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24 giugno 2017

Sicurezza negli stadi: efficacia inglese e stupidità italiana

tappi di bottiglie sequestrati dalla polizia ai concerti e alla partite
Come concordato con un mio amico (che preferisce non essere citato), pubblico alcune considerazioni da lui scritte nel corso di una discussione sul sequestro di tappi di plastica e più in generale sulla sicurezza nelle manifestazioni agli stadi come concerti e partite di calcio. Ha parlato per esperienza diretta e attingendo a informazioni che ha avuto ai corsi di formazione in collaborazione con la polizia e i giuristi relatori.

"È successo che in inghilterra avevano toccato il fondo del permessivismo e della democrazia, ritrovandosi con partite di calcio che diventavano vere e proprie situazioni di guerrilla urbana, con moltissimi uomini della polizia coinvolti (e pagati) per provare ad arginare le violenze. Oggi invece in Inghilterra non ci sono nemmeno più le pareti divisorie fra tifoserie e la gente sta seduta composta a godersi lo spettacolo per cui ha pagato, senza rompere le palle alle altre persone. Cosa è successo? Partiamo dal presupposto che i contribuenti non sono felici di pagare collettivamente tutta quella polizia per manifestazioni che interessano ad una minoranza di fan o di tifosi. Serviva pertanto una soluzione privata che fosse a carico della manifestazione, non del governo. Ma se persino di fronte alla polizia in divisa questi sono capaci di scatenare violenze e guerrilla, cosa potevano fare privati disarmati per legge? Ecco, hanno trovato la soluzione: un privato può puntare un dito. Hanno istituito dentro gli stadi dei tribunali con un giudice che processa per direttissima e chi rompe le palle viene indicato, le forze dell'ordine vanno a rimuoverlo, egli viene quindi processato (con prove video a carico) per direttissima ed esce dallo stadio sulla camionetta della penitenziaria che lo porta al canile. Cosa ha fatto l'italia, al solito modo suo di non capire, non conoscere e fare tutto a cazzo? Ha detto: bello il modello inglese, funziona e le persone sono contente e tutelate. Facciamolo anche da noi, però senza il tribunale dentro gli stadi se no la gente si sente sotto pressione e brontola. Facciamo che la polizia guarda solo le strade e la pubblica cosa fuori dai concerti-partite e che dentro devono assumere dei privati così diciamo ai cittadini che stanno risparmiando. Privati disarmati, con pochi o punto poteri, che se puntano un dito gli fanno una pernacchia, che stanno lì inutilmente (il tribunale direttissimo è il motivo di TUTTA la pace ottenuta nelle manifestazioni inglesi, non era un dettaglio da scavalcare) con il compito di controllare tutti i tappi a gente che gli sputa in faccia che non essendo polizia non possono perquisire. Brava italia"

Già. Brava Italia. L'Italia che, come in molti altri casi, mette in atto pseudo-soluzioni o mezze-soluzioni di facciata. Tipo quella di cui parlavamo io e Aivia all'inizio della discussione, e cioè il sequestro di tappi, ideato con lo scopo di impedire il lancio di bottiglie contenenti acqua e chiuse, che lanciate possono fare molto male... Provvedimento che di per sé potrebbe sembrare intelligente, se non fosse per il fatto che non vengono fatte perquisizioni per vedere se chi sta entrando ha in tasca tappi di riserva. Provvedimento che quindi non impedisce di fare del male a chi vuole farlo, e che in compenso crea scomodità a chi semplicemente vorrebbe assistere alla manifestazione senza il rischio di rovesciare una bevanda.
Brava Italia. Non solo non ti smarchi dall'antipatia da parte di chi si lamenterebbe per eventi di teppismo (dato che ci sarebbero comunque), ma crei ulteriore antipatia attuando provvedimenti che sembrano e sono solamente stupidi e fastidiosi.

20 giugno 2017

Diffusione di appelli su Facebook: non è vero che "non costa nulla!"

