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11 giugno 2017

La parola "Pedofilo" indica una parafilia, non un comportamento

il pedofilo è attratto dai bambini; non necessariamente li molesta/violenta
Il 23 maggio scorso ho visto su Facebook un video di una persona che nel suo sito offre un servizio di ripulitura della reputazione sul web.

In questo video racconta di un barista che era stato diffamato. Non è ancora chiaro (che io sappia) da quale imbecille sia partita la diffamazione; sta di fatto che migliaia di utenti utonti avevano creduto a una balla inventata su di lui e l'avevano diffusa. E cioè avevano diffuso il consiglio di non accettare la sua amicizia per il fatto che si trattava di un pedofilo che inviava foto sconce.

Di nuovo, è emersa la colpevole frettolosità con cui tanta gente inoltra pesanti accuse senza verificarne la plausibilità. Non solo: c'è chi dichiara apertamente di rendersi conto che la notizia potrebbe essere falsa, ma nel dubbio ritiene giusto diffonderla. Cito: "Allora, questo signore è [nome e cognome], lui dice di no, ma posta un sacco di foto pornografiche, attenzione, possibile pedofilo, se è vero non accettate l'amicizia, se è una bufala lo sapremo. Se è vero che fai ste pocherie, ti vengo a prendere a Parma, o dove sei, non ti vergogni, foto con bambini in scene da... vergognati [foto della persona diffamata]"

Per difendere la reputazione del diffamato, cosa dice nel suo video il suddetto ripulitore di reputazioni?

Dice cose giuste, mi verrebbe da dire banali, e che però a quanto pare per tante persone non lo sono...

...ma dice anche una cosa sbagliatissima, che va nella direzione opposta rispetto alla missione che dice di aver scelto.

Da come parla sembra che la parola "pedofilo" indichi una persona che molesta o violenta sessualmente i bambini, o che diffonde foto di pedopornografia. Indica in generale i pedofili (e anche i sospetti pedofili!) come persone contro cui è normale inveire. Ad esempio, dice:

"...migliaia e migliaia di messaggi dei peggiori; immaginate cosa direste ad un pedofilo o sospetto tale”

Questo tipo di errore è analogo a dire che "omosessuale" significa "molestatore o violentatore delle persone dello stesso sesso".

Per questo motivo gli ho scritto un'email spiegandogli il suo errore di comunicazione e invitandolo a sostituire il suo video. Sfortunatamente non ha voluto darmi retta e, per questioni di efficacia del messaggio (che in realtà si sarebbe potuta ottenere anche esprimendosi in maniera corretta), ha voluto mantenere online il suo appello altamente diseducativo nei confronti di tutti i destinatari e offensivo e socialmente penalizzante nei confronti di tutti i pedofili onesti.

Cosa ho detto??? Pedofili onesti???

Ti pare un ossimoro?
Anche dopo quello che ti ho spiegato sopra?
Se sì, vuol dire che anche tu sei caduto nella trappola comunicativa messa in atto da una valanga di ignoranti o di persone a dir poco superficiali come il tizio di cui sopra.

Allora te lo spiego meglio.

La pedofilia non è un comportamento, ma una parafilia.

"Parafilia" significa avere un’attrazione anomala. Fra le varie parafilie, la pedofilia si può considerare una patologia, dato che fa vivere male chi ne è affetto, costringendolo ad accettare una condizione di insoddisfazione se non vuole trasformarsi un criminale.

Un pedofilo è tale perché si sente attratto sessualmente dai bambini, non perché fa sesso coi bambini.

La maggior parte dei pedofili probabilmente frenano il loro impulso perché non vogliono arrecare ai bambini un danno. Ma, per l’atteggiamento di tantissime persone nei confronti di tutti i pedofili (anche quelli innocenti), questi sono spinti a sentirsi in colpa per la loro condizione, a mantenere segreta la loro pulsione e quindi a non chiedere aiuto.

Per evitare questo basterebbe usare le parole adeguate. Essere efficaci nella comunicazione persuasiva è un diritto; non farne un uso dannoso è un dovere.

È così difficile evitare di usare il nome di una malattia per descrivere un crimine? Quando si allude a una persona che abusa sessualmente di bambini, è così difficile dire “molestatore / violentatore di bambini” ?

Ogni volta che usi la parola "pedofilo" per indicare un pedofilo criminale, sei allo stesso pari di chi usa la singola parola "albanese" o "rumeno" per indicare gli albanesi e i rumeni che fanno rapine o rubano negli appartamenti.

I criminali vanno condanati; i malati vanno aiutati e non stigmatizzati; se identifichi il fatto di avere una malattia col fatto di essere un criminale, il criminale sei tu.

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Il servizio delle Iene

Anche le Iene hanno parlato di questo fatto commettendo, pur in maniera più lieve, lo stesso errore. Infatti, parlando di un hacker ingaggiato dalla vittima di diffamazione, la Iena Dino Giarrusso dice:

"Per prima cosa gli chiediamo come faccia ad essere così sicuro che non si tratti davvero di un pedofilo"

...sottintendendo, con quel "davvero" riferito alla diffamazione, che essere un pedofilo è lo stesso che essere una persona come quella descritta nei post diffamanti.

Ho così scritto alla redazione delle Iene il seguente messaggio:

Ciao.
Pochi minuti fa ho visto il vostro servizio andato in onda domenica scorsa sul barista vittima di una bufala su Facebook.
Nel vostro lodevole intento di difendere il ragazzo avete commesso un errore semantico. La iena Dino Giarrusso parlando della conversazione con l'hacker che si occupa di reputazione online, dice
"Per prima cosa gli chiediamo come faccia ad essere così sicuro che non si tratti davvero di un pedofilo"
...sottintendendo, con quel "davvero" riferito alla diffamazione, che essere un pedofilo è lo stesso che essere una persona che si comporta come descritto nei post diffamanti.
In questo modo avete fatto un errore che commettono in molti, e che chi si occupa di comunicazione ha il dovere di scoraggiare. E cioè alimentare l'idea secondo cui la parola "pedofilia" indicherebbe un comportamento, mentre non è così. La pedofilia è una malattia che fa sentire la persona attratta sessualmente dai bambini. Questo non significa che tutti i pedofili reagiscano a questa attrazione commettendo violenze o molestie con mezzi telematici o materialmente. Probabilmente la maggior parte dei pedofili non cede al proprio impulso, sapendo che è meglio rimanere insoddisfatti che arrecare un danno.
Al disagio per questa situazione si aggiunge questo equivoco linguistico che si è trasformato in un equivoco sui fatti. Dunque immagino che la maggior parte dei pedofili, anche quelli che non hanno commesso e non hanno intenzione di commettere alcun reato, non parlino con nessuno di questo loro problema, sentendosi presi di mira potenzialmente da tutti.
In questo caso, per educare la popolazione a non pensare troppo affrettatamente occorre iniziare dal corretto uso delle parole.
Vi invito dunque a rettificare il vostro messaggio e anche a fare un servizio in cui spiegate la differenza fra il concetto di "pedofilo" e il concetto di "violentatore / molestatore di bambini".
Che ne dite?
Grazie anticipatamente per la vostra risposta


Ma ad oggi, e cioè dopo più di 2 settimane, nessuna risposta è arriva.

Insomma, oltre al problema dei criminali e dei diffamatori bufalari c'è il problema dei diseducatori che con l'intento di risolvere un problema ne creano un altro, e non vogliono saperne di cambiare atteggiamento.
Di conseguenza non hanno tutta quell'autorità a parlare di corretta comunicazione di cui si ergono a paladini.

07 aprile 2017

Perché si usano termini anglofoni al posto di quelli italiani

Dopo aver fatto notare a un noto marketer italiano che sarebbe meglio non usare il verbo "performare", mi è stato detto che questo verbo esiste.
Ho controllato il vocabolario Treccani, e c'è davvero "performare". Questa scoperta mi ha deluso.

Perché?

Che bisogno c'era di storpiare l'inglese quando c'è già un verbo italiano, e cioè "funzionare", che esprime già quel concetto?

A volte è per abbreviare (le parole inglesi spesso sono più corte), a volte è per mantenere delle frasi fatte nate in inglese e che tradotte farebbero perdere lo spirito umoristico, ma non è questo il caso.

Forse un giorno capirò. Magari c'è un articolo di un blog che ne parla. Se lo trovate, forwardatemelo (già, io ci scherzo, ma esiste anche chi ha usato un'espressione del genere... Fin dove è capace di spingersi quella che alcuni chiamano "evoluzione della lingua" ?).

Il ragazzo in questione mi ha detto che "funziona" non gli dà lo stesso effetto emotivo di "performare".

Perché?

Ritengo interessante analizzare il vero motivo per il quale il motivo per il quale certe parole storpiate dall'inglese vengono considerate più efficaci dagli alcuni italiani (parole magari incluse nei vocabolari italiani, probabilmente per rassegnazione dei loro autori).

