa davvero invece di parlare o di firmare petizioni.
Io collaboro con il banco alimentare da 7 anni con quello farmaceutico da 3 dando del mio tempo ed esiste qualcosa di più importante. Tutti possiamo dare dei soldi ma investire il tempo vuol dire dare una merce più preziosa, perché il tuo tempo quando lo hai dato non torna indietro

Mia risposta:

Allora benaltrismo + presunzione. Ancora peggio.

1) Se esiste un problema di serie A non significa che i problemi di serie B siano da lasciar perdere. Se si ragionasse come stai ragionando tu, ci si occuperebbe solamente dei problemi maggiori. Anzi, del problema maggiore. Che non sarebbe neanche fra quelli che hai descritto tu. Gli anziani che vivono molto male verrebbero lasciati a sé stessi e ci occuperemmo solo di persone che vivono ancora peggio, e cioè ad esempio i prigionieri che ogni giorno vengono torturati in altre parti del mondo.
E i soldi delle casse dello Stato, che fine farebbero? Sicuramente guarire i malati è più importante che far funzionare i musei. Quindi neanche un euro ai musei finché non si è trovata una cura per tutte le malattie. Meglio dormire fuori al freddo che avere dolori dovuti a una certa malattia. Quindi neanche un euro ai senza tetto finché non si trova la cura per quella malattia. Ma vuoi mettere l'importanza di poter eseguire un'operazione chirurgica senza che l'ospedale venga preso d'assalto da un pazzo armato che vuole ammazzare tutti perché il suo dio Trallallà è grande? E che diamine. Allora ci ho ripensato: niente soldi alla ricerca medica finché non si è risolto un problema ben più grande: organizzare le forze dell'ordine in maniera da avere una protezione sicura al 100%. Inutile operare al meglio se c'è uno che viene a spararti mentre operi! E così via.
Questo è il benaltrismo.
E no, non si tratta di esempi esagerati. I danni che fa sono esattamente di questo tipo. Danni importantissimi. Come quello di non occuparsi di miliardi di esseri senzienti che ogni giorno vivono ingiustamente delle situazioni che si potrebbero evitare facilmente: basta smettere di comprare e mangiare quegli animali. Non comporta neanche il dispendio di tempo. Un po' come firmare una petizione, cosa che tu per ripicca continui a non fare.
Le azioni per buone cause non portano via tempo ad azioni per cause ancora più buone. Più probabilmente portano via tempo al cazzeggio, che a volte consiste nello scrivere commenti benaltristi (vedi su) e presuntuosi (vedi sotto).

2) Anvedi, oh, sto qui che mi bacchetta mentre sto facendo qualcosa di buono, solo perché non è la cosa più buona del mondo, credendo di sapere tutto di me senza invece sapere un bel niente... chissà come fa a sapere che io non conosco già le situazioni che crede di rivelarmi, e chissà come fa a sapere che io non doni il mio tempo anche per occuparmi di esseri umani. E insinua pure che faccio quello che faccio per il fatto che è trendy. Bah, non meriterebbe nessuna risposta, se rispondere non fosse uno spunto per scrivere un articolo e quindi poter inviare semplicemente un link se e quando in futuro leggerò fesserie del genere.

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...Insomma, il fatto che i problemi che affiggono il mondo sono molteplici non significa che tutte le persone di buona volontà devono concentrarsi sul problema più importante, lasciando indietro gli altri, meno importanti ma comunque importantissimi. È bene che ci sia un gruppo di attivisti che si occupi di problemi di prima priorità, e che pure esista un gruppo di attivisti che si occupa di problemi di seconda priorità, e anche un gruppo che si occupa di problemi di terza priorità. Ognuno a seconda della propria sensibilità. Cosa che il benaltrista non capisce, purtroppo, diventando così egli stesso un problema.

09 settembre 2017

iN’s Mercato mente ai consumatori sulle uova di galline allevate in gabbia

iN's Mercato (gruppo Pam)
Un logo più appropriato per
iN's Mercato (gruppo Pam)
Vorrei tanto non dover parlare mai di maltrattamenti animali. E cioè vorrei non essitessero. Purtroppo invece ci sono, e ci sono per uno sporco e semplice motivo: c'è chi ne ricava un profitto.

Non mi riferisco solo a chi organizza combattimenti di cani. Quelli sono delinquenti che già la gente riconose come tali, e sono responsabili forse di qualche decina di morti di cani all'anno.

Mi riferisco soprattutto a chi sottopone sistematicamente, quotidianamente, migliaia di animali - esseri senzianti come noi - a sofferenze che iniziano il gorno della loro nascita e si concludono nel giorno della loro morte, senza un giorno di pace nell'intera vita.

Ne ho parlato in Eurospin non dichiara pubblicamente "Basta uova di galline in gabbia", articolo in cui ho spiegato i motivi per i quali tanti consumatori, me compreso, partecipa al boicottagio di Eurospin dopo le ripetute ma inascoltate richieste sulla cessazione della vendita di uova provenienti da galline allevate in gabbia.

Purtroppo Eurospin non è la sola a macchiarsi di una condotta così poco etica nei confronti degli animali. C'è anche iN's Mercato, appartenente al gruppo Pam, che ha dato motivo a Animal Equality di lanciare questa petizione, che ti invito a firmare.

iN's Mercato non sta seguendo l'esempio di altre aziende che recentemente hanno reso pubblico il loro impegno a non approvvigionarsi più di uova ottenute con metodi crudeli, come ad esempio Coop, Lidl, Esselunga, Carrefour ed Auchan. Altri esempi sono Pam Panorama, Pam Local e Pam Franchising, mentre iN's mercato è rimasta l'unica catena del gruppo Pam che continua ad appoggiare una pratica di cui i consumatori devono assolutamente prendere coscienza per poter scegliere se acquistare quelle uova oppure evitare di rendersi complici di una logica tanto oscena, che riduce la vita delle galline a una prigione costante, una prigione così piccola da non consentire neanche l'apertura delle ali.

iN's Mercato ha fatto un'altra cosa molto grave: ha mentito ai propri consumatori.

Ha dichiarato il falso in un comunicato sulla propria politica relativa alle uova da allevamento in gabbia.

Infatti dopo una campagna che Animal Equality, aveva lanciato nel giugno scorso, nella quale informava i consumatori sul rifiuto di iN's Mercato di cessare la vendita di uova provenienti da galline allevate in gabbia, il 22 giugno l'azienda ha pubblicato sul suo sito un "impegno nei confronti degli animali", in cui affermava

“Le uova presenti nei punti vendita In’s Mercato, provengono già per lo più da allevamenti a terra o biologici, in cui le galline razzolano e si muovono liberamente. Le uova vengono controllate durante tutta la filiera di produzione in modo da garantire al consumatore requisiti igienici e di sicurezza alimentare elevati. Alcune referenze che non rispondono a questo standard sono in fase di smaltimento e non saranno più riassortite” manifestando quindi chiaramente l’intenzione di non approvvigionarsi più di uova di galline allevate in gabbia una volta esaurite le scorte"

Nel comunicato non si leggeva alcuna data precisa entro la quale la cessazione di quel tipo di uova sarebbe avvenuta.

Oggi possiamo dire che i forti sospetti sull'inattendibilità di quel comunicato sono confermati, a meno di non voler pensare alla vendita di uova non conforme al Regolamento (CE) N. 853/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004.

Quest'ultimo infatti stabilisce che

"Le uova devono essere consegnate al consumatore entro un termine di ventun giorni dalla data di deposizione".

Sono passati più di due mesi dal comunicato suddetto di iN's Mercato. Ma l'azienda continua a vendere uova provenienti da galline allevate in gabbia. Quindi, delle due l'una: menzogna o illegalità.

L'inaffidabilità che l'azienda ha dimostrato ha provocato l'indignazione di migliaia di persone che hanno contattato l'azienda per chiedere spiegazioni e per chiedere una condotta trasparente ed etica. Ma non è servito a nulla. iN's Mercato continua a vendere galline provenienti da animali maltrattati, e mantenendo sul proprio sito un comunicato in cui dichiara il falso.

A te la scelta se acquistare da un'azienda che mente ai propri consumatori oltre a farsi complici di un maltrattamento di animali che potrebbe essere evitato.