Stamattina ho letto sulla mia bacheca il seguente post:

Buonasera
Potrebbero, almeno tre dei miei amici di Facebook, fare copia e incolla? Linea per la prevenzione della depressione e del suicidio: 800.18.09.50
Qualcuno lo può fare? Non costa nulla!

Questo messaggio mi dà l'occasione per richiamare l'attenzione su una specifica frase che viene ripetuta spesso e che sopporto a fatica:

"non costa nulla"

Non sono contrario in generale alle catene di S. Antonio per una veritiera e intelligente giusta causa. Ma bisogna tener presente che hanno un costo. Non è vero che "non costa nulla":
Moltiplica il tutto per le migliaia di utenti FB che incapperanno nel messaggio e ottieni il numero di ore spese in totale, che si sommano a quelle delle altre catene di S. Antonio.

È importante ricordare che la diffusione di messaggi per giuste cause non è gratuita e quindi è purtroppo necessario selezionare solo quelle che ci stanno molto a cuore. Ogni giorno ricevo nella mia casella di posta elettronica in media 3 messaggi di mailing list di associazioni che si occupano di buone cause, che chiedono di firmare appelli o donare soldi. Se condividessi su FB tutti questi messaggi anziché condividerne uno ogni tanto, farei un uso improprio di Facebook, che serve principalmente a far sapere agli amici le novità sulla propria vita e non a chieder loro di fare cose. Altrimenti gli amici comincerebbero a scorrere la bacheca senza leggere i miei messaggi, abituati al fatto che si tratta quasi sempre di appelli che non hanno il tempo di firmare o di richieste di denaro che non vogliono dare.

Ecco, dunque, un altro motivo per il quale non è vero che "non costa nulla":

ai costi in termini di tempo dobbiamo aggiungere
  • il costo in termini di "reputazione" di chi diffonde il messaggio, o in altre parole "pazienza" dei lettori
  • il costo in termini di reputazione della piattaforma Facebook, il cui uso intelligente preverrebbe la diffusa idea secondo cui "Facebook serve solo per perder tempo".
Mi raccomando: se non vuoi, alla lunga, ottenere l'effetto opposto rispetto a quelo desiderato, condividi gli appelli e invita alla loro condivisione in modo parsimonioso... e possibilmente con un messaggio intelligente, evitando, ad esempio, di dire "Potrebbero, almeno tre dei miei amici di Facebook" (come fa un tuo amico a sapere se il numero di tre è stato raggiunto o no?).

11 giugno 2017

La parola "Pedofilo" indica una parafilia, non un comportamento

il pedofilo è attratto dai bambini; non necessariamente li molesta/violenta
Il 23 maggio scorso ho visto su Facebook un video di una persona che nel suo sito offre un servizio di ripulitura della reputazione sul web.

In questo video racconta di un barista che era stato diffamato. Non è ancora chiaro (che io sappia) da quale imbecille sia partita la diffamazione; sta di fatto che migliaia di utenti utonti avevano creduto a una balla inventata su di lui e l'avevano diffusa. E cioè avevano diffuso il consiglio di non accettare la sua amicizia per il fatto che si trattava di un pedofilo che inviava foto sconce.

Di nuovo, è emersa la colpevole frettolosità con cui tanta gente inoltra pesanti accuse senza verificarne la plausibilità. Non solo: c'è chi dichiara apertamente di rendersi conto che la notizia potrebbe essere falsa, ma nel dubbio ritiene giusto diffonderla. Cito: "Allora, questo signore è [nome e cognome], lui dice di no, ma posta un sacco di foto pornografiche, attenzione, possibile pedofilo, se è vero non accettate l'amicizia, se è una bufala lo sapremo. Se è vero che fai ste pocherie, ti vengo a prendere a Parma, o dove sei, non ti vergogni, foto con bambini in scene da... vergognati [foto della persona diffamata]"

Per difendere la reputazione del diffamato, cosa dice nel suo video il suddetto ripulitore di reputazioni?