Secondo me il motivo risiede nel fatto che questi italiani hanno letto spesso testi in inglese o sono stati molto contatto con persone che storpiavano l'inglese. La sensazione di maggior efficacia deriva dal sentirsi ganzi per via dell'anglofonismo (più o meno inconsciamente), e non per l'etimologia della parola.

C'è anche un altro fattore: l'invasione degli anglofonismi e l'abitudine al loro uso tende a cancellare dalla memoria i relativi termini italiani, che non sono per nulla complicati. Chiedi a 10 informatici il significato italiano di "Performance", e almeno sei o sette ci penseranno un bel po', magari per dirti che è intraducibile con una singola parola italiana. Poi, quando gli dici che esiste "prestazione", faranno una faccia come dire "Uh! Come ho fatto a non pensarci, era così semplice!"

Non ci hai pensato non perché hai un Alzheimer giovanile, ma perché molti termini inglesi che si aggiungono al vocabolario italiano, anziché arricchirlo, lo sostituiscono nella testa di manager aziendali, marketer e informatici, che se continuano così si trasformeranno in un popolo di gente ridicola agli occhi delle persone che, colte o ignoranti, parlano italiano.

31 gennaio 2017

Le parole "furbo" e "furbetto" al posto di "truffatore"

Il linguaggio dice molto sulla mentalità di una persona o di un gruppo di persone. Ad esempio una nazione.

La parola "furbo" è nata con una connotazione simile a "intelligente". In più rispetto a quest'ultima dà un'idea di divertimento derivante dalle trovate, più o meno bizzarre, del soggetto in questione. Nessuna connotazione negativa.

Eppure oggi in varie occasioni si usa la parola "furbo" e "furbetto" per indicare le persone che hanno compiuto atti disonesti.

Ad esempio, per indicare gli impiegati comunali che timbrano il cartellino e poi vanno a fare la spesa anziché a lavorare, si dice "i furbetti del cartellino", quando invece, trattandosi di truffa, si dovrebbe dire "i truffatori del cartellino". Lo so, quando si usano parole come "truffatore", "ladro" o "assassino" si rischiano querele anche se la colpevolezza di quella persona è provata ed evidente. Ma insomma si usino altre parole. Si eviti l'uso di parole a connotazione positiva!

...Perché così come il linguaggio è influenzato dalla mentalità, vale anche il contrario: la mentalità è influenzata dai concetti e dalle connessioni fra concetti che vengono elaborati, e quindi anche dal linguaggio. E se ci si abitua a esprimersi con errori come quelli che ho descritto sopra, si rischia di andare incontro a una mentalità distorta almeno sotto due aspetti:
  • le persone che grazie alla loro intelligenza, più o meno bizzarra, riescono a ottenere dei vantaggi per sé stessi, faranno pensare a qualcosa di disonesto a prescindere
  • le persone disoneste verranno in parte apprezzate per la simpatia suscitata dal loro modo di rubare, truffare, etc.
Eh no. Furbizia e disonestà sono due cose ben distinte. E questi due concetti distinti devono rimanere. Che poi possano essere presenti contemporaneamente è un altro discorso.

Ma se parlate di un truffatore, per favore, non chiamatelo furbetto. È un ingiusto complimento per lui e un ingiusto insulto nei confronti di quei furbi che non fanno nulla di male.

14 gennaio 2017

Ah, allora auguri in ritardo... mentale

Immagina un dialogo del genere:

- Ti auguro di aver passato una buona vacanza, la settimana scorsa!
- Grazie!

Strambo, ti pare? Certo che è strambo. Perché un augurio è la manifestazione di un desiderio tipicamente riferito al futuro. Non è semanticamente sbagliato usarlo per parlare del passato, ma in questo caso di solito si indica affettuosamente sé stessi come beneficiario del desiderio, indicando che l'eventuale bene dell'interlocutore farebbe piacere a chi sta parlando:

"Mi auguro che tu abbia passato una buona vacanza, la settimana scorsa!"

La scelta di attribuire il beneficio a sé stessi indica come l'augurio comunque in un certo senso debba avere a che fare col futuro, perché chi parla non sa ancora com'è andata la settimana di vacanza, e augura a sé stesso di venire a sapere che la propria speranza corrisponda a realtà quando gli verrà raccontata.

Di qui l'ulteriore strambezza della risposta "Grazie!", dato che plausibilmente l'interlocutore voleva appunto una risposta più ampia, e cioè che gli venisse raccontato com'è andata.

Ho descritto in modo abbastanza articolato qualcosa che probabilmente già sapevi: di sicuro anche prima di leggere le spiegazioni che ti ho dato, se ti fossi sentito dare un augurio così come formulato nell'esempio iniziale, e cioè "ti auguro" in riferimento a un evento passato, ti sarebbe venuto da pensare "cosa me lo auguri a fare, dato che ormai è successo?".

Dunque, se sapevi già tutto, che ho chiacchierato a fare?

Per fare un parallelo con una situazione del tutto simile, che però non viene individuata altrettanto spesso come anomala: gli auguri di compleanno in ritardo.

Se ti auguro buon compleanno, ti manifesto il mio desiderio che passerai una buona giornata il giorno del tuo compleanno.
Se il tuo compleanno è già passato, posso dire "Mi auguro che tu abbia passato un buon compleanno" oppure, meno mielosamente, "Spero che tu abbia passato un buon compleanno". Ma frasi del genere non sono affatto frequenti, così come è verosimilmente poco frequente che le persone post-auguratrici un concetto del genere vogliano esprimere.

Certo è che con la singola parola "Auguri!" non si scappa proprio. Detta così è per forza riferita a un evento futuro.
Stessa cosa se c'è l'aggiunta di "in ritardo": "Auguri in ritardo!", oppure "Auguri, anche se in ritardo!".
...Tanto che, quando dici "auguri in ritardo", io lo so, ti aspetti strambamente uno strambo "grazie", e non un racconto su com'è andata. Tutto questo è assurdo. Cosa cerchi, di preciso?

Vedi, non si tratta di un ritardo che posticipa lo svolgimento di qualcosa, come quando ti presenti in ritardo a un ritrovo con degli amici, e così partite per il mare 15 minuti dopo il previsto. Si tratta di un ritardo che toglie senso a ciò che stai dicendo. Un po' come dire "Sono le 14.50, scusate il ritardo con cui lo dico". Se sei in ritardo, allora non sono più le 14.50. Perché hai aperto bocca, dunque? Quando lo fai, fallo con un perché. Dì un'altra cosa, se non sono più le 14.50 e comunque muori dalla voglia di chiacchierare. Guarda che ore sono adesso e dì che ore sono in questo momento. Aggiorna ciò che devi dire.

Rifletti su "Auguri in ritardo" adesso: stessa zuppa. Ammettere che stai dicendo qualcosa in ritardo e quindi inadeguatamente non fa diventare adeguato ciò che esprimi. Dammi retta. Dì altro.

In particolare, fa' che le tue parole abbiano una corrispondenza con quello che veramente vuoi esprimere. Non mettere il pilota automatico che fa il copia e incolla delle tante sciocchezze che hai sentito dire agli altri.
Vuoi augurare qualcosa? Puoi farlo solo in riferimento al futuro. Vuoi esprimere la tua speranza che un evento o una giornata siano andati bene? Dì proprio questa roba qui. Vuoi esprimere il tuo affetto per una persona? Dalle un abbraccio. O falle un regalo (un regalo di compleanno in ritardo va bene: è un semplice ritardo che non esprime concetti in conflitto fra loro). O augurale buona serata. O augurale buon non compleanno. Quello che vuoi. Ma non buon compleanno, se è passato. Buono o terribile, ha già avuto luogo. Non c'è più nulla da sperare, né da augurare. Dovevi pensarci prima, se proprio ci tenevi. Del resto non è la fine del mondo; se davvero augurare buon compleanno ti sta a cuore, rimedierai l'anno prossimo.

23 dicembre 2016

I "mongoli" sono particolarmente permalosi?

Esistono persone non vedenti. Esistono persone non udenti. Esistono persone con sindrome di Down. Queste tre categorie di persone meritano lo stesso rispetto e sono permalose allo stesso modo? 

Nell'immaginario collettivo italiano no.

Infatti di solito non destano alcuno scandalo le seguenti frasi dette in senso retorico: "Oh! Sei cieco?!"; "Oh! Sei sordo?!"... mentre è politicamente scorrettissimo dire in senso retorico "Oh! Sei mongolo?!"
Perché?

E in oltre...

Dicendo scherzosamente a qualcuno "scemo" si manca di rispetto a tutte le persone con ritardo mentale?
Dicendo scherzosamente a qualcuno "rammollito" si manca di rispetto a tutte le persone affette da sindrome da fatica cronica e a tutte le persone che hanno una grave flaccidità muscolare per gravi patologie neurologiche?
Dicendo scherzosamente a qualcuno "stronzo" si manca di rispetto a tutte le persone affette da sociopatia?
Dicendo scherzosamente a qualcuno "zoppo" (ad es. a un amico che zoppica perché si è fatto un po' male a una caviglia o perché ha mal di schiena) si manca di rispetto a tutte le persone che a causa di una menomazione hanno un'andatura asimmetrica permanente?