Aggiornamento: su suggerimento di Carolina Bertolaso, di Animal Equality, ho spedito una lettera a Arturo Bastianello, amministratore delegato del gruppo Pam. Ecco cosa gli ho scritto:

Bastianello, ho cercato di contattare lei ed altri suoi colleghi della direzione di Gruppo Pam ed in particolar modo di iN's Mercato, ma è chiaro che non avete intenzione di comunicare con i vostri clienti, per cui ho deciso di scriverle una lettera. Le ricordo ancora una volta che mentire ai consumatori in modo palese è gravissimo.
Il 22 giugno 2017 iN's Mercato ha pubblicato un annuncio sul proprio sito intitolato "L'impegno di iN's Mercato nei confronti degli animali: eliminare le uova provenienti da allevamenti di galline in gabbia" in cui si leggeva
"le uova presenti nei punti vendita In's Mercato, provengono già per lo più da allevamenti a terra o biologici, in cui le galline razzolano e si muovono liberamente. Le uova vengono controllate durante tutta la filiera di produzione in modo da garantire al consumatore requisiti igienici e di sicurezza alimentare elevati. Alcune referenze che non rispondono a questo standard sono in fase di smaltimento e non saranno più riassortite."
Secondo il regolamento (CE) N. 853/2004 del Parlamento europeo e del consiglio del 29 aprile 2004, che stabilisce norme specifiche in materia di igiene per gli alimenti di origine animale, "Le uova devono essere consegnate al consumatore entro un termine di ventun giorni dalla data di deposizione".
Se iN's Mercato avesse detto la verità, le uova di galline allevate in gabbia non sarebbero state più disponibili a partire dal 13 di luglio. Non solo questo non è accaduto e sugli scaffali di iN's Mercato continuano ad essere disponibili uova provenienti da allevamenti in gabbia... ma addirittura iN's Mercato continua a rifiutarsi di pubblicare una data per la cessazione della vendita di queste uova.
Potreste benissimo stabilire per esempio che entro il 2018 iN's Mercato non venderà più uova di galline in gabbia.
Esselunga, Auchan, Lidl, Coop, Carrefour e Pam Panorama hanno comunicato una data, e potete farlo anche voi. Il fatto che non lo facciate può significare una cosa sola: state semplicemente mentendo senza pudore.
DOVETE PUBBLICARE UNA DATA.

Mi darà retta?
Speriamo.

Tu intanto, se non l'hai già fatto, firma la petizione e diffondila.




Aggiornamento 18.9.2017:

Come da suggerimento letto nella newsletter di Animal Equality, ho telefonato all'ufficio centrale di Gruppo Pam (041 549 5111).
Ho chiesto informazioni sulla storia delle uova. Mi è stato risposto che per questo devo chiamare il centralino (041 - 86.90.111), e così ho fatto. La conversazione è andata più o meno così:

- Pronto?
- Salve, vorrei informazioni riguardo alle uova bla bla bla
- Per questo deve inviare un'email all'indirizzo info@insmercato.it.
- Ok, grazie, arrivederci.

Giorni dopo, dato che in realtà come altre persone avevo già contattato iN's Mercato via email, ho chiamato di nuovo. La conversazione è andata più o meno così:

- Pronto?
- Salve, vorrei informazioni riguardo alle uova bla bla bla
- Per questo deve inviare un'email al seguente indirizzo: ...
- Forse lo so già: è info@insmercato.it, giusto?
- Sì, esatto.
- Scusi, ma di solito entro quanto tempo rispondono?
- Non glielo so dire
- Glielo chiedo, perché ho già inviato un'email, e so che l'hanno fatto molte altre persone, ma senza risposta, dopo molti giorni.
- Probabilmente è dovuto al fatto che tante persone hanno scritto per chiedere la stessa cosa, e ci vuole tempo per rispondere
- In realtà se tante persone hanno chiesto la stessa cosa basterebbe scrivere la risposta sul sito Internet aziendale e dire a tutti velocemente "La risposta è questa qua".

- Non posso darle risposte in merito; io posso solo invitarla a inviare una nuova email, o ad appuntarmi e riferire quello che mi dice.
- Allora non mi rimane altro che chiederle di appuntare e riferire che queste non-risposte fanno fareall'azienda la figura di chi ha torto e sa di avere torto.
- Bene, riferirò
- Grazie, arrivederci
- Grazie a lei, arrivederci

Aggiornamento 19.9.2017:

Ho conversato via email con Flavia Cruciani di Animal Equality. Le ho confidato il mio timore per il fatto che un rappresentante di iN's Mercato potesse contrattaccare con un messaggio del tipo:

"Per l'ennesima volta gli animalisti mostrano la loro puntuale incoerenza, dimostrandosi né più né meno che dei buffoni esaltati con un sacco di tempo libero, e che vanno sbraitando delle tesi che si
demoliscono un un nanosecondo.
Ma come vi lavora il cervello? Cercate di convincerci a imitare altre catene di supermercati tessendo le loro lodi per il fatto che secondo voi non venderebbero uova di galline allevate in gabbia, mentre ovviamente le vendono eccome, all'interno di tantissimi biscotti e altri prodotti (e qui sì che quelle uova, vengono vendute a migliaia ogni giorno in ogni negozio, altro che decine o centinaia).
Non rompete le scatole a noi di iN's Mercato. Il nostro comportamento non è peggiore di quello degli altri. Gli altri dichiarano di aver cessato la vendita di uova e invece continuano a venderle tutti i
giorni, e se la ridono alla faccia vostra per avervi dato il contentino simbolico.
Meno male che voi siete quelli che fanno vedere al mondo quello che nessuno vede. Basta nascondere le uova all'interno di biscotti e il gioco di prestigio è fatto, e siete già contenti.
Questa vostra campagna animalista, più che far passare noi per cattivi, fa passare voi per persone che non vedono più lontano di un palmo dal loro naso, quindi persone da ignorare, cosa che non a caso abbiamo fatto fin ora e che continueremo a fare".


Flavia mi ha risposto in modo abbastanza esauriente. Cito dalle sue due email che mi ha inviato:

Il panorama del settore alimentare è vasto e variegato, per questo noi come dipartimento di sensibilizzazione aziendale dobbiamo avere un approccio multiplo, per avere il maggior impatto possibile.  
Quando parliamo di "utilizzare" uova da allevamento in gabbia, ci riferiamo ai produttori come Rana e Galbusera, che si sono impegnati a cambiare la tipologia di uova utilizzati nei loro prodotti. Quando invece parliamo di "vendita" delle uova, ci riferiamo ai supermercati e in questo caso la cessazione si riferisce alla vendita di uova fresche in guscio. Questo perché non è possibile, al momento, chiedere di più ai supermercati. Per eliminare l'utilizzo di uova da allevamento in gabbia all'interno di prodotti come i biscotti, a cui tu fai riferimento, ci rivolgiamo direttamente ai marchi di produzione (e quindi come dicevo ad aziende come Galbusera, Ferrero e tante altre). In questo modo possiamo ottenere entrambi i risultati, ma rivolgendoci a chi ne ha la responsabilità: i supermercati per quanto riguarda le uova in guscio e i produttori per quanto riguarda le uova utilizzate.


Capisco perfettamente la tua preoccupazione, ma fortunatamente un comunicato del genere non risulterebbe affatto vincente, per due motivi principali:

1) Le catene di supermercati che si sono impegnate a non vendere più uova da allevamento in gabbia stanno facendo molto più di quello che fanno iN's mercato o Eurospin per migliorare le condizioni di vita delle galline ovaiole, che invece non stanno facendo nulla in merito. È esattamente come se una persona che segue una dieta onnivora se la prendesse con un vegetariano perché continua a mangiare alimenti di origine animale: certo può farlo, ma che credibilità avrebbe? Non si potrebbe semplicemente ribattere che quel vegetariano sta facendo già molto per gli animali eliminando la carne e di certo più dell'onnivoro? Ti faccio questo esempio perché succede spesso, e una replica logica e coerente c'è eccome! Le critiche non ci spaventano assolutamente, soprattutto quando non hanno una base solida su cui poggiare.