Dice cose giuste, mi verrebbe da dire banali, e che però a quanto pare per tante persone non lo sono...

...ma dice anche una cosa sbagliatissima, che va nella direzione opposta rispetto alla missione che dice di aver scelto.

Da come parla sembra che la parola "pedofilo" indichi una persona che molesta o violenta sessualmente i bambini, o che diffonde foto di pedopornografia. Indica in generale i pedofili (e anche i sospetti pedofili!) come persone contro cui è normale inveire. Ad esempio, dice:

"...migliaia e migliaia di messaggi dei peggiori; immaginate cosa direste ad un pedofilo o sospetto tale”

Questo tipo di errore è analogo a dire che "omosessuale" significa "molestatore o violentatore delle persone dello stesso sesso".

Per questo motivo gli ho scritto un'email spiegandogli il suo errore di comunicazione e invitandolo a sostituire il suo video. Sfortunatamente non ha voluto darmi retta e, per questioni di efficacia del messaggio (che in realtà si sarebbe potuta ottenere anche esprimendosi in maniera corretta), ha voluto mantenere online il suo appello altamente diseducativo nei confronti di tutti i destinatari e offensivo e socialmente penalizzante nei confronti di tutti i pedofili onesti.

Cosa ho detto??? Pedofili onesti???

Ti pare un ossimoro?
Anche dopo quello che ti ho spiegato sopra?
Se sì, vuol dire che anche tu sei caduto nella trappola comunicativa messa in atto da una valanga di ignoranti o di persone a dir poco superficiali come il tizio di cui sopra.

Allora te lo spiego meglio.

La pedofilia non è un comportamento, ma una parafilia.

"Parafilia" significa avere un’attrazione anomala. Fra le varie parafilie, la pedofilia si può considerare una patologia, dato che fa vivere male chi ne è affetto, costringendolo ad accettare una condizione di insoddisfazione se non vuole trasformarsi un criminale.

Un pedofilo è tale perché si sente attratto sessualmente dai bambini, non perché fa sesso coi bambini.

La maggior parte dei pedofili probabilmente frenano il loro impulso perché non vogliono arrecare ai bambini un danno. Ma, per l’atteggiamento di tantissime persone nei confronti di tutti i pedofili (anche quelli innocenti), questi sono spinti a sentirsi in colpa per la loro condizione, a mantenere segreta la loro pulsione e quindi a non chiedere aiuto.

Per evitare questo basterebbe usare le parole adeguate. Essere efficaci nella comunicazione persuasiva è un diritto; non farne un uso dannoso è un dovere.

È così difficile evitare di usare il nome di una malattia per descrivere un crimine? Quando si allude a una persona che abusa sessualmente di bambini, è così difficile dire “molestatore / violentatore di bambini” ?

Ogni volta che usi la parola "pedofilo" per indicare un pedofilo criminale, sei allo stesso pari di chi usa la singola parola "albanese" o "rumeno" per indicare gli albanesi e i rumeni che fanno rapine o rubano negli appartamenti.

I criminali vanno condanati; i malati vanno aiutati e non stigmatizzati; se identifichi il fatto di avere una malattia col fatto di essere un criminale, il criminale sei tu.

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Il servizio delle Iene

Anche le Iene hanno parlato di questo fatto commettendo, pur in maniera più lieve, lo stesso errore. Infatti, parlando di un hacker ingaggiato dalla vittima di diffamazione, la Iena Dino Giarrusso dice:

"Per prima cosa gli chiediamo come faccia ad essere così sicuro che non si tratti davvero di un pedofilo"

...sottintendendo, con quel "davvero" riferito alla diffamazione, che essere un pedofilo è lo stesso che essere una persona come quella descritta nei post diffamanti.