Dicendo scherzosamente "Sparati!" si manca di rispetto alle persone che, a causa di una depressione, si sono suicidate?
Usando scherzosamente la parola "squattrinato" si manca di rispetto alle persone che hanno gravi problemi economici?
Dicendo scherzosamente "poi vengono a raccattarti col cucchiaino" si manca di rispetto alle persone che sono morte maciullate per schiacciamento o smembrate da un'esplosione?

Dicendo scherzosamente "ti strozzo" si manca di rispetto alle persone che sono state uccise per strangolamento?

Dicendo scherzosamente "ti faccio a pezzi" si manca di rispetto alle persone con danni fisici permanenti causate da un politrauma?

Credo che chiunque risponderebbe "no" a tutte queste domande.

Ma per la sindrome di Down è diverso. Si può dire scherzosamente scemo, rammollito, stronzo, etc, ma "mongolo" no.

Eppure una volta si chiamava addirittura la sindrome di Down "mongolismo". Poi si è eliminato questo termine, sostenendo che fosse poco rispettoso. Chissà le persone appartenenti al gruppo etnico mongolo (presenti in Mongolia e dintorni) cosa ne pensano. Un po' come se in Mongolia fosse offensivo dire a qualcuno "italiano!". Eppure non mi pare ci siano grandi motivi per dare alla razza mongola una connotazione negativa. Anzi. Sono persone con una corporatura resistente alle fatica, al forte freddo e al caldo, rarissimamente soffrono di calvizie e fra loro non mancano begli uomini e belle donne.

Ma niente, "mongolo" in Italia non solo è un'offesa, ma è un'offesa sull'offesa. Perché associa a delle persone malate degli esseri appartenenti a un'etnia disdicevole e orribile, come quella a cui appartengono la ragazza e il ragazzo raffigurati qui sopra.

...Mentre invece va benissimo - e lo si fa proprio nel gergo medico, ancor più che nel linguaggio comune - parlare di "andatura anserina" per riferirsi al modo di camminare di persone con distrofia muscolare o atrofia dei muscoli spinali, assimilandole a delle papere.

Boh.

29 maggio 2016

I terapeuti non esistono

In questi giorni stavo revisionando un sito. Apponevo note e correzioni. Una di queste l'ho apposta per commentare l'uso della parola "terapeuta". Trovo l'argomento troppo importante per farlo perdere nell'oblìo. Quindi ne parlo anche qui. Buona lettura.

Io non dico mai parolacce. Però non esistono i terapeuti. Lo so, ti sembra che esistano, ma non è così. “Terapeuta” Non significa un cazzo cazzuto. Capisci? Un cazzo in gigantografia 5x30 m esposto domenica davanti alla basilica di San Pietro mentre il papa parla di famiglia. Esistono i fisioterapisti. Esistono gli psicoterapeuti. Esistono i medici. Esistono le puttane cinesi. E i terapeuti? No, i terapeuti no. Non esistono. Te lo posso assicurare, non ce n’è proprio nessuna traccia. Facciamo così: per essere sicuro chiedo un attimo al gatto arancione che si aggira spesso in piazza vicino casa mia. Lui è sempre di vedetta … sentiamo se almeno lui ne ha visto qualcuno passare… […] No, neanche lui, hai visto se parlo a vanvera? Allora ah ecco a chi lo potrei chiedere, alla madonna del madonnino vicino alla ex-fermata dell’autobus, si sa mai. […] Niente. Non risponde. Beh, se non risponde significa che non li ha visti. Quindi ragiona: sarà che in tre non abbiamo visto neanche mezzo terapeuta in tutta la nostra vita? Se esistesse l’avremmo visto. Impossibile nascondersi così bene. E poi noi mica siamo ciechi. E non siamo neanche negazionisti come quelli che dicono che gli zingari non esistono, e esistono solo i ROM. Gli zingari esistono. I negri esistono. Gli albanesi esistono.
E gli unicorni? No.
Babbo Natale? Il peccato originale? La difesa del Palermo? Il collo di Maurizio Costanzo? Esatto.
Forse esiste il Cacao Meravigliao? Ci fu la corsa all'acquisto, ai tempi di Indietro Tutta. Ma niente da  fare.
Esiste l'HIV? Sì. Quello esiste, testa a pinolo.
Ma i terapeuti no. E dal dominio dell'inesistenza non passano certo a quello dell'esistenza per il solo fatto che tu non sappia decidere a quale professionista della salute vuoi fare riferimento. Devi proprio dire, in tal caso, “professionista della salute”. Se dici "terapeuta" è lo stesso che se dicessi “Sgribuzzondo”.

L'ho spiegato anche su Facebook.

...Dove la mia FB-Friend Lisa ha commentato così:

Mmmm.. Sarà come il "petaloso".. Ma intanto così è descritto nel dizionario: poi.. Che esista "chi si occupa della cura di malattie con una CERTA INTONAZIONE DI IMPORTANZA" ci porta ad un approfondimento davvero molto curioso. Chi è interessato ad approfondire? Mmm mi sa Che è dura scoprirlo più del terapeuta
Sergio invece ha commentato così:

Terapeuta è colui che pretica una terapia. Punto. Che poi sia autorizzato a praticare la terapia è un altro discorso. In questi anni abbiamo sostituito spazzino con operatore ecologico. Inserviente con operatore socio sanitario ecc. Non dobbiamo avere paura delle parole nè cancellare il dizionario, dobbiamo solo evitare di attribuire titoli a persone che non abbiano competenze specifiche

Ma non ci siamo proprio.

Petaloso (parola usata nel 1693 dal botanico J. Petiver per descrivere il fiore di peperoncino) significa "con tanti petali", quindi va bene, perché prima che io dicessi "petaloso" tu non sapevi se quel fiore aveva tanti petali o pochi; adesso che l'ho detto sai che ne ha tanti.
Terapeuta, come dice Sergio, significa "colui che pratica una terapia". Cosa accade in questo caso? Prima che io dicessi "terapeuta" non sapevi di che tipo di essere umano stavo parlando; e adesso che l'ho detto? Neanche. Capisci solo che non lo so oppure che non voglio dirtelo, peché se usassi il vero titolo adatto a quella persona mi sembrerebbe di sminuirlo. Allora dico "terapeuta". Terapeuta un corno. E' un riflessologo? Dici "riflessologo".
E' un osteopata non laureato né diplomato in fisioterapia né massofisioterapia? Dici "osteopata" (tanto si sa che ce ne sono molti). E' un cartomante? Dici "cartomante". È uno scappato di casa? Scapapto di casa. Cazzaro? Cazzaro. Topo? Topo. Peperone? Peperone. Paperino? Paperino. Terapeuta no. Il terapeuta è come la padania. Non c'è. Dov'è? E che ne so. Forse in un'isoletta del Pacifico, dove c'è un'unico professionista deputato a risolvere qualsiasi problema di salute; noi non sappiamo come tradurre la parola che usano per indicarlo e allora ci inventiamo "terapeuta". Ma perché inventarsi una parola italiota per indicare un personaggio di un'isoletta del Pacifico quando già loro hanno una parola che potrebbe essere usata così com'è, come abbiamo fatto con Canguro nel caso dell'Australia?
Mica c'è bisogno di forzare l'italiano.
Lo so, nei vocabolari "terapeuta" c'è scritto. Se è per questo nella Costituzione si parla di repubblica fondata sul lavoro, ma non è che scrivendo una cosa si ottiene che esista.
Ripeto, non forziamo l'italiano, non creiamo inutilmente parole mutanti. A meno che non sia per divertimento come io stesso faccio, ma allora occorre averne coscienza.
Altrimenti se sei in bicicletta a un certo punto freni, tu sei un frenatore. Ma no. I frenatori non esistono. Esistono le persone normali che non vogliono schiantarsi su un muro ogni volta che concludono il loro viaggio. Così come non esistono i raccoglitori di mazzi di chiavi cadute, o i gli apritori dello sportellino della custodia di cellulare per visualizzare il display, o gli accarezzatori di gatti, o gli sputatori di colluttorio.
E in sala operatoria non trovi nessun incisore, nessun asportatore di tessuti o organi, e nessun suturatore. Perché chi pratica un'incisione, un'asportazione di un tessuto o di un organo, e chi sutura una ferita non è un incisore, un asportatore o un suturatore. È un chirurgo.
E no, non ne sto facendo una questione di abusivismo. Non ho mai sentito descrivere un falso dentista con la parola "terapeuta". Un falso dentista si chiama falso dentista. E un operatore Shiatsu che non è laureato in fisioterapia, né diplomato in massofisioterapia, né è estetista, eppure pigia la gente, come lo chiamo? Operatore Shiatsu. Punto.

10 novembre 2015

"Un valore di 497 euro": lo strano linguaggio di alcuni infomarketer


Caro infomarketer, che sei pure un mio amico, e che so che lavori bene e ti comporti in maniera onesta e disponibile coi tuoi clienti. Ascoltami un attimo.

Va tutto bene quello che fai. Tutto.