2) Forse non lo sai, ma la vendita di uova in guscio dei supermercati rappresenta uno dei settori di maggiore acquisti e vendita di questo prodotto nel mercato. Ti faccio un esempio: un supermercato come Esselunga o Carrefour Italia in un anno commercializza dai 150 ai 250 MILIONI di uova in guscio (solo quelle vendute come uova, non parliamo di quelle contenute nei prodotti pronti), dunque la loro politica di abbandono degli allevamenti in gabbia per quanto riguarda la vendita ha avuto un impatto su centinaia di migliaia di galline (parliamo di una cifra che, combinando solamente l'impatto di queste due insegne, raggiunge e supera il milione di galline, ovvero oltre il 3% del totale allevato in Italia). Non ti sembra molto più di un "contentino simbolico" già di per sé? E soprattutto, se paragonato a quello che stanno facendo iN's o Eurospin, ovvero niente, non ti sembra ancora più d'impatto come cifra?

In ogni caso ti ringrazio molto della domanda, dobbiamo sempre tenere in mente le potenziali critiche ed essere pronti a controbatterle, quindi mi stai dando la possibilità di fare un esercizio utilissimo :) Fortunatamente in questo caso la possibile obiezione non ci spaventa affatto, visto che non sta in piedi agli occhi di chiunque ragioni in modo logico. Poi i contestatori ci saranno sempre, quelli che non vogliono ascoltare né capire, ma figurati: ci siamo decisamente abituati!

Aggiornamento felice 28.09.2017:

iN's Mercato, nella sua pagina Facebook, annuncia:

In's Mercato comunica ufficialmente che, a partire DAL 1° NOVEMBRE 2017, le uova provenienti da allevamenti in gabbia non saranno più presenti nei punti vendita. Qui il comunicato ufficiale: http://bit.ly/2xHNAVz

Era ora. 

09 agosto 2017

Consumo di uova biologiche = consumo etico? No.

Biologico non significa etico
Dialogo via email fra me e Carolina Bertolaso di AnimalEquality Italia...

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Ciao Carolna. Ma... Le uova biologiche sono necessariamente uova non provenienti da galline tenute in gabbia?

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Ciao Marco,

Per rispondere alla tua domanda: sì, le uova biologiche non possono provenire da allevamenti in cui le galline sono tenute in gabbia. Per essere considerate biologiche, le uova devono necessariamente compiere una serie di requisiti. Ti cito qui i più rilevanti per quanto riguarda le galline ovaiole.

Regolamento (CE) n 1804/1999 del Consiglio

Che completa, per le produzioni animali, il regolamento CEE n 2092/91 relativo al metodo di produzione biologico di prodotti agricoli e alla indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari

- Età minima per la macellazione del pollame: 81 giorni

- Operazioni quali la spuntatura del becco non devono essere praticate sistematicamente. Alcune di queste operazioni possono tuttavia essere autorizzate dall’autorità o dall’organismo di controllo per motivi di sicurezza al fine di migliorare le condizioni di salute, il benessere l l’igiene degli animali.

- Le condizioni di stabulazione degli animali devono rispondere alle loro esigenze biologiche ed etologiche; gli animali devono disporre di un accesso agevole alle mangiatoie e agli abbeveratoi. L’isolazione, il riscaldamento e l’areazione dei locali di stabulazione devono garantire che la circolazione dell’aria, i livelli di polvere, la temperatura, l’umidità relativa dell’aria e la concentrazione di gas siano mantenuti entro limiti non nocivi per gli animali. I locali devono consentire una abbondante ventilazione ed illuminazione naturale.

- 230 ovaiole max per ettaro quadrato

- Superfici coperte minime:
6 galline max / mq
18 cm di posatoio / gallina
8 galline max / nido - se nidi comuni: 120cm2/gallina
Superfici scoperte minime: 4mq / gallina

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Spuntare il becco per motivi di salute e igiene e benessere? Non l'ho capita.
E... Sei galline al metro quadro? Che felicità.

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Ciao Marco,

Purtroppo non c`è molto da capire, è semplicemente il modo in cui l'industria dello sfruttamento animale mette le mani avanti stabilendo dei criteri "fuffa" e mettendo chiaramente per iscritto che questi criteri possono cambiare a seconda delle loro esigenze. In parola povere, è solo e soltanto una presa in giro. Quando leggi "spuntare il becco per motivi di igiene e di benessere" leggi invece "per agevolare il lavoro degli allevatori e diminuire il rischio di infezioni, malattie e decessi (e quindi perdite economiche) dovuti al cannibalismo, a sua volta ovuto allo stress che deriva dal sovraffollamento. Sì, 6 galline al metro quadro. Sì, è terribile.

Ovviamente quello che poi non si racconta è che tutte le galline, sia quale sia il tipo di allevamento da cui provengono, finiscono al mattaoio e subiscono una morte atroce. Così come non raccontano il fatto che la morte per soffocamento, triturazione o semplicemente agonia di centinaia di milioni di pulcini maschi appena natiogni anno è una conseguenza assolutamente necessaria per il funzionamento dell'industria delle uova.

Ecco perché io ho smesso di consumare uova e prodotti contenenti uova otto anni fa :)

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Perché non mangiare uova

Questa infografica di EssereAnimali ti fa capire come stanno veramente le cose, con un'eccezione: l'acquisto da una persona che conosci e che tratta gli animali in modo davvero etico.

Insomma, se proprio vuoi mangiare uova, comprale da un allevatore che conosci e cerca prima di capire come tratta le galline!

07 luglio 2017

Eurospin non dichiara pubblicamente "Basta uova di galline in gabbia"

Vivere l'intera vita in una gabbia poco più grande del proprio corpo è terribile. Non solo si tratta di una tortura che neanche il peggiroe degli umani meriterebbe. Non la meritano neanche le galline, esseri senzienti come noi e che fra l'altro hanno un'intelligenza e una coscienza ben al disopra di quanto si crede.

Non che il destino delle galline negli allevamenti che razzolano liberamente nei prati sia simpatico: anche loro, quando non producono più abbastanza uova, vengono ammazzate e vendute come carne.

Ma la prigionia dall'inizio alla fine dell'intera vita dovrebbe suscitare l'indignazione anche delle persone che non si occupano abitualmente di diritti degli animali.

La pratica di tenere le galline ovaiole in piccolissime prigioni, che non consentono neanche di aprire completamente le ali è purtroppo ancora legale in Italia, ma ci sono aziende che hanno deciso di fare un piccolo passo di civiltà in avanti. Mi riferisco alle catene di supermercati che hanno scelto di smettere di vendere uova provenienti da galline allevate in gabbia, e che hanno dichiarato questo impegno pubblicamente.

Non è fra queste Eurospin, che alladata in cui sto scrivendo questo articolo non ha ancora fatto alcuna dichiarazione pubblica del genere nonostante le proteste ricevute telefonicamente, via Facebook e via email.

Le proteste continuano. Carolina Bertolaso, di Animal Equality, nella sua mailing list ha indetto la "Settimana contro Eurospin", e cioè una settimana di proteste ancora più serrate nei confronti di questa catena di supermercati, il cui rifiuto di una dichiarazione pubblica sulla rinuncia alle uova di galline tenute in gabbia non può non far pensare all'intenzione di fare dietrofront rispetto a decisioni prese per una minore sofferenza animale.

Aggiornamento 17 novembre 2017:

Ho chiamato lo 045 - 878.22.22, numero della sede centrale di Eurospin Italia.

La donna che mi ha risposto al telefono non mi ha fatto quasi finire la mia domanda sulal vendita di uova provenienti da galline allevate in gabbia, e mi ha indicato il numero verde 800.595.595, che ho
chiamato, e a cui mi ha risposto un operatore, che mi ha detto che non hanno le informazioni che cerco, per le quali devo chiamare lo 045 - 878.22.22.

Dunque chiamo di nuovo il n. 045 - 878.22.22.

Mi risponde la stessa operatrice, a cui spiego la cosa, e che mi chiede di aspettare un attimo (va a parlare con una persona). Dopo un po' torna e mi dice "Non abbiamo informazioni da dare".
Cerco di risponderle, ma non mi fa finire la frase e riattacca.

Chiamo di nuovo la sede centrale e, come prima, sento inizialmente la musichina di attesa. Stavolta però non solo inizialmente, ma per molti minuti. A un certo punto la telefonata si interrompe. Riprovo. Stessa musichina. Infinita.

Non hanno informazioni da dare. Clack.

Bah.

Bah, Eurospin Italia, bah.