Ho così scritto alla redazione delle Iene il seguente messaggio:

Ciao.
Pochi minuti fa ho visto il vostro servizio andato in onda domenica scorsa sul barista vittima di una bufala su Facebook.
Nel vostro lodevole intento di difendere il ragazzo avete commesso un errore semantico. La iena Dino Giarrusso parlando della conversazione con l'hacker che si occupa di reputazione online, dice
"Per prima cosa gli chiediamo come faccia ad essere così sicuro che non si tratti davvero di un pedofilo"
...sottintendendo, con quel "davvero" riferito alla diffamazione, che essere un pedofilo è lo stesso che essere una persona che si comporta come descritto nei post diffamanti.
In questo modo avete fatto un errore che commettono in molti, e che chi si occupa di comunicazione ha il dovere di scoraggiare. E cioè alimentare l'idea secondo cui la parola "pedofilia" indicherebbe un comportamento, mentre non è così. La pedofilia è una malattia che fa sentire la persona attratta sessualmente dai bambini. Questo non significa che tutti i pedofili reagiscano a questa attrazione commettendo violenze o molestie con mezzi telematici o materialmente. Probabilmente la maggior parte dei pedofili non cede al proprio impulso, sapendo che è meglio rimanere insoddisfatti che arrecare un danno.
Al disagio per questa situazione si aggiunge questo equivoco linguistico che si è trasformato in un equivoco sui fatti. Dunque immagino che la maggior parte dei pedofili, anche quelli che non hanno commesso e non hanno intenzione di commettere alcun reato, non parlino con nessuno di questo loro problema, sentendosi presi di mira potenzialmente da tutti.
In questo caso, per educare la popolazione a non pensare troppo affrettatamente occorre iniziare dal corretto uso delle parole.
Vi invito dunque a rettificare il vostro messaggio e anche a fare un servizio in cui spiegate la differenza fra il concetto di "pedofilo" e il concetto di "violentatore / molestatore di bambini".
Che ne dite?
Grazie anticipatamente per la vostra risposta


Ma ad oggi, e cioè dopo più di 2 settimane, nessuna risposta è arriva.

Insomma, oltre al problema dei criminali e dei diffamatori bufalari c'è il problema dei diseducatori che con l'intento di risolvere un problema ne creano un altro, e non vogliono saperne di cambiare atteggiamento.
Di conseguenza non hanno tutta quell'autorità a parlare di corretta comunicazione di cui si ergono a paladini.

04 giugno 2017

Perché odio superficialità e humor onnivori

Scrivo questo articolo dopo una mini-discussione alla fine della quale, pur avendo io evitato di usare qualsivoglia espressione poco gentile, un utente Facebook che mi conosce dal vivo da molti anni mi ha detto

"sei di un'antipatia che non ti appartiene su FB".

Sulla mia antipatia o simpatia non ha gran senso argomentare, visto che ognuno ha i suoi gusti (e anche i suoi modi di interpretare le parole scritte in assenza di tono di voce).
Riguardo al quando e al dove, preciso che non è questione di Facebook. È questione dell'argomento di cui si sta parlando.

Finché si fanno discorsi da bar sul calcio, sulle modelle in TV o su altri argomenti che non rivoluzionano la vita di nessuno, niente di male.

Trovo invece potenzialmente nocivo, e quindi alla lunga credo di poter dire sicuramente nocivo, parlare in modo superficiale di argomenti che, magari poco alla volta, influenzano gli interlocutori sulle scelte di ogni giorno, come mangiare e bere, acquistare quello o quell'altro prodotto, o fare una qualunque altra scelta che ha un impatto importante sul mondo. Vale anche quando l'impatto è silente e suddiviso fra tante persone, e lavora come la goccia che scava la roccia. Con tante altre gocce che nel frattempo fanno la stessa cosa.

Riguardo una considerazione superficiale su un argomento importante potresti pensare "E che sarà mai... faceva tanto per parlare... non c'è da dargli peso".