Tranne una cosa. Il degenero del 7 come cifra finale. Cifra che va bene quando si tratta di prezzi, ma NON va bene quando fai una stima.

Spiego meglio.

Far finire una cifra col 7 ha senso quando si stabilisce e si comunica il costo di un prodotto o servizio. Quando si chiede al cliente di pagare quella precisa cifra. Se stabilisci un prezzo, è chiaro che la cifra dev'essere necessariamente precisa (non è che gli dici "pagami circa X euro").

Ed ha senso perché i test hanno rivelato che conviene far finire i prezzi col numero 7 (credo sia vero più che alro per i prodotti che costano poche decine di euro, ma insomma va beh).

Poi c'è l'altra attribuzione di valore monetario, proprio quello di cui ti voglio parlare, che non è il prezzo, ma è una tua valutazione, che esprimi con un discorso del tipo "Questo prodotto ti assicuro che vale non meno di X euro".

In questo caso, visto che non c'è nulla di oggettivo, è ridicolo che tu metta una cifra che finisce col 7 anziché una cifra tonda. Puoi dire che quel prodotto fino a 2 giorni fa l'hai fatto pagare 497 euro, se questo è un dato vero e incontrovertibile. Ma se invece che riportare un fatto stai facendo una stima, è ridicolo dire che quel prodotto ha un valore di 497 euro.

Quel prodotto ha il valore di 500 euro. Mica devi sottrarre 3 euro per fare uno psicoprezzo che sembri più basso. Semmai il contrario: stai tessendo le lodi di un prodotto. Perché dovresti usare una tecnica che serve per farlo percepire con un valore minore??? Stai parlando di quello che dai al cliente, non di quello che deve pagare. Dai. Parla come tutti.

Il tuo prodotto ha un valore di 500 euro, non di 497. Che ripeto, è ridicolo, perché non si capisce proprio cosa ti stia saltando in testa (o meglio io lo capisco e sorrido, mentre la maggior parte delle persone no). Perché mentre il prezzo è ovviamente preciso, il valore è ovviamente approssimativo. Altrimenti è come dire "Secondo me a occhio e croce questa montagna è alta 1741 metri". Che stai preciso a fare con quell'1 finale? Prendi per le mele? No. Io prendo per le mele quando dico una frase così. Lo confesso. Tu invece la dici perché hai il cervello che va in automatico; si è staccato dal mondo della conversazione reale (che è importantissima nella vendita) e parla il linguaggio dell'internet marketing senza se e senza ma, fraintendendo e copia-incollando dei principi anche quando non servono a nulla.


Campagna per la ri-normalizzazione degli infomarketer in Italia.

26 ottobre 2015

Selfie non significa "autoscatto"

Da quando si è diffuso il termine "selfie", ogni tanto qualcuno dice o scrive che è sinonimo di "Autoscatto".

Ma no!

La differenza fra i significati delle due parole è evidente. Com'è possibile un equivoco così grossolano?

Forse prende un po' troppo la mano la passione di fare gli intellettuali filologi e cavalcare a sproposito la moda di difendere l'italiano dall'inglese che ci invade indebitamente, di dire che se siamo italiani dovremmo parlare italiano, di condannare l'uso di termine nuovo quando già ne avevamo uno per indicare quel dato concetto.

Fatto sta che prima di "selfie" NO, non avevamo un termine che definisse quello che per "selfie" oggi s'intende. Per chi non lo capisce da sé, ecco che cos'è un selfie e la sua differenza con "autoscatto":

- SELFIE = fotografia eseguita manualmente da un soggetto che compare nella foto stessa. La foto viene scattata nel momento in cui il soggetto-operatore preme l'apposito tasto o tocca l'apposita zona del touch-screen del dispositivo. La distanza fra l'obiettivo e il soggetto di è inferiore alla lunghezza del suo arto superiore nel caso in cui la foto sia eseguita tenendo il dispositivo in mano; se invece viene usato un selfie-stick può arrivare a circa 1 metro e mezzo.

- AUTOSCATTO = fotografia eseguita automaticamente dal dispositivo dopo che è stata impostata l'apposita funzione "autoscatto" e dopo un prefissato lasso di tempo successivo alla pressione del tasto di scatto o tocco dell'omologa zona nel touch screen. Tipicamente dopo la programmazione il soggetto posiziona il dispositivo scegliendo l'inquadratura, dà il comando di scatto differito e poi velocemente si porta all'interno dell'inquadratura in attesa che la foto venga scattata. La distanza fra l'obiettivo e il soggetto può essere anche di parecchi metri.

Sì, è inutile creare o importare nuovi termini per indicare concetti già esprimibili con parole nostre e che esistevano già. Ma non è questo il caso.

05 marzo 2015

"Bella presenza": mah.


Non l'ho mai capita sta storia del cercasi modella/hostess di bella presenza.

Capisco begli occhi, bel sedere, etc.

Ma a chi gliene frega della presenza?

Che poi è un termine goliardico che indica la sensazione che hai quando questa ragazza è dietro di te e ti accorgi che non è esattamente una ragazza.

07 febbraio 2015

Lo spam in stile Fantozziano

L'angolo dello spam.
Messaggio email di pochi giorni fa di una rappresentante:

Buonasera Egr. Dott. MALATESTA,
scrivo da una società di ricerca & sviluppo, fondata con lo scopo di produrre dispositivi innovativi in Italia, con questo messaggio le domando la cortesia di ricevere la sua autorizzazione ad inviarle a mezzo e-mail per una sola volta le informazioni sul prodotto che produciamo perché penso che possa essere un utile supporto per le attività professionali e quotidiane.
Il dispositivo garantisce sicurezza nell’uso di password, codici, pin e altri dati, grazie al sensore biometrico di riconoscimento dell’impronta digitale.
Mi scusi tanto se le ho arrecato disturbo e la ringrazio comunque per l’attenzione, non era mia intenzione, desideravo solo chiederle la possibilità di presentare il nostro dispositivo.
Distinti Saluti.
[firma]

Questo spammaggio almeno m'ha fatto un po' ridicchiare sotto i baffi per l'esordio in convinto aziendalese cortesese che già sarebbe tremendo di suo e qui si presenta in versione maccheronica ("Buonasera" insieme a "Egr." e il cognome del destinatario in maiuscolo), per il piglio ammerigheno con cui la rappresentante scrive della "società ricerca & sviluppo", ma soprattutto per lo stile che ricorda al contempo Fantozzi e anche Saverio e Mario nell'epica scrittura della lettera a Savonarola "ti salutiamo con la nostra faccia sotto i tuoi piedi senza chiederti nemmeno di stare fermo".



Che brutto adesso doversi di nuovo incupire e spiegare il lato serio della faccenda.
E va beh... Bah. Orsù.

Ecco il messaggio che la tipa avrebbe meritato di ricevere (il dott. MALATESTA destinatario dello spam ha preferito tacere; questo perché non si trattava del MALATESTA sottoscritto, ma di quello più grande. Ehi, sarà mica per questo che è stato scritto in maiuscolo?)... Dicevo, di seguito riporto il messaggio che la tipa avrebbe meritato di ricevere come risposta; ti raccomando perciò di inviare il link di questo articolo agli analoghi mittenti da cui riceverai spammaggio fantozziano; se invece ne sei l'autore, ti raccomando di leggere attentamente e non peccare più, altrimenti...

Chiedere scusa per un reato mentre lo si sta commettendo (nella fattispecie la violazione della legge sulla privacy) non giustifica il reato stesso. Può darsi che il vostro prodotto sia ottimo, ma non acquisto da chi fa spam (già, se non si ha l'autorizzazione a inviare pubblicità è spam anche inviare un'email per chiederla) perché avrei in questo la grave responsabilità di incentivarlo. Fra l'altro il fatto che vi sentiate costretti a violare la legge per promuovervi non fa certo ben sperare sull'affidabilità della vostra azienda.
...Hai capito e non peccherai più, vero? Altrimenti il tuo posto è sotto i piedi di Savonarola e speriamo che si muova parecchio.

06 febbraio 2015

L'egregio cliente e le psichedeliche fantasie aziendali

ESEMPIO DI SIGNORE
ALQUANTO EGREGIO
Molte lettere inviate dalle aziende ai potenziali clienti iniziano elogiando il destinatario maschio con l'epiteto "egregio" (per motivi su cui ho il terrore di indagare, le destinatarie donne non hanno questa sfortuna).

Oggi ho voluto cercare il significato di "egregio". Ho cercato in rete e ho scoperto che "Egregio" significa "fuori dal comune per qualità e pregi".

Allora è una delle parole più ipocrite per definire chi non si è mai conosciuto. Per esempio un potenziale cliente. Che, se legge una lettera intuendo che è stata spedita identica a una grande quantità di persone salvo cambiare il nome all'inizio, dovrebbe capire che lui è fuori dal comune per qualità e pregi proprio come tutti gli altri".

Ma cosa vuoi, è il linguaggio aziendale.

È IL LINGUAGGIO AZIENDALE.