Aggiornamnto 11 dicembre 2017:



Link della petizione: https://goo.gl/oUEsoJ

Nuovamente, io e tante altre persone abbiamo provato a chiamare la sede centrale di Eurospin, ma rispondono che "non hanno niente da dichiarare". Che è un altro modo per dire "Non ce ne importa nulla". L'unico linguaggio che capiscono è il calo del clienti che potrebbero avere. Per questo c'è bisogno che tutti siano informati e decidano anche in base a questo fatto se fare la spesa da Eurospin o no.
Animal Equality Italia ha indetto un'altra settimana di protesta contro Eurospin, dall’11 al 17 di dicembre. 

Per collaborare, visita la pagina Facebook di Animal Equality Italia.

E se ancora non l’hai fatto, firma la petizione online.

Aggiornamento 16 gennaio 2018:

Carolina Bertolaso, nella sua newsletter di Animal Equality, fa sapere che a San Martino Buon Albergo, comune della provincia di Verona che ospita la sede centrale di Eurospin, sono stati installati 24 impianti pubblicitari di protesta contro l'azienda nelle stazioni degli autobus di tutto il comune, che rimarranno fino al 28 gennaio.

Speriamo che serva a qualcosa!

Già, perché come ho spiegato sopra. interloquire con Eurospin con le buone sembra totalmente inutile. Fra l'altro Eurospin in questi giorni l'ha sparata proprio grossa, auto-attribuendosi cortesia e disponibilità.
Ne ho parlato nell'articolo del 9 gennaio scorso, intitolato "Eurospin si dichiara cortese. Uah uah uah!!!"

Aggiornamento 25 gennaio 2018:

Dalla newsletter scritta da Carolina:

[...] la nostra ultima azione contro Eurospin, l'affissione di 24 cartelloni proprio nel comune che ospita la sede centrale dell'azienda, sembra avere provocato il fastidio di qualcuno... eccone la prova!


Ovviamente mi sono già attivata per fare in modo che il cartellone venga sostituito il prima possibille. Non riusciranno a metterci a tacere! ;)

[...] l'amministratore delegato di Eurospin, Romano Mion, ha cominciato finalmente a dare delle risposte sensate alle nostre mail di protesta, ed una persona della nostra squadra ha ricevuto una mail in cui Mion dice che le uova di galline allevate in gabbia non saranno più in assortimento a breve.

Dopo nove mesi di incessante campagna, questa è la primissima volta che Mion dà cenni di stare lavorando alla questione.

La battaglia non è ancora finita. Che significa "a breve" ? Una dichiarazione che non indichi una data certa vale poco o nulla. Ma un passo avanti è stato comunque fatto. Speriamo di risolvere prima possibile...

Aggiornamento 13 febbraio 2018:

Nella newsletter di Animal Equality Carolina scrive:

[...] l'amministratore delegato ha recentemente iniziato ad affermare in alcune sue mail che Eurospin ha smesso di vendere uova di galline allevate in gabbia!

E invece uova di galline allevate in gabbia sono ancora in vendita nei supermercati Eurospin. E no, non può trattarsi di rimanenze: Carolina prima di inviare questo messaggio ha aspettato il tempo necessario affinché le rimanenze dovessero essere vendute o smaltite per scadenza.

Aggiornamento  23 febbraio 2018:

Ho scritto di nuovo a Romano Mion e all'ufficio marketing di Eurospin. Il mio messaggio:

Fin ora non ho ricevuto nessuna risposta da parte vostra. Chiedo per l'ennesima volta se e quando Eurospin cesserà la vendita di uova di galline allevate in gabbia. Questa crudeltà non può continuare.
Rispondetemi.

Mion mi ha risposto brevissimo messaggio. E io ho ri-risposto alle tre cose che mi ha detto (riportate qui sotto in viola), citando in vari punti anche un'altra email che ho ricevuto, quella che l'ufficio marketing di Eurospin aveva inviato a me e a migliaia di persone:

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> C'è scritto da qualche parte che devo rispondere a tutte le centinaia di
> mail che ricevo?
 
No, anche perché non è necessario.
Basterebbe scrivere la risposta sul sito Internet.

> Le uova da galline allevate in gabbia sono state eliminate dai nostri scaffali

Lei dice "Dai nostri scaffali", e non "Da alcuni nostri scaffali". Quindi il significato è equivalente a "Da tutti i nostri scaffali".

Ma allora si metta d'accordo con chi stamattina mi ha scritto un messaggio dall'email marketing@eurospin.it, dicendo una cosa ben diversa, e cioè

"abbiamo eliminato le uova da allevamenti in gabbia dalla nostra piattaforma logistica di Romentino (negozi del Nordovest) e nei prossimi mesi seguiranno le altre zone d’Italia".

Quindi le uova di galline allevate in gabbia sono ancora in vendita in molti negozi Eurospin.

Quindi uno dei due non dice il vero, esagerando in positivo o in negativo, e visto ciò che è successo fin ora posso farmi una idea abbastanza chiara su quale fra le due sia l'ipotesi più probabile.

E non è la prima volta che Eurospin scrive cose non vere: tempo fa Eurospin ha scritto a Carolina Bertolaso di Animal Equality che le uova di galline allevate in gabbia sono state eliminate dalla vendita (senza riferimenti a zone specifiche d'Italia, proprio come ha fatto lei adesso). Passati da quella comunicazione i giorni necessari affinché non si potesse dubitare che eventuali uova del genere fossero delle rimanenze, molte persone sono andate nei vostri negozi a controllare, verificando che erano ancora in vendita.

> spero che nessuno più mi scriva per questo argomento.

Come dicevo sopra, il modo per non ricevere troppe email esiste: visto che le domande sono sempre le stesse, scrivete la risposta una sola volta, e scrivetala pubblicamente. Non ci posso credere che abbia bisogno di un consiglio così banale. Ma va beh.

Comunque l'email che le sto scrivendo riguarda principalmente un argomento diverso, pur collegato al precedente: il vosto atteggiamento.

Riguarda questo argomento una seconda raccomandazione che potrebbe tornarle utile: non prendete in giro le persone. Se ne accorgono.

Un esempio di presa in giro da parte della vostra azienda, oltre a quello di cui ho parlato sopra? Le altre cose scritte nel suddetto messaggio che ho ricevuto stamattina, tipo
"Fino a ora non abbiamo risposto perché la nostra politica prevede di riconoscere solo i clienti come interlocutori, non i media né le organizzazioni  di qualsiasi genere". Eppure le email e telefonate che avete ricevuto provenivano anche da privati, non solo dallo staff di Animal Equality. E comunque non mi pare abbia alcuna giustificazione la scelta di non rispondere a qualcuno, si tratti di privati o di organizzazioni.

Oppure:
"Già al momento in cui ebbe inizio la campagna di Animal Equality, nel marzo 2017, avevamo in vendita un solo articolo di uova da allevamenti in gabbia sulle sei tipologie disponibili in Eurospin, più di qualsiasi altro operatore del canale discount"
...Come se vendere un prodotto etico giustificasse la vendita di un prodotto non etico. Ma che discorso è? Io non chiedo l'aggiunta di prodotti etici. Lo so che vendete anche uova etiche. Lo so che vendete anche carote. Non è la loro mancanza il problema. Io chiedo che i prodotti non etici vengano eliminati.

Oppure
"Animal Equality era a conoscenza fin dall’inizio della nostra intenzione di eliminare le uova da allevamenti in gabbia".
Bugia evidente: come avrebbe fatto Animal Equality a essere a conoscenza di ciò se nella stessa email c'è scritto che non rispondete a organizzazioni di qualsiasi genere, e perché sul sito web questa informazione non veniva data? Per "non cedere al ricatto", come scritto nella stessa email? Cioè per spirito di contraddizione nei confronti di questa associazione avete rifiutato di rispondere a tutte le altre persone? Suvvia. Chi volete che creda a 'ste baggianate? E da una parte è bene per voi che non ci creda nessuno, altrimenti fareste la figura del bambino di 4 anni.

Oppure
"ringraziamo i  nostri clienti più attenti, che sui social hanno difeso Eurospin, sottolineando quello che è evidente a chiunque frequenti davvero i nostri punti vendita, ossia la nostra posizione di precursori, all’interno del settore, nel proposito di eliminare le uova da allevamenti in gabbia".
Precursori? Guardi che non basta dire che una cosa è evidente per trasformarla in vera e per ottenere che l'interlocutore ci creda. Specialmente se, come è facile verificare, è falsa. Esselunga, Carrefour, Auchan, Pam Panorama e iN's Mercato, hanno preso le distanze dalle uova di galline allevate in gabbia già da molto tempo, e lo hanno fatto con un impegno chiaro, comprensivo di una data certa.