Ma non è sempre così, secondo me. Spesso quello che viene fuori quando si parla tanto per parlare rivela molto di quello che c'è nella nostra testa, e rivela molto del modo in cui prendiamo decisioni che magari non ci sembrano importanti e che invece lo sono, specialmente se fanno parte della nostra routine.

Ecco perché provo fastidio quando qualcuno lancia accuse contro i vegani in generale (tipicamente con frasi che iniziano con "i vegani..." anziché "ho conosciuto alcuni vegani che..."), o fa battute umoristiche sulla sofferenza degli animali destinati ad essere cibo per gli umani.
Ad esempio l'utente di cui sopra poche ore fa ha scritto in un commento

"Le bugie degli ambientalisti sono un'indecenza, come del resto l'ipocrisia dei vegani".

Il commento finiva lì.

Io, che secondo la più comune accezione di "vegano" probabilmente posso dirmi tale, credo di esser stato ipocrita in passato, quando mangiavo carne sperando che provenisse da allevamenti non intensivi: mi sarebbe bastata qualche ricerca per sapere che nella "civiltà" in cui viviamo non è quasi mai così (e lo sai perché quando la carne proviene da un allevamento non intensivo il venditore se ne vanta urlandotelo nell'orecchio col megafono).
Adesso credo di poter dire che l'ipocrisia non è qualcosa che non appartiene a me. Appartiene alle persone che incentivano una realtà a cui essi stessi si dicono contrari quando hanno davanti agli occhi le relative raccapriccianti immagini, persone che per lavarsi la cosceinza ritengono sufficiente attribuire la totale colpa a qualcun altro quando evidentemente così non è ("eh, gli animali dovrebbero essere trattati meglio, su questo son d'accordissimo"... Ok, ma visto che per adesso non accade tu nel frattempo cosa fai, continui a premiare questa logica di mercato?)

Come risposta a un altro utente c'è stata poi un'integrazione al commento precedente con un'argomentazione che mi pare il triste risultato di un modo malato di pensare, purtroppo molto comune:

"L'ipocrisia sta nel fatto che non dovreste andare in macchina per non stiacciare i pappatacei, non dovreste zappare la terra per non smezzare i ragnoli ed i grillitalpa"

Il modo malato di pensare sta nel sostenere che siccome non si pretende di ottenere risultati perfetti allora, in nome della coerenza, si deve dire "A sto punto chissenefrega di tutto". È lo stesso meccanismo che fa dire "Ho acceso una sigaretta, quindi ho rotto la promessa che avevo fatto a me stesso di non fumare più... tanto vale ricominciare a fumarne un pacchetto intero".

A proposito di piccoli animali, in passato sono stato accusato di incoerenza perché ammazzo le zanzare, come se nello stile di vita vegano fosse proibito difendersi. Si potrebbe parlare di differenze di valori fra vegani, che non la pensano tutti allo stesso modo, o di quale sia la vera definizione di "vegano". Si potrebbe parlare di equilibrio fra difesa e fastidio, come accade fra umani. Si potrebbe parlare dei diritti delle creature che ci somigliano meno come ragni, piante, funghi e anche i sassi.
Ma per prima cosa, se davvero si è onesti intellettualmente e non si chiaccheira tanto per il gusto di criticarci a vicenda, se davvero si discute con l'intento di capire quale sia il prossimo passo da fare per comporarsi in modo migliore fin da oggi, allora cominciamo a parlare dalle creature che ci somigliano di più, e per le quali dunque è ovvio provare più empatia.

Mucche, maiali, conigli, e tutti gli altri mammiferi, così come gli uccelli, hanno un sistema nervoso simile al nostro (molto più che a quello di piccoli animali, che se sono inoffensivi e non troppo fastidiosi cerco pure di non ammazzare) e quindi di sicuro se imprigionati e praticamente torturati provano qualcosa di molto simile a quello che proveremmo noi in una situazione del genere, compresa la disperazione di una mamma allontanata troppo presto dal figlio e la disperazione del figlio allontanato troppo presto dalla mamma. Anche quando viene rispettata la legge vigente questi animali fanno una vita oribile; figuriamoci quando la legge viene violata, il che accade spessissimo per l'impossibilità di sufficienti controlli.