Se fossi un re chiederei la testa di chi l'ha inventato, il linguaggio aziendale. Va beh, ormai chi l'ha inventato è sicuramente morto. Allora chiederei il suo cadavere per farlo deturpare e ridicolizzare. Sì, lo farei mangiare dai maiali, come in The Snatch, il mio film preferito (e lo è anche per la scena della spiegazione dei maiali).

Comunque, nonostante io nutra un odio e disprezzo profondo per questo spregevole inventore, devo ammettere che in qualche modo è stato un genio. Infatti ha tirato fuori una serie di castronerie chiamate "formule di cortesia" sostenendo che il lettore si sente compiaciuto leggendole, e quasi tutte le aziende gli hanno creduto. Senza nessuna prova tangibile. Nessun riscontro.Hai presente il fenomeno della sospensione dell'incredulità che necessariamente deve albergare nella testa dello spettatore di un film di fantascienza affinché il suo spirito critico non debba disturbare ogni 2-3 secondi e gli lasci godere la divertente storia in cui Supermen vola? Uguale.

Certo, le lettere aziendali non sono proprio divertentissime di solito.

In compenso può essere divertente notare cosa, secondo il galateo su cui sono basate, dovrebbe avvenire per dare plausibilità a questa strana storia. Una storia i cui strambi protagonisti, mittente e destinatario della lettera, sono accomunati da caratteristiche che farebbero sembrare roba di tutti i giorni i giochetti di T1000 di Terminator 2.
Praticamente le aziende e la clientela sono formate non da persone in carne e ossa (e tanto meno neuroni), ma da fantomatiche unità aziendali e clientelari dalle sembianze umane, ma costituite da un materiale segreto.  Funziona così: subito prima che un umano varchi la soglia per entrare nel proprio ufficio o da casa sua legga una qualunque comunicazione inviata da un'azienda, Miwa gli lancia i componenti del suddetto materiale segreto che lo fanno diventare spettabile, pregiatissimo, egregio, mentre i tessuti organici sottostanti si liquefanno e dall'unghia del mignolo sinistro scendono nelle fogne dove le Tartarughe Ninja lo usano come condimento per la pizza. L'egregio potenziale cliente e il venditore della pregiatissima azienda vivono da quel momento in poi un trip mentale alternativo nel quale alcune parole mai usate nella realtà sono fonte di agio, di gioia e compiacimento. Una realtà alternativa che ricorda un po' l'atteggiamento dei personaggi femminili dei film porno (stando a quello che mi hanno detto).
All'uscita dell'ufficio o alla fine della lettera, i componenti cadono a terra e, per non dare nell'occhio, formano nel caso dell'ufficio un portacenere da corridoio, che nessuno considererà mai dato che ovunque è vietato fumare; nel caso dell'abitazione, uno scatolone di Amazon con su scritto marca e modello dell'ultimo estrattore di succo da 660 euro, che è normale acquistare quotidianamente e che quindi passerà parimenti inosservato. Nel frattempo Donatello, Raffaello, Michelangelo e Leonardo hanno già mangiato la pizza, digerito e usato la toilette, la cui tubatura porta alla piscina di Mazinga Z che si apre e da cui prontamente escono le sostanze organiche che vanno a ricomporre l'umano di prima. Che non si è accorto di nulla e si sente un po' strano, ma dà la colpa alla ribollita di cui si è strafogato ieri sera.
Questo più o meno il fantasioso mondo degli aziendalesi, che nel trattarti da grande uomo ti considerano di fatto il concime del loro portafoglio, illudendosi misteriosamente che certi epiteti palesemente acidi (nel senso psichedelico del termine) possano indurti maggiormente a comprare.

Domanda: ma cosa ci vuole per svegliarvi e mettervi nei panni del cliente che legge?
Beh, nel frattempo voglio sognare anch'io. Sogno i maiali che mangiano l'inventore dell'aziendalese. Mi piace pensare che sia il suo turbinoso ruttone di fine banchetto a svegliarvi nel mondo delle persone che danno un significato alle parole.

04 dicembre 2014

Tu NON sei un commerciale.

È possibile che ci sia gente che non conosce il nome della propria professione?
Tu dici "Sono un commerciale".

Uuuuuh. Lui è un commerciale.
Davvero sei un commerciale?
Ma sì, dai. Può darsi.

Così come può darsi che quel signore vestito di verde che ho visto in sala operatoria sia un chirurgico.
E che quella signora che dà lo straccio per le scale del mio palazzo sia un'igienica.
E che un signore che si fa pagare per disegnare sia un illustrativo.
E che un gruppo di ragazzi che per mestiere suonano uno strumento siano dei musicali.

Parlo strambo, vero?
Anche tu. Solo che io lo faccio apposta.

Tu parli strambo e non lo sai. Non lo sai che "commerciale" non è un sostantivo. Non lo sai che tu sei un venditore. Oppure lo sai ma lo voi dire, perché te ne vergogni. Perché dicendo il vero nome del tuo mestiere temi di far scappare i tuoi potenziali clienti (renditi conto).
Ma senti me: lo sai davvero quand'è che i tuoi potenziali clienti scappano per aver scoperto che vendi qualcosa? Quando hai scelto un target sbagliato. Tipico errore dei multilevellari, che qualche volta convincono qualche pollo disorientato a intraprendere lo stesso mestiere (educandolo a farlo anche lui sotto le solite mentite spoglie, s'intende), che per un ristretto periodo (prima di abbandonare) gli porterà guadagni alquanto smilzi a conti fatti. Anzi, conti non fatti, perché il multilevellaro ha paura a fare certi calcoli, altrimenti si accorgerebbe che stando al tempo che ha impiegato per convincere il pollo disorientato e poi per motivarlo ha guadagnato circa 3-5 euro l'ora.

Ecco a chi devi nascondere che sei un venditore. Agli inutili polli disorientati.

Ma dai che ciai ragione te.
Perché tu mica vendi. Tu informi. Mica devi convincere nessuno. Devi far conoscere le straordinarie qualità di quel prodotto, che poi si vende da solo.
No, non si vede da solo un prodotto, testa di testone. Perché il prodotto si venda ci dev'essere un venditore che lo vende. Certo, a questo scopo lo deve far conoscere. Il che fa parte della vendita. VENDITA.
Se tu mi dici che non vuoi vendermi nulla significa che vieni da me a presentarmi il tuo fantastico prodotto per il solo fatto che ti sto simpatico e mi vuoi bene, e che se io lo comprerò tu non ci guadagnerai nulla.

È il tuo caso?
NO.
Quindi cosa sei?
Bravissimo. Un venditore.

Che? Ancora insisti che si può dire anche "commerciale" ?

Guarda:



Non c'è traccia di accezione come sostantivo.
È, può essere e sarà esclusivamente un aggettivo. Capisci?
Io non sono un fisioterapico. Sono un fisioterapista.
Mia mamma non ha fatto la didattica. Ha fatto la maestra.

E tu non sei un commerciale. Sei un venditore. Senza offesa.

24 agosto 2014

Il significato delle parole non è questione di opinioni

È facile che una discussione sortisca ben poco di interessante e utile, e anzi generi dei fraintesi, se non ci mettiamo d'accordo sul significato delle parole che si stanno usando.

...Cosa abbastanza semplice: un bel po' di fatica ce la risparmiano i dizionari. Certo, in un dizionario una parola può avere più di un significato. Basta mettersi d'accordo su quale scegliere.
Un altro dizionario può dare una definizione leggermente diversa. E se la diversità è cruciale ai fini della discussione... anche qui basta mettersi d'accordo: a quale delle definizioni vogliamo fare riferimento? Si decide, ci si intende, ci si accerta insomma che la nostra discussione non avrà fraintesi per motivi linguistici, allorché potrà anche iniziare con la speranza che il confronto abbia un qualche senso.

Facile, no?

Sigh. No. Sigh, no. Non sempre.

C'è chi sostiene che una parola significhi X, quando non è così, secondo nessun dizionario. E continua a sostenerlo.

Why?

Se trovo nel dizionario e ti riporto che "cattolico" può dirsi una persona che crede nella dottrina religiosa della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, tu non mi puoi rispondere "Ma io per Cattolico intendo credere in Gesù e in Dio".
Come io non posso dire che sono musulmano perché secondo me Maometto ha detto alcune cose giuste. Non è questo essere musulmani.
Se mangi i pesci e le vongole non sei vegetariano. Non perché lo dico io. È la definizione di vegetariano che ti dà torto. E se dici "Ma io quando dico vegetariano intendo rinunciare alla carne", tu sbagli. Non è così.
Se dici "piuttosto che" intendendo "oppure", stai sbagliando. "Piuttosto che" equivale a "Invece che", di significato assai diverso. Per dire "oppure", fammi un favore: dì semplicemente "oppure", "o", metti semplicemente una virgola, ma non dire "piuttosto che". Non c'entra nulla. Per pietà, fine della storia. Cosa ti costa?
Se per indicare una violazione del Codice Civile o del Codice della Strada dico "reato" e una persona mi corregge facendomi notare che "reato" è una violazione del Codice Penale, io non posso rispondere "Ma io per reato intendo la violazione di una qualsiasi legge in generale". Perché ho detto semplicemente una cosa SBAGLIATA. FALSA. DEVO CHIEDERE SCUSA. E CORREGGERMI. E RINGRAZIARE CHI MI HA FATTO NOTARE L'ERRORE.