Oppure
"preferiamo non fare promesse vaghe, ma comunicare attraverso fatti concreti e verificabili"
Fantastico. Fatti concreti e verificabili. Ma in attesa (ahimè, lunga attesa) dei fatti concreti di cui si può fare una verifica (possibilmente senza bluff perché, vedi sopra, la gente controlla e se ne accorge), sempre meglio una promessa. Che non obbligatoriamente dev'essere vaga. E che è sempre meglio del silenzio o di un comportamento demenziale...

...Come quello riscontrato telefonicamente da me e da tanti altri: quando le persone chiamavano la sede centrale di Eurospin per informazioni relative alle uova venivano dirottati al numero verde. Quando chiamavano il numero verde ricevevano il suggerimento di chiamare la sede centrale. Quando chiamavano di nuovo la sede centrale spiegando che questo era stato suggerito dall'addetto del numero verde, la risposta era "Non abbiamo risposte da darle". Provare a rispondere a questa frase (anche pacatamente) era inutile, perché la vostra operatrice riattaccava in faccia.
Comportamento sbrigativo e maleducato giustificato dal non aver tempo da perdere?
No: se vogliamo farne una questione di perdita di tempo (dovuta comunque a una reticenza nello scrivere un comunicato veritiero sul sito) pronunciare quella frase avrebbe richiesto lo stesso tempo rispetto a un'altra frase che avrebbe fornito informazioni, del tipo "Cesseremo la vendita presto, di sicuro entro dicembre 2018". O anche "Eurospin fa come gli pare e se ne frega delle galline".

Insomma, prima di lamentarsi della comunicazione degli altri nei confronti della propria azienda bisognerebbe assicurarsi che la propria azienda comunichi in maniera veritiera e trasparente, eliminando le cause della protesta e del boicottaggio, anziché aggiungerne altre. Vale a dire comunicare senza aggravare la propria posizione prima col silenzio e telefoni riattaccati in faccia, e poi con messaggi di risposta che offendono l'intelligenza delle persone. Che per quanto potrà sembrarvi strano non solo hanno un cuore, ma anche un cervello.

Marco

P.S.: E a volte hanno anche un blog. Non avrà mica pensato che tutte queste parole le scrivessi per farle leggere solo a lei e all'arrampicatore di specchi del reparto marketing, eh.
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Aggiornamento 13 marzo 2008:

Carolina qualche giorno fa mi ha fatto sapere che il 3 marzo il servizio Clienti di Eurospin ha scritto via email a numerose persone che avevano protestato, chiedendo dove questi abitino e scrivendo:

"la mia richiesta era perché, avendo già eliminato le uova allevate in gabbie nelle aree: Valle D’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino, Emilia,  sud Calabria e Sicilia, volevo capire se potevo già rassicurarla che nel suo punto di vendita di fiducia, non c’erano più uova allevate in gabbia. Contrariamente se Lei non è di queste zone avvisarla quando anche nella sua area saranno eliminate (le stiamo eliminando in tutta Italia).
Per quanto riguarda il comunicato ho visto molti concorrenti fare comunicati, ma oggi nei loro scaffali in queste aree trovo ancora le uova allevate in gabbia.
Non sono meglio i fatti delle parole?"

Sarebbe bello sapere che finalmente Eurospin ha deciso di agire in modo corretto, ma purtroppo sono state trovate uova da allevamenti in gabbia dopo il 3 marzo in punti vendita di Lombardia, Veneto e Calabria.  Quindi non possiamo fidarci di Eurospin. Dobbiamo insistere per ottenere un comunicato pubblico e consultabile da tutti.

Dunque ho scritto nuovamente all'azienda il seguente messaggio.

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Sono state trovate uova di galline allevate in gabbia dopo il tre di marzo in punti vendita della Lombardia, del Veneto e della Calabria. Regioni in cui la vostra azienda, con un'email inviata a varie persone, ha dichiarato di aver già cessato la vendita di uova di questo tipo.
Non mi sembrate dunque titolati a criticare l'incoerenza dei vostri concorrenti scrivendo "Non sono meglio i fatti delle parole?".
Sì, sono meglio i fatti. Ma visto che i fatti non ci sono ancora, iniziamo dalle parole. Parole non via email, ma sul vostro sito. Ancora non si capisce bene cosa vi impedisca di scriverle lì. Io a dire il vero un'idea ce l'avrei: un impegno pubblico come una dichiarazione sul sito aziendale offre il fianco a uno sbugiardamento molto più clamoroso.
Altro che "cedere al ricatto", di cui parlavate settimane fa. Non si chiama ricatto. È una legittima richiesta per conto di chi non può difendersi e parlare. E il boicottare la vostra azienda è una legittima e naturale conseguenza di un comportamento come quello di Eurospin, che di nuovo dimostra di appoggiare pratiche crudeli e di nuovo dimostra di prendere in giro le persone.

SCRIVETE UN COMUNICATO SUL VOSTRO SITO CON UNA DATA CERTA PER LA CESSAZIONE DELLA VENDITA DI UOVA PROVENIENTI DA GALLINE ALLEVATE IN GABBIA IN TUTTA ITALIA.

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Aggiornamento 5 aprile 2018:

Dalla newsletter di Animal Equality apprendo che il direttore Marketing di Eurospin Luca Burgazzoli ha risposto ad alcune mail ricevute su questo argomento affermando che le uova di galline allevate in gabbia sono in fase di smaltimento in tutte le regioni di Italia a parte la Puglia, dove verranno comunque eliminate a breve.
E però... ancora niente impegno pubblico. Solo email private...

Aggiornamento 12 aprile 2018:

Le uova di galline allevate in gabbia non sono più presenti nei punti vendita di molte regioni di Italia. Segno che Eurospin ha dato retta... in parte.
Sì, in parte, perché senza un comunicato pubblico non c'è garanzia che l'azienda non tornerà a vendere uova di galline in gabbia in futuro.
Per questo, come suggerito nella newsletter di Animal Equality, ho scritto il seguente messaggio a Eurospin:

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Prendo atto della cessazione della vendita delle uova di galline allevate in gabbia da parte di Eurospin. Ma mi tocca anche registrare la vostra riluttanza a prendere un impegno pubblico.
Che potrebbe essere rappresentato dallo scrivere, sul vostro sito, una precisa dichiarazione, come "Eurospin non venderà mai più uova di galline allevate in gabbia". L'unico motivo che mi viene in mente per il quale continuate a rifiutarvi di scrivere una dichiarazione pubblica è conservare la
possibilità, in futuro, di tornare soi vostri passi.
SCRIVETE SUL VOSTRO SITO UNA DICHIARAZIONE PUBBLICA.
E no, un'email di risposta non è una dichiarazione pubblica, anche se inviata a molte persone.
Solo così sarete affidabili e me la sentirò, forse, di entrare in un vostro negozio.

15 maggio 2017

Animal Equality - iscriviti alla newsletter!



Ti invito, se non l’hai già fatto, a unirti alle tante persone che si sono iscritte alla newsletter di Animal Equality. Animal Equality è un'organizzazione internazionale per i Diritti Animali. In particolare, realizza investigazioni all'interno di allevamenti e macelli per smascherare le indecenti condizioni degli animali lì rinchiusi, spesso in violazione della legge, conduce azioni legali contro i responsabili e si impegna a sensibilizzare l’opinione pubblica e il governo per un cambiamento che elimini ingiuste sofferenze di esseri che come noi provano dolore, tristezza, paura.


puoi iscriverti alla newsletter, con cui 3-4 volte alla settimana i partecipanti vengono invitati a semplici azioni che richiedono meno di minuto, tipicamente la firma di un appello online. Più siamo, maggiore sarà l’impatto che otterremo. Clicca sul link, inserisci il tuo nome e la tua email e unisciti alle persone che chiedono il rispetto per gli animali. E condividi questo video.

21 maggio 2016

Mangiare prodotti animali moderatamente? NO.

Sorvolo su quelli che dicono "Ma io di carne ne mangio poca". E con "poca" intendono 5 volte a settimana. E magari non contano come carne i salumi e il sugo che mettono sulla pasta.
Sorvolo su quelli che siccome non mangiano la carne mangiano formaggio, che è anche peggio.
Sorvolo, in questo articolo, sull'aspetto salutistico. E mi focalizzo su quello ecologico.