Di fronte ad alcuni servizi in TV o video su YouTube, guardando come vengono trattati gli animali, tante persone, onnivori compresi, si chiedono come sia possibile una crudeltà del genere.
La risposta non è da cercare chissà dove. Sta semplicemente nell'abitudine. Se inizi ad abituarti a fare qualcosa di crudele, andando avanti ti sembrerà sempre più normale. Se già fin da piccolo il tutto ti è stato presentato come normale, arrivi addirittura a dire che chi è contrario ha qualche rotella fuori posto, o a dire che chi cerca di non premiare mai la logica di mercato che c'è dietro è esagerato.
Del resto la malsana abitudine di trattare gli animali non essiterebbe se non ci fosse la malsana abitudine di essere esattamente i mandanti di tutto questo, e cioè l'abitudine di comprare e mangiare animali, latte e latticini (le uova e il miele sono gli unici prodotti animali che si possono produrre su larga scala senza crudeltà).
Quindi se sei un onnivoro e per una volta pensi a quei luoghi lontani da te e dal tuo frigorifero che sono gli allevamenti intensivi, chiedendoti "Com'è possibile che facciano tutto questo?", puoi trovare la risposta in una domanda che ti riguarda da vicino: "Com'è possibilie che tu accetti di essere il mandante di tutto questo?". Per abitudine.

Insomma, esistono due tremendi aspetti della versione più diffusa dell'onnivorismo:
  • Incentivare la crudeltà che viene perpetrata ogni giorno su creature che hanno sensazioni simili alle nostre
  • Essere abituati a farlo, magari fino al punto di mettere addirittura in cattiva luce chi non lo fa, ed esorcizzare la cosa parlando un tanto al chilo e facendo battute
Battute? E allora? Non si può neanche fare una battuta, adesso? E dai, ma una risata potrei farmela, ogni tanto, no?

No: non ho voglia di ridere su qualcosa di tanto, tanto brutto e doloroso, che sta avvenendo anche nel momento in cui stiamo parlando.
Pensa a un ipotetico dolore di una persona, ad esempio il dolore di un tuo amico che è stato ricoverato dopo esser stato ingiustamente malmenato da un delinquente. Puoi farci una battuta? Magari quando il dolore sarà passato sì. Se lo prendi in giro mentre ancora sta soffrendo è possibile che lui lo accetti e riesca a ridere con te perché magari ha un grande senso dell'umorismo, e in più sa che il dolore passerà fra non molto tempo, tipo 2 settimane o 2 mesi. Ma è anche possibile che non la prenda bene, specialmente se il dolore è forte. In particolare è molto, molto probabile che non sia buona cosa dire una battuta su di lui a una terza persona che gli vuole bene, e dirgliela nello stesso momento in cui lui sta piangendo dal dolore. Anche se questa persona di solito è gentile con te, la sua reazione potrebbe farti affrettatamente dedurre che "in ospedale è di un'antipatia che non gli appartiene". Stessa cosa vale se invece di una battuta spiritosa lanci una infondata illazione su una responsabilità che evidentemente non aveva, tipo "Mah, se l'hanno picchiato qualcosa di sbagliato avrà fatto".

Analogamente, nel caso della tratta degli animali così come la vediamo oggi:
- Non vedo una fine vicina; purtroppo verosimilmente la cosa continuerà ancora per molti anni
- Si tratta di sofferenze molto grandi
- Non sono sofferenze che riguardano direttamente me, ma altre creature, e se potessi chieder loro se è accettabile fare battute sulla loro situazione credo proprio la risposta sarebbe