Ma.
Ma?
Ma qualche testone sieeee. Mica coglie l'occasione per migliorare il suo linguaggio. Rimane ostinatamente lì dov'è come un plettro caduto in una chitarra. Capra è e capra vuole rimanere. Continua per la sua strada, e muove tre principali obiezioni:

"Queste correzioni sono polemiche"

No. No. No. No. Si fatica troppo a credere. Dio ti salvi, Dio ti salvi per carità. Anziane contadine napoletane, aiutatemi a invocare iddio con un odioso pianto cantilenante. Ma chissenefrega di dimostrare che sei peggio di me. Ci guadagnerei solamente, se tu fossi meglio e potessi insegnarmi qualche cosa. No, non voglio far polemica, la odio, la detesto, ed è il motivo per il quale sto scrivendo questo articolo: ogni tanto incontro qualcuno che non conosce la differenza fra opinione e convenzione linguistica. E sono stufo di rispiegarla ogni volta (col rischio di perdere tempo, perché se uno decide di non capire, non capisce), e quindi semplicemente linko questo articolo, che devo scrivere una volta sola.
E, sempre a proposito di polemiche e voglia di chiacchierare tanto per chiacchierare, un chiarimento linguistico serve spesso ad accorciare la conversazione, visto che scongiura gli equivoci.

Il dizionario aiuta fino a un certo punto; bisogna essere elastici.

No. Furfante. Menti e lo sai. Fai finta di aver scartabellato per mesi il dizionario in cerca di una parola adatta, di non averla trovata e, con animo rassegnato, aver deciso a malincuore che il male minore è scegliere il termine che si avvicinava di più a ciò che volevi dire, pur trattandosi di un termine inesatto. La verità è che il dizionario non l'hai toccato, non l'hai pensato, non conosci neanche il colore della sua copertina, né ti è mai saltato in mente di visitarne la versione online. I dizionari ti fanno schifo e paura, ti inacidiscono la mente e l'apparato digerente, e quindi dici che bisogna essere elastici.
NON SI DEVE ESSERE ELASTICI.
Il dizionario a te ti aiuta molto, moltissimo. Fatti coraggio. Mangialo. Non lo leggere solamente.
Se vuoi dire X devi usare una parola che significa X. E se quella parola non c'è o non la trovi (molto improbabile), cerca di comunicare ciò che intendi in qualche modo, magari chiedi aiuto... c'è sempre chi può aiutarti da qualche parte. Oppure, se proprio non riesci, usa un termine inesatto, puntualizzando che stai usando un termine inesatto. Avverti. Prepara il tuo ascoltatore al tuo strafalcione, così farà meno male.
Se non lo fai, non aspettarti elasticità. A meno che per "elasticità" non tu intenda "sopportazione" e/o "rischio di equivoco".
L'elasticità serve a imparare un concetto prima sconosciuto, ad atteggiarsi in un modo nuovo di fronte a una situazione, serve a pensare in modo diverso... quando tutto questo è utile. NON SERVE AD ASSECONDARE TE CHE SBAGLI TERMINE E CHE MI DICI CHE VUOI CONTINUARE A SBAGLIARE. Non ce n'è proprio motivo.
Vedi... le parole sono dei punti di riferimento nati per mettere d'accordo milioni di persone affinché si intendano col linguaggio invece di dover solamente gesticolare e strangolare. Quindi da una parte ci siamo io, gli autori del vocabolario e altri settanta milioni di italiani che intendono quella parola con quel significato, e dall'altra tu da solo che con la stessa parola ne intendi un altro. E in nome dell'elasticità dovresti tu restare nella tua posizione e noi altri settanta milioni a fletterci al tuo neo-significato storpiato?
Ci può anche stare, se hai inventato un neologismo. Mentre è inconcepibile se si sta parlando di una parola già esistente che semplicemente hai usato impropriamente. Ti dà noia ammetterlo? Ti sei appiccicato a quell'uso di quella parola e vuoi tenertelo così, fino al punto di non scrostarti neanche quando ti dimostro che hai sbagliato? Allora non venire a parlarmi di elasticità. Tu sei un grumo di colla cianoacrilica su un coriandolo.

"Bah, insomma io non la intendo così; la intendo in un altro modo..."

E c'è una cosa che non intendi proprio. Non intendi che intendendo quello che intendi, tu intendi il falso. Non sei creativo. Non sei elastico. Sei semplicemente in errore. E no, non è la mia opinione contro la tua. Il linguaggio non è questione di opinioni. È un po' il contrario: una questione di convenzioni. Di definizioni.
Per definizione di "linguaggio".

21 luglio 2014

Quando usare "successivo", "seguente", "prossimo"

In questi giorni ho letto una frase che non mi suonava benissimo, dove veniva usata la parola "seguente". Mi ci sarebbe piaciuta di più, al su posto, "successiva", ma non sapevo spiegarmi perché. Dopo un lungo lavoro linguistico-introspettivo, ricco di esempi, andando a orecchio credo di essere riuscito ad estrapolare degli adeguati criteri per la scelta della parola "successivo", "seguente", e con l'occasione anche "prossimo".
Nota: tutto ciò non trova esatto parallelismo per i verbi "succedere", "seguire", e men che meno "approssimare" !

Buona lettura.

E, nel caso tu non sia d'accordo su qualcosa o pensi ci sia qualcosa da aggiungere, commenta pure questo articolo.

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Parlando del futuro oppure del futuro del passato, in attribuzione a elementi indicanti il tempo (ore, giorni, settimane, anni, avvenimenti usati come riferimento temporale...) si può usare indifferentemente "successivo" o "seguente":

Trovai bello quel panorama, e quelli che vidi nei giorni seguenti/successivi mi piacquero ancora di più

Vedrai come sarà bello il film che proietteranno stasera; e quelli che vedrai nelle sere seguenti/successive ti piaceranno ancora di più

Il primo candidato era molto preparato, e lo erano anche tutti gli altri che esaminai nei colloqui successivi/seguenti

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Parlando del futuro oppure del futuro del passato, in attribuzione a cose, persone, oggetti, eventi si usa "successivo":

Trovai bello quel panorama, e i successivi mi piacquero ancora di più

Vedrai come sarà bello il film che proietteranno stasera; e quelli successivi ti piaceranno ancora di più


Il primo candidato era molto preparato, ed anche i successivi


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In attribuzione a qualcosa che si sta per dire (es. un elenco o un testo che si sta per citare) si usa "seguente":

Qui a pagina 25 vedo alcuni appunti scritti a mano; il testo è il seguente: [enunciazione del testo]

Oggi ammireremo i seguenti panorami: [elenco]

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Riferendosi a un evento non primo di una serie, se questo deve ancora iniziare e sta avendo luogo o è finito quello immediatamente precedente, si usa "prossimo":

Queste due atlete stanno disputando / hanno disputato un bel combattimento di Judo; chissà se i prossimi saranno altrettanto emozionanti

Stessa cosa quando, anziché l'evento, se ne nomina o sottintende l'elemento centrale (cosa, animale, persona, concetto astratto), e ad esso ci si riferisce:
"il prossimo panorama" sottintendendo "il prossimo panorama che ammirerò"
"il prossimo argomento" sottintendendo "il prossimo argomento che tratteremo"
"il prossimo" sottintendendo "il prossimo paziente che dev'essere visitato"

Trovo bello / ho trovato bello quel panorama; chissà se i prossimi lo saranno altrettanto

Avanti il prossimo!

10 giugno 2014

"Piuttosto che" non significa "o". Significa "anziché" !!!

Esiste "piuttosto". Esiste "invece". Esistono "o" e "oppure". Parole comuni, conosciute da tutti gli italiani. E tutti gli italiani sanno bene quale fra queste espressioni usare a seconda di ciò che vogliono esprimere.
Lo stesso valeva, fino un po' di anni fa, per la parola "piuttosto", eventualmente preceduta da "che" come nei casi di cui parlo in questo articolo, il cui significato equivale a "invece".

Ma adesso, per motivi non chiari, l'espressione "piuttosto che" viene usata impropriamente. E cioè come se fosse un sinonimo di "o".

Evitiamo di dire che questo uso sia "non proprio esatto". È un grosso strafalcione.

Non c'è NESSUN motivo per attribuire a "piuttosto che" quella nuova accezione. Ogni volta che lo sento fare ho voglia di mangiare il mio ultimo frullato dei miei frutti preferiti con l'aggiunta di troppi sonniferi.

Si tratta di evoluzione della lingua? NO.
Non rappresenta una "evoluzione", ma un danno alla nostra lingua accettare come corretta tale accezione piuttosto che squalificarla. Infatti:

- non è giustificato da nessuna velocizzazione dell'eloquio, ma motivato solo dall'imitazione di qualche matto che ha preso questa malsana abitudine

- il contesto non è sempre sufficiente a scegliere fra l'accezione corretta e quella "moderna", e può dar adito ad equivoci in precedenza inesistenti, come spiegato alla fine di questo articolo del sito dell'Accademia della Crusca e come si può facilmente capire leggendo la frase che ho scritto sopra in verde. In quella frase prova a intendere "piuttosto che" come "oppure" e ti renderai conto di come viene stravolto il suo significato.