Per prima cosa ti invito a leggere, se non l'hai già fatto, questo articolo di Repubblica, che cita un documento curato da Annamaria Procacci, consigliera nazionale ENPA.

E poi, alcune mie considerazioni e immagini metaforiche per rendere l'idea.

Il pianeta che abitiamo è messo male. E con un pianeta messo così male, se mangi prodotti animali, immagina questo: una famiglia è talmente indebitata da essere lì lì per andare in bancarotta e perdere la propria casa e tutti i suoi averi. E un membro di questa famiglia continua a sperperare i soldi, sostenendo che l'importante è moderarsi: "Non dico di andare al cinema e in pizzeria tutte le sere, ma almeno una volta a settimana... Non dico di andare in vacanza tutti i mesi, ma almeno un paio di volte all'anno... non dico di andare a mignotta tutte le sere, ma ogni tanto...". Ciò che è plausibile in una situazione normale può non essere una scelleratezza in una situazione tragica.
In questo momento essere moderati significa essere dei pazzi irresponsabili che arrecano un danno enorme alla colettività e alle generazioni future.

Se hai un enfisema e una broncopatia cronico-ostruttiva, il numero di sigarette da fumare non è moderato. È zero.
Se sei sovrappeso e cardiopatico, hai urgente necessità di perdere peso, quindi il numero di cannoli alla panna da mangiare non è uno ogni tanto. È zero.
Se hai la cirrosi epatica, il numero di bicchieri di vino da bere non è limitatissimo. È uno zero virgola zero zero zero.

O meglio, con la tua salute fai quello che vuoi. Ma quando si tratta di consumare prodotti animali, che vengono da allevamenti intensivi purtroppo ancora non proibiti, allora si tratta di tue azioni per il tuo piacere che danneggiano, oltre agli animali, le altre persone e le future generazioni.

No, non è solo colpa del legislatore che non vieta gli allevamenti intensivi.
Il fatto che qualcun altro dovrebbe fare qualcos'altro non è una giustificazione.
Il benaltrismo è spazzatura in questo caso come in molti altri. Inizia ad agire correttamente tu, e avrai una qualche probabilità di poter diffondere la stessa idea. Se la diffondi e al tempo stesso ti comporti in maniera opposta, la diffusione sarà fallimentare poiché non sei credibile.
La diffusione di questa idea è irrinunciabile se vogliamo che la salute della Terra migliori anziché continuare a peggiorare.

I dati sull'inquinamento non opinioni. I dati sono dati.
Dicono che se ti alimenti con prodotti animali non sei semplicemente uno che la pensa diversamente da me. Sei un irresponsabile. Puoi solo chiudere gli occhi per non vedere oppure accorgerti che alimentarsi con prodotti animali significa essere vandali dell'unico luogo che abbiamo in cui vivere.

Follia è aspettare delle leggi che arriveranno chissà quando (se arriveranno).

In questo mondo messo in ginocchio dall'inquinamento e dal menefreghismo, l'unico comportamento eticamente accettabile da parte del consumatore è cominciare da sé stessi: EVITARE DA SUBITO DI MANGIARE PRODOTTI ANIMALI COMPLETAMENTE.


A proposito di impatto ambientale degli allevamenti, segnalo l'articolo di Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale, che cita il documentario Cowspiracy e accusa le associazioni ambientaliste di dare al problema un'importanza marginale, e l'articolo di Andrea Pinchera, direttore comunicazione di Greenpeace Italia, che critica il documentario e difende l'associazione dalle accuse.

31 marzo 2016

Critichi la ragazza che si è fatta sterilizzare? Sarebbe da premiare.

In questi giorni ho letto l'articolo di Huffingtonpost su Holly Brockwell, giornalista inglese trentenne che dopo una battaglia legale durata 6 anni è riuscita ad ottenere da parte del servizio sanitario nazionale la sterilizzazione chirurgica, e l'articolo di Wired intitolato "Sono Mamma e difendo il diritto a sterilizzarsi delle donne".

Ho condiviso il primo dei due articoli su Facebook commentandolo così:

Tutti a dirle: ma sei sicura? La stessa domanda andrebbe però fatta anche e soprattutto a chi decide di fare figli.

Ne è nato un dibattito abbastanza lungo da potersi trasformare in articolo... ed eccoci qua.

Un commentatore, FB-Friend di un mio amico, ha risposto chiedendo perché la collettività dovrebbe pagare "per una sua scelta personale peraltro discutibilissima".

Questa la mia risposta:

Ai fini della legittimità di spendere soldi pubblici per questo intervento sarebbe rilevante il fatto che questa scelta sia proprio sbagliata, e non semplicemente discutibile o discutibilissima, visto che si può discutere praticamente su tutto. Scendendo nel merito: discutibile o no, per una questione del genere mi pare indiscutibile che l'ultima parola ce l'abbia la diretta interessata (che sicuramente ne ha già discusso abbastanza con gli altri e con sé stessa).
Quanto all'aspetto economico, la collettività in realtà ci guadagna. Spendere per un'operazione chirurgica è un piccolo investimento che viene ripagato negli anni successivi. Infatti quando si è superato una certa quantità di individui (ed è stato fatto ampiamente), ogni individuo rappresenta per la collettività un costo. Fra i tanti esempi che si potrebbero fare a riguardo, il più facile da capire è quello della disoccupazione, probema risolvibile solo in piccola parte con una buona politica (ma i politici non possono invitare a fare meno figli, perché non è politicamente corretto): se esiste un importante tasso di disoccupazione significa che esiste un numero importante di persone che non guadagnano, quindi non pagano tasse, quindi hanno diritto ai vari servizi esentasse come assistenza sanitaria, istruzione, spese legali in caso di torti subiti o commessi, etc., che la collettività pagherà al posto loro. E questo per un'intera vita. Altro che costo di un'operazione chirurgica.
Discorso poco romantico quello dei quattrini... io non lo volevo fare, ma sei tu che l'hai proposto. Se la matematica non è un'opinione, ecco la risposta alla tua domanda sul perché deve pagare la collettività. Deve pagare la collettività perché questa ragazza INVITA A NOZZE la collettività, assicurando alla collettività una spesa minore, non maggiore.
Colgo l'occasione per essere, a questo punto, ancor meno romantico (del resto un intervento chirurgico, con tutto quel sangue, quanto è romantico? Eppure può salvare una romanticissima vita... così come un intervento amministrativo può essere zero romantico e salvare il nostro bellissimo mondo)... A ragazze come questa dovrebbero essere dati incentivi statali come premio, altro che impedimenti. E pedate nel culo ai romanticissimi disoccupati che fanno 3 figli e zero calcoli.

Un altro utente ha commentato sulla veridicità del fatto che ogni individuo sia davvero un costo per la società, e ne è nato un dialogo di cui riporto i punti essenziali:

- Ogni individuo per la collettività è un guadagno; anche un disoccupato, che per quanto non guadagni contribuisce al gettito fiscale quando acquista un qualunque prodotto o servizio (IVA, accise...). In un sistema come il nostro, dove più che essere concittadini siamo consumatori, una persona in più è un consumatore in più... Solo i morti non consumano. La bassa natalità degli ultimi 30 anni ha avuto dei costi enormi: abbiamo perduto circa 6 milioni di italiani, il che ha creato necessità di immigrazione, con in costi notevoli sul piano sociale e educativo (e con l'enorme deflusso di denaro all'estero per le rimesse alle famiglie in patria che gli immigrati fanno sempre); inoltre pensa a quanto mercato interno ci siamo giocati: 6 milioni di carrozzine in meno da fabbricare, 6-12 milioni di passeggini, almeno 20 x 6.000.000 di paia di scarpe in meno... (fino a 17-17 anni si cresce e le scarpe si cambiano ogni anno) e così via per tutto il resto. Quanti posti di lavoro in meno, quante tasse in meno? Quei 6 milioni non sarebbero stati un costo: i servizi che lo stato dà hanno un enorme costo fisso che è in parte indipendente dal numero di persone che lo sfruttano