L'abitudine di dire "piuttosto che" intendendo "oppure" è iniziata nel nord Italia si è poi diffusa al centro e al sud, lasciando fortunatamente per lo più immune la Toscana. Una così rapida diffusione, specialmente in direzione sud, difficilmente si sarebbe verificata per "contagio linguistico". Il motivo della diffusione è invece la volontà di imitare il linguaggio degli altri credendolo più colto... peccato sia tutto il contrario. Non sei più elegante. Sei un somaro travestito da capra. Come quelli che reggendo il calice con champagne tengono il mignolo in fuori.

Queste precisazioni andrebbero condivise su FB, altro che le perlucce di saggezzuccia spicciola che lasciano il tempo che trovano.

Consiglio anche la lettura dell'articolo del sito ilpost.it La battaglia contro il “piuttosto che”,
dove viene presentato il libro di Andrea  Benedetti "La situazione è grammatica".


25 febbraio 2014

"Brand" è maschile. MASCHILE!

Da anni è scontato e tutti abbiamo presente come certi immorali spot arrapanti ci mettono in testa che Saratoga sia non il brand di un silicone, ma un brand del sesso.
Molto meno scontato ma non per questo ben presente a tutti è, rispetto al brand del sesso, l'argomento invertito: il sesso del brand. Sì, invertito in entrambi i sensi. Infatti qualche volta ho visto usare "brand" come se fosse femminile.

E INVECE È MASCHILE.

Chi lo decide? Viene dall'inglese, e gli anglofoni se ne lavano le mani. Per loro i nomi o indicano persone, oppure non hanno un sesso preciso (ma almeno per loro chi non ha un sesso preciso è comunque una persona).

Dicevo... Chi lo decide?
Lo decide il mio orecchio (nel senso di istinto musicale/linguistico).
E lo confermano le indagini.

Fra ieri sera e stamattina ho avuto una conversazione con un mio FB-friend riguardo al sesso del brand.

Dice lui:

Brand sta per marchio o "marca" e quindi ne possiamo discutere

Gli rispondo io:

Vedi, ho cercato con Google "il brand" e "un brand" escludendo le pagg dove ci sono "il brand positioning", "il brand management" e "il brand name" (ovviamente maschili perché il genere dipende dalla parola successiva) e ho ottenuto rispettivamente circa 417.000 e 319.000 risultati.
Ho cercato "la brand" e "una brand" escludendo le pagg dove ci sono "la brand identity", "la brand image" etc (ovviamente femminili), ed i risultati sommati insieme erano circa 72.900.
La giustificazione del tuo brand omosessuale, che rischia di distruggere la famiglia tradizionale dei brand, sta in piedi peggio di un ubriaco zuppo di brandy, che è una bevandA, ma non per questo è "la brandy". Ci si inzuppa il biscotto (NB: i cantuccini di Prato esistono anche in versione vegana), ma non per questo è femmina. Maschio è nato, e maschio rimane.

In verità mi sono pentito di aver usato come argomentazione i grandi numeri. Non vuol dire nulla. Potrebbero sbagliarsi tante persone e aver ragione poche. Lo ammetto, non avrei dovuto, perché a volte la lingua ha una presunta "evoluzione" (ma nella maggior parte di casi direi evoluzione un corno, io e parlerei piuttosto di "involuzione" o "corruzione") per il semplice fatto che un grande numero di pirla fa e ripete un certo errore. Non parlo di troncamenti di parole o di dialettismi che poi vengono accettati. Parlo di errori. Come usare "piuttosto che" per dire "oppure". E come dire "sesso" invece che "genere", errore che ho commesso poco più sopra, lo so, ma io scherzavo. Ma sto divagando.

Veniamo alle argomentazioni che reggono.

Sia Wikipedia che Garzantilinguistica dicono che "brand" è maschile.
Per forza: il genere della parola tradotta in italiano non c'entra.

Siccome "setting" significa impostazione (f), quando lo nomini in italiano dici "la setting" ? No di certo. Dici "il setting".
Siccome "frame" significa "cornice" (f), quando lo usi in italiano dici "la frame" ? No. Dici "il frame".
Siccome "briefing" significa "riunioncina" (f), quando lo usi in italiano dici "una briefing" ? No. Dici "un briefing".

Credo che quando si parla in italiano e si usa un termine derivato dall'inglese, valga questa regola: se la parola somiglia moltissimo a quella italiana (tipicamente perché ha la stessa etimologia), allora la si considera dello stesso genere; vedi "standing ovation", dove "ovation" significa "ovazione", femminile, quindi diciamo "una standing ovation".
Quando invece la parola inglese è molto differente dalla sua traduzione in italiano (tipicamente perché con una etimologia diversa), allora quando usata in italiano è maschile.

Se non si fosse capito, questo articolo è cazzeggiometro.
Ciò non toglie che brand sia maschile. Vai tranquillo.
Se sei maschio, chiaramente. Se sei femmina vai tranquilla.

19 gennaio 2014

Ops. Non sai di cosa stai parlando. Riaddormentati, alternativo supercazzolaro

Questo è un articolo che sostituisce le pedate nel sedere che darei a chi vuole fare l'alternativo e sa benissimo di non sapere ciò di cui parla.

Attenzione.
Non sto dicendo che io so e tu no.
Non mi sto neanche lamentando del fatto che sei ignorante.
Mi lamento perché tu mi stai prendendo in giro. E il fatto che cerchi di nasconderlo a te stesso oltre che a me non ti rende più onesto intellettualmente.

Prendiamo un discorso a caso.

Per motivi che tu solo sai, per dimostrarmi la incontrovertibile logica su cui si baserebbe una qualche branca di una medicina alternativa, a un certo punto mi parli di un corpo (di un umano o di un oggetto) che "ha una frequenza".
Io ti chiedo di quale tipo di frequenze stai parlando.
Tu mi rispondi che non lo sai esattamente.
Tento sinceramente di aiutarti, ricordandoti che "frequenza" significa semplicemente "quantità di ripetizioni di un evento in un dato lasso di tempo", e quindi forse intendevi dire che quel corpo emette delle onde a una certa frequenza.
Sollevato, mi rispondi che sì, intendevi quello.
Ti chiedo allora a che tipo di onde ti riferivi.
Mi rispondi "Elettromagnetiche".
Ti chiedo se hai presente cosa siano le onde elettromagnetiche, così magari puoi spiegarmi il nesso col discorso con cui eri partito.
Arrrcamiseria. Non lo sai. E ti sto guardando, non siamo in chat, quindi non hai neanche tempo di consultare Wikipedia di nascosto veloce. La magra consolazione è che zia Wiki non ti servirebbe a giustificare la tesi che stavi sostenendo e per la quale hai tirato fuori la parola prezzemola pseudoscientifica del 2000, ste cazzo indiavolato di frequenze.

E ora?
E ora si sa, vuotarti sul muso il contenuto del mio bicchiere io non devo assolutamente, altrimenti sono io il cafone. Mica tu l'ignorante che invece di studiare o chiedere insegna non si sa bene cosa. Mica tu il supercazzolaro che parla tanto per parlare e per girigogolo-spiegare le robe metafisiche con la fantafisica. Mica tu quello che parla e attenzione a contraddirti, perché chi ti contraddice è una vittima oppure un amico dei debunker rettiliani iscritti al club Bilderberg al soldo delle multinazionali (specialmente le banche e le case farmaceutiche) tanto cattivi da collaborare al nuovo ordine mondiale e nascondere la verità sull'11 settembre nonché tanto insensibili da non riconoscere i bambini indaco.

Ma dico... Cioè... Io non l'ho fatto apposta, ma ormai che ci siamo... Ormai che dopo averti rivolto delle innocenti domande ho fatto danno, e t'ho fatto rendere conto che non sai di cosa stai parlando, che ne dici di astenerti da divulgare una materia prima di conoscerla?

No.
Non vuoi.
Vuoi continuare a ripetere a pappagallo pappapollo le minchiate che hai letto su Internette.

Vuoi ora gridare al gombloddo, ora gioire per la nuova cura per il cancro a base di distillato di calendula, e dire ai tuoi amici di Facebook "Condividi prima che sia censurato" e smuoverli dal sonno della ragione, gregge omologato che non sono altro, maiuscolando SVEGLIAAAAAAAA!!!!!1!!1!!!

Ma sveglia de che?

Vediamo se capisci così: hai presente cosa diresti a un impasticcato che ti telefona alle 2 e mezzo di notte per invitarti a svegliarti per fare non si sa bene cosa non si sa bene perché?

Ecco, appunto. Semmai tu riaddormentati.