- Più persone significa più clienti se i soldi ci sono, ovvero se la disoccupazione non c'è. Oggi quasi tutti i posti di lavoro sono presi e il mercato è così saturo che fra professionisti e fra le aziende di ogni tipo è in atto una costante guerra dei prezzi. Quindi oggi con buona approssimazione si può dire che mettere al mondo un figlio significa in media mettere al mondo un disoccupato o sotto-occupato (importante considerare i sotto-occupati, che le statistiche spesso ignorano: se guadagni 5 euro l'ora lavorando 6 ore alla settimana allora un'occupazione ce l'hai, quindi non vieni conteggiato in una statistica sulla disoccupazione... furbissimo metodo per falsare le dimensioni reali di questo e altri problemi).
Una persona senza un impiego non ha denaro per pagare i beni e servizi di cui parli. E la soluzione non è "Per dare occupazione alle industrie di scarpe, fate più figli". Questo è accanimento terapeutico nei confronti dei negozi di scarpe. Non ce n'è bisogno? Non ce n'è bisogno. Chiudi, negoziante di scarpe, e smetti di fare figli anche tu. Chi eroga un bene o un servizio risolve un problema. Non è che per fargli un piacere devo creare un problema che poi lui deve risolvere. Altrimenti avrebbe senso auspicare l'aumento dei ladri per salvaguardare l'occupazione dei produttori di antifurto e nelle agenzie di sorveglianza.
Quanto ai costi fissi che lo Stato deve sostenere, sono quello che sono unicamente perché non può permettersi di spendere di più. Ad esempio gli ospedali e i carceri sono pieni.

- Ma anche chi non lavora in un certo senso paga le tasse: se hai una casa ci paghi l'IRPEF, e se non puoi pagarla te la mettono all'asta; se sei un barbone e con 5 euro ottenute mendicando compri da mangiare o un pacchetto di sigarette, circa la metà di quei 5 euro va allo Stato; se mangi alla Caritas il cibo è stato già tassato al momento del suo acquisto; non ha il medico di base e ha diritto all'assistenza sanitaria solo in caso di emergenza. Quindi anche un barbone è un affare per lo Stato.

- Ciò che dici in parte è vero, ma non può essere il punto centrale della questione. Quanto indotto economico portano i disoccupati alle ditte private, rispetto alle risorse che lo Stato deve dare loro per sopravvivere? Dai, non scherziamo. Senza contare che la disoccupazione aumenta (e per alcuni giustifica!) la delinquenza.

- Da un punto di vista matematico e logico hai tutte le ragioni, ma il nostro sistema è malato e produce proprio questi risultati folli. Ad esempio: lo Stato offre lavoro a persone che dovrebbero aiutare i disoccupati a trovare lavoro.... e voilà, la disoccupazione in quanto bisogno produce un mercato e un reddito. Il risultato è che ci sono persone che vivono grazie ai disoccupati. Anche il concetto secondo cui il numero di persone produce reddito è un'idea malata: negli anni 50-60 abbiamo creato una serie di bisogni indotti che ha fatto salire le richieste. Abbiamo indotto il bisogno di avere la macchina, ed è aumentata la richiesta di autovetture e si sono aperte altre fabbriche, si è creato lavoro e gli operai che producevano le macchine e poi se le compravano pure... Ed ecco che negli anni 80-90 la densità di autovetture pro capite in Italia era di gran lunga superiore a quella dell'Inghilterra, che non era certo un Paese più povero di noi. Il tutto a scapito della circolazione ferroviaria...

- Praticamente lo Stato "ri-impasta l'occupazione", fa supercazzole varie, ma se voleva ottenere lo stesso risultato facendo meno danno poteva dare quattrini ai disoccupati senza chiedere nulla in cambio. Brutto da dire, ma è inutile girarci intorno. Non mi servi. Cosa vuoi fare? Vuoi spazzarmi il garage? E' già pulito. Lo vuoi spazzare lo stesso? Guarda, tieni 10 euro, ma togliti di torno, preferisco.

Riassuntino: sì, siamo troppi. Fatevi sterilizzare.
E se volete bimbi (o anche ragazzi) adottate.
Vedi anche l'altro mio articolo su Psicoperformance "Più responsabilità, meno figli".
E anche l'articolo su questo blog "Sarebbe così facile capire perché non dobbiamo fare più figli!"

Beh, per chi ha la fantasiosa paura che la razza umana possa scomparire: non è che, anche se tutti prendessero coscienza del problema della sovrapopolazione, improvvisamente comparirebbe il problema del calo demografico. Il processo sarebbe comunque sfumato, e ci darebbe ovviamente il tempo di ricominciare a fare figli. Mi pare chiaro però che il momento giusto non sia adesso, e neanche fra poco tempo. Anche perché certa gente da quest'orecchio non ci sente. Si fa vanto del coraggio che ha di prendersi la responsabilità di essere genitore dimenticandosi che adesso fare un figlio è un atto di irresponsabilità nei confronti della collettività, a meno di essere economicamente benestanti al punto di poterlo far campare di rendita oppure avere un posto di lavoro da cedergli. Altra eventualità in cui un figlio sia una buona cosa è quella in cui faccia il bene della collettività. Ad esempio convincere molte persone a non figliare.

30 maggio 2015

Se vuoi diventare vegan ma non credi di poterci riuscire...

A volte sento degli onnivori che dicono che sarebbe bello e giusto diventare vegani, ma non ci riescono. Pur sembrandomi strano, ammettiamo come vero il fatto che tu non riesci a nutrirti senza sostanze animali. "Non riuscirci" può significare due cose:

- Non sai cos'altro mangiare e hai paura di una dieta troppo monotona

- Non riesci a rinunciare alle sostanze animali

Se non sai cosa mangiare basta che tu ti procuri delle ricette. Ne esistono a centinaia su libri e sui blog vegani.
Da quelle con ingredienti inusuali a quelle con ingredienti che puoi trovare tranquillamente in un comune negozio o supermercato. Da quelle raffinate, da grandi chef, a quelle semplicissime da preparare.

Vedi ad esempio "Nella cucina di Vegan Home", eBook gratuito edito da AgireOra.

Se non riesci a rinunciare alle sostanze animali, questa si chiama dipendenza. È quindi una patologia che, se davvero è presente, è opportuno curare.
Non sorprende, in particolare, che una persona abbia difficoltà nel rinunciare a latte e latticini, in quanto la caseina in essi contenuta dà appunto una forte dipendenza.
Il primo passo che ti consiglio di fare è rendertene conto e iniziare subito a cercare di liberare il tuo sistema nervoso da questo problema.

Ti suggerisco un sito che aiuta alla transizione da onnivori a vegan: Vegfacile.info.

18 maggio 2015

Liberazione di animali da allevamenti intensivi: la mia risposta a chi parla di vigliaccheria

Poco fa sul blog "In difesa della sperimentazione animale" ho letto l'articolo "Donare il 5×1000 per finanziare Reati".

Parlando dei ragazzi dell'associazione no-profit Essere Animali che hanno liberato alcuni animali dagli allevamento intensivi, l'autore sostiene che si tratti di vigliacchi e di sbruffoni in quanto dicono di fare disobbedienza civile e al contempo attuano strategie per "sottrarsi alle loro responsabilità", dove secondo l'autore "sottrarsi alle proprie responsabilità" significa cercare di non avere conseguenze legali. La giustificazione di queste affermazioni è che questi ragazzi rubano o dichiarano di rubare non più di 2 animali per volta (così facendo non si incorre nel reato di furto aggravato), e che le loro fotografie non mostrano inequivocabilmente il luogo dove è avvenuto il furto. L'autore sostiene inoltre che agiscano a volto scoperto per esibizionismo.

Non sono per nulla d'accordo con quanto affermato in questo articolo, ed ecco perché...

Riguardo la disobbedienza civile, l'autore dell'articolo suddetto cita l'esempio del filosofo statunitense Thoreau, che scrisse il saggio "Disobbedienza civile" mentre si trovava dietro le sbarre. Si può anche citare un esempio italiano, quello dei Radicali, che hanno fatto disobbedienza civile ai massimi livelli: commettevano il reato pubblicamente per farsi arrestare, con l'intenzione di essere processati, dichiararsi colpevoli ed essere condannati, e denunciavano le Forze dell'Ordine se queste facevano evidentemente finta di nulla e omettevano di arrestarli.
Ma una manifestazione non ha bisogno di essere così estrema per chiamarsi "disobbedienza civile", almeno stando alla semplice definizione che ho trovato su Treccani.it: "Il rifiuto da parte di un gruppo di cittadini organizzati di obbedire a una legge giudicata iniqua, attuato attraverso pubbliche manifestazioni". Non c'è alcun cenno sulla presenza o meno di strategie per tutelarsi da conseguenze giudiziarie.
Entrambe le forme di disobbedienza civile hanno un senso. Se il disobbediente è abbastanza famoso, anche farsi arrestare e processare può avere una efficacia divulgativa per via della risonanza mediatica che il processo potrebbe avere.
In caso contrario, farsi arrestare, processare e condannare potrebbe portare a conseguenze indesiderate, come andare in carcere, dover pagare le spese giudiziarie con soldi che potrebbero essere destinati a quella che il disobbediente ritiene essere una buona causa, avere più difficoltà in futuro a compiere lo stesso atto di disobbedienza civile e dunque una minore possibilità di diffusione delle proprie idee.

Sul concetto di responsabilità, aggiorno questo articolo dopo aver letto le parole di un commentatore che ha scritto "altrimenti non è molto diverso dai no expo che hanno distrutto milano o gli ultra olandesi che hanno rovinato roma, in entrambi i casi la disobbedienza veniva dal fatto che erano sicuri di non avere ripercussioni". Si tratta di un paragone niente affatto calzante, visto che quei vandali non erano intenzionati a mandare un messaggio sul miglioramento di un'istituzione, e la loro quindi non era disobbedienza civile. Per capire meglio può essere invece utile pensare a uno scenario della vecchia Cecoslovacchia, al tempo in cui vigevano leggi ingiustamente super-restrittive sugli espatri, e immaginare a un cittadino che aiuta un suo amico a fuggire e che poi di notte, senza farsi vedere, appende uno striscione in una strada trafficata con scritto "Ho aiutato [nome amico] a scappare da questa nazione che opprime i suoi cittadini. Viva la libertà e la democrazia!". Cos'ha fatto? Ha fatto disobbedienza civile. Crede di avere la responsabilità di quello che ha fatto? Certo. Lo rivela alle autorità? No. Quest'uomo, dopo aver fatto un'azione buona e aver lanciato un messaggio significativo, non vuole aggiungere inutilmente conseguenze nefaste per sé stesso e per la propria famiglia andandosene in carcere (cosa prevista dalla legge, ma ingiusta). Ciò non sarebbe responsabile, ma solo stupido.
"Prendersi la responsabilità" suona bene a livello retorico, ma in realtà è un'espressione ambigua. Quando si è commessa un'azione, non c'è bisogno di "prendersi" la responsabilità, visto che la responsabilità la si ha, punto. Poi bisogna vedere se si ha l'intenzione di farsi giudicare e punire per quell'azione, ciò che non è collegato univocamente con la propria integrità morale e con la propria coerenza.

Quanto a "vigliacchi", termine che fa riferimento a un aspetto etico, non credo sia sufficiente sottrarsi alle conseguenze giuridiche di un reato che si è commesso, per essere meritevoli di questo appellativo. Il diritto è una cosa, l'etica un'altra. Chiamando una persona "vigliacca" si sottintende che si stia sottraendo alle conseguenze di una sua azione *eticamente* inaccettabile. Cosa questi furti non sono, almeno secondo la buona fede di questi ragazzi.

In fine, mostrarsi a volto scoperto non credo significhi in questo caso esibizionismo, ma volontà di mostrare che non ci si deve vergognare di remare contro un sistema consolidato e bisogna anzi andarne orgogliosi. Inoltre mostrarsi a volto scoperto serve a creare una maggiore attrattività agli occhi dei naviganti affinché seguano più volentieri queste notizie, con conseguente maggiore loro diffusione.
Per lo stesso motivo gli articoli di giornale sono affiancati da delle foto, gli studi dei telegiornali fanno collegamenti con gli inviati sui luoghi dov'è successo un fatto.
Potrebbero essere date le stesse notizie e con gli stessi dettagli anche senza immagini, che però hanno un importante ruolo estetico, fondamentale nella comunicazione.

27 gennaio 2015

Olio di palma: Barilla lo difende, ma non mi risponde

Da qualche anno una grande quantità di pagine web invita a non acquistare alimenti contenenti olio di palma per motivi ambientali: le multinazionali produttrici di alimenti confezionati che fanno uso di olio di palma sono responsabili della distruzione di foreste, in particolare nel sud est asiatico, per far posto alle palme da cui si ricava un olio la cui produzione è economicamente conveniente.

Nel dicembre 2014, cercando sul web sono finito su una pagina di Barilla che difende la produzione di olio di palma... Dopo averla letta sono andato sulla pagina dedicata ai contatti, ho cliccato su "Vorrei fare una domanda sulla sostenibilità di Barilla" e ho compilato il form scrivendo un messaggio con alcune riflessioni. È passato più di un mese e non ho ricevuto risposta. A questo punto il mio messaggio lo pubblico qui... magari potrà diventare oggetto di discussione online.

Buona lettura (se ti va).

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Salve. Qualche tempo fa ho letto, su questa vostra pagina

http://www.barillagroup.it/corporate/it/home/media/posizioni-aziendali/210613-olio-di-palma.html

che rispetto alla produzione di tutti gli altri olii vegetali, la produzione dell'olio di palma è la più ecologica in quanto: comporta minori emissioni di CO2, necessita di minori fabbisogni idrici e a parità di resa produttiva necessita di superfici da coltivare 6 volte inferiori.

Qualcuno, in reazione a ciò, potrebbe pensare che evviva, non deve più rinunciare a quello o a quell'altro snack così gustoso e a decine di alimenti e saponi che contengono olio di palma.

Per invece me è tutto il contrario. Il pensiero che mi viene in mente è: se anche adottare la migliore soluzione possibile per la produzione di olio alimentare sta comportando inaccettabili disastri ecologici (deforestazione e morte di scimmie, elefanti, etc), allora cosa possiamo fare?

Questa la soluzione: produci olio vegetale dalla pianta che preferisci, e al tempo stesso smetti di disboscare.
Esiste un limite al numero di litri di olio producibili annualmente nel pianeta senza fare danno. Questo limite a quanto pare è già raggiunto.

Cresce la domanda di saponi? Cresce la domanda di biscotti e snack? Pazienza. Se ti è possibile, produci biscotti e sapone senza olio di palma (e senza nessun altro tipo di olio, a questo punto). Altrimenti produci altro. L'olio è finito. Come gli ulivi, le palme sono spoglie. Si aspetta che tornino a produrre.

Le idee che avete appena (spero) letto fra qualche giorno potrebbero essere scritte in un articolo che scriverò su un mio blog. Prima di pubblicarlo mi pareva giusto scrivervi per sapere se avete qualcosa da dire in merito.

Immagino che, se risponderete al mio messaggio, mi parlerete dei metodi di produzione rispettosi delle linee guida definite dalla Tavola rotonda per l'olio di palma sostenibile (RSPO).

Colgo l'occasione quindi per chiedervi: in cosa consistono queste linee guida?
L'unica linea guida concretamente utile che mi viene in mente è la regola che ho esposto sopra: si usa lo spazio che c'è già e non si disbosca più. Ma forse mi sfugge qualcosa, e vi chiedo gentilmente di segnalarmelo.

Da ricordare, comunque, quanto scritto su una pagina del sito svizzero del WWF (http://www.wwf.ch/it/progetti/cooperazione/tavola_rotonde/olio_di_palma/):

Gli standard della RSPO sono lungi dal rispecchiare le richieste del WWF in tutti i punti. Esso ritiene pertanto che le linee guida elaborate nell’aprile 2013 non arrivino al punto. Ad esempio, il WWF è deluso dal mancato divieto dell’utilizzo di pesticidi pericolosi come il paraquat e della trasformazione di terreni torbosi. Ma poiché ad oggi solo circa la metà dell’olio di palma certificato trova un acquirente, non è stato possibile convincere la maggior parte dei produttori ad aderire a criteri più severi.

Pertanto il WWF invita le aziende responsabili a svolgere un ruolo pionieristico e dimostrare la loro leadership nell’attuazione delle nuove linee guida: nell’ambito del RSPO dovrebbero impegnarsi in favore di azioni e criteri aggiuntivi (ad es. la rinuncia a pesticidi pericolosi, il divieto di trasformazione di terreni torbosi in piantagioni) nonché imporre il proprio reporting e pretenderlo dai rispettivi fornitori.

A voi la parola

Grazie anticipatamente per la vostra risposta

[non è arrivata... pazienza]