19 novembre 2013

Leggi bene, ragiona meglio.. per il bene tuo e di tutti

Si sa, Internet è una mastodontica fonte di informazioni, e con l'esperienza e la prudenza si spera che un giovane uomo o una giovane donna impari man mano a distinguere le informazioni attendibili che trova in rete da quelle non attendibili...

...MA NON SOLO.

Anche quando una fonte è attendibile, occorre saperla leggere e non travisarla.

propone ogni 3 anni un programma di valutazione degli studenti 15enni, detto PISA (Program for International Student Assessment), che consiste in prove di scienze, matematica e comprensione di un testo.
Riguardo la comprensione del testo, il punteggio conseguito dagli italiani nel 2009 era sotto la media europea e mondiale; su 23 nazioni europee partecipanti l'Italia era sedicesima, e su tutte e 34 le nazioni del mondo era 22esima.

Dato allarmante? Dato che in fondo chissenefrega non siamo poi messi così male e che sarà mai? Non lo so. Ma la mia opinione è che i ragazzi, fin dall'età di 11-13 anni dovrebbero essere educati, edotti ed allenati in logica della comunicazione (ho appena inventato il nome di una nuova materia. Problemi?) Non per cazzeggiare a vuoto. Una logica mirata, applicata. Che consente, ad esempio, di:

- sgamare un testo che, pur non contenendo bugie, è scritto con un linguaggio tendenzioso

- distinguere un'affermazione ingiuriosa da una che non lo è (ad es. "Hai detto una cosa stupida" non è lo stesso che "Sei uno stupido")

- evitare errori logici (ad es. dire "la maggior parte delle persone che hanno fatto uso di eroina hanno cominciato con uno spinello" non dice nulla su quanto l'uso dello spinello influisca sul passaggio all'eroina, quant'è vero che la maggior parte di eroinomani hanno precedentemente bevuto acqua gassata almeno una volta nella vita)

- trovare in anticipo la stupidaggine o l'ingenuità in ciò che stavi per dire o scrivere ed evitare di farlo

- altri problemi dovuti alla mancanza di comprensione? Ti vengono in mente? Scrivilo commentando questo articolo (vanno bene anche gli aneddoti, soprattutto se simpa/trash)

Credo 'sta cosa sia davvero sottovalutata. L'allenamento al ragionare correttamente nei ragazzi di tenera età, invece, inciderebbe in maniera assolutamente determinante nelle scelte su chi votare, cosa comprare, come organizzare la propria esistenza sotto vari aspetti, quale dio eventualmente adorare, come relazionarsi alle persone che non si vogliono perdere (o che si vogliono perdere al più presto), e su moltissime altre componenti che messe insieme fanno la qualità della vita individuale oltre che la vivibilità di una nazione.

Ehilà! Mi sono appena accorto che neanche un'ora prima che io pubblicassi il presente articolo è andato online questo qua sul sito Tagli.me, che parla di un argomento simile. Molto interessante: La philosophy for children nelle scuole italiane.

16 novembre 2013

Scienza, non scienza e scemenza

Non credo che la scienza sia tutto. Neanche in medicina. Credo che usare solo metodi di cui è appurato il funzionamento su base scientifica (e cioè con pubblicazione su rivista scientifica, quindi con revisione peer to peer, magari in una rivista con alto impact factor) significherebbe rinunciare a una grande quantità di metodi utili e che ritengo funzionanti. Alzi la mano chi non continuerebbe a usare qualcosa di cui vede personalmente i tanti e ottimi risultati (così eclatanti da non poter essere spiegati con l'effetto placebo), anche non in presenza di una validazione scientifica.

Però non mi metto a dare spiegazioni funambol fumanbolesche. Se una cosa non la capisco fino in fondo magari formulo un'ipotesi su come funziona. Senza scomodare leggi della natura che non c'entrano nulla e che riguardano tutt'altri fenomeni, e non traslabili con giochi di parole. E soprattutto senza usare parole di cui non conosco il significato.

Si tratta di accorgimenti che, se non usati, rendono una persona tanto più inascoltabile quanto maggiore è la convinzione con cui pseudo-difendono le proprie tesi, come ho spiegato nell'articolo di Psicoperformance "Caro divulgatore un po' affrettato".

Non so quanto ti sarà utile inviare il link di questo articolo a una persona che ti ha riempito di balle pseudoscientifiche.
Non ti seguiva.
Non seguirà neanche me.
Crede o si sforza di credere che siamo io e te a non seguire la sua logica mutante. Fa un po' il ragionamento che fece una mia compagna di scuola elementare: "io vado a casa" o "io vado ha casa"? L'acca si mette quando è "avere". Ma io la casa ce l'ho, quindi l'acca ci va.
Nel mondo dell'infanzia questo tipo di ragionamento fa tenerezza, l'errore viene corretto e il bambino impara, anche perché è disposto a imparare. Tragica la storia è invece quando una roba del genere la senti dire da un adulto (sostituisci l'avere e l'acca con la natura corpuscolare/ondulatoria dell'elettrone da cui si deduce che quando esco da casa mia il mio divano cessa di esistere pur essendo troppo peso per i ladri). Infatti molti ex-ragazzi a loro tempo allergici ai libri di scuola hanno pensato che il modo migliore di rimettersi in pari è dare una sbirciata a qualche blog o video di YouTube new-age style. Soddisfatti delle stupidaggini apprese o delle verità fraintese, a differenza dei bambini, sono pronti per la loro missione, nome in codice "meno so, più insegno".

Ho sempre pensato che il miglior modo di tentare di recuperare queste persone a far uso della propria intelligenza e onestà intellettuale (perché in fondo lo sanno che chiacchierano del niente lessato in salsa fuffotta) sia non contraddirli sulle loro tesi, ma far loro domande su cosa intendono esattamente con quelle frasi e parole.

Se l'interlocutore non s'arrabbia subito per il fatto che gli hai domandato chiarezza (potrebbe darti del bacchettone pur essendoti messo tu in posizione di ignorante che appunto fa semplicemente domande senza contraddire), potrebbe aprirsi una strada che ti permetterà di fargli capire alcuni concetti che riassumo di seguito.

1)

La SCIENZA non va confusa con:

- l'aneddotica
- i risultati potenzialmente alterati da effetto placebo
- l'affrettata interpretazione del risultato di esperimenti, scoperte, notizie

2)

Per DIMOSTRARE qualcosa non è sufficiente ad esempio:

- affermare che "lo sanno tutti"
- dire che è scritto su quella rivista, o libro, o sito Internet o che è stato detto in televisione
- dire che non è mai stato dimostrato il contrario
- andare "a naso"
- seguire un "ragionamento logico" (a meno che l'argomento sia matematica o statistica o logica)
- far notare poetiche analogie, metafore, similitudini

3)

Una OPINIONE merita rispetto se si differenzia dal DELIRIO, quest'ultimo riconoscibile quando la persona ad esempio:

- non ha chiara l'opinione stessa, dato che nell'esporla fa una gran supercazzola, e dato che alla richiesta di specificazioni su cosa intende esattamente si scopre che non conosce neanche il significato dei termini che stava usando
- gioca con una parola fingendo che abbia lo stesso significato in campi diversi quando così non è

4)

Si può fare diagnosi di IGNORANZA quando una persona ad esempio:

- dalla scoperta di un fatto in un dato campo deduce che senza dubbio valga lo stesso per altri campi o per tutt'altre grandezze
- fonda la propria tesi su un documento che ha letto e di cui non ha capito il significato
- nega una appurata evidenza, non riconoscendola come tale perché non ha studiato l'argomento né ha intenzione di farlo
- afferma che la statistica non è una scienza esatta
- afferma che la realtà è un'illusione

5)

La PAZIENZA CON L'IGNORANTE da parte di una persona esperta (o che si sia informata presso una persona esperta o presso una fonte scientifica) ha una qualche possibilità di potersi considerare ben spesa se l'ignorante non ne abusa, e cioè se evita di comportarsi nei seguenti modi:

- mettersi non un gradino sotto, ma un gradino sopra, trascurando l'importanza di avere delle basi culturali in quella materia per sostenere una tesi
- difendere la propria opinionie-delirio e tentare di insegnare anziché tacere ed ascoltare, aprofittando dell'occasione per imparare qualcosa
- dire che è questione di opinioni, e che ognuno la vede a modo suo
- eruttare uno o più mantra complottistici del tipo "tu credi a tutto quello che ti dicono" o "sei al soldo delle multinazionali" o "sei chiuso"

Comunque io sono chiuso, sì. Nei confronti degli iscritti al club Nuova Scienza Bimbiminchia.

Prima un po' di tempo ce lo perdevo.
E tutto è energia.
E tutto è frequenza.
Sì, andiamo avanti.

Cercavo di insinuare spunti di ragionamento che potessero indurre un dubbio sul metodo di indagare la realtà.
E la realtà cambia a seconda di come la osserviamo.
E gli oggetti sono onde.
E allora ho pensato di investire su un articolo e di inviare il link, vada come vada.

Prima pazientavo. Poi...
E le vibrazioni.
E allora sai, certe volte accade che ci sia bisogno di andar via, e lasciare tutto al fato...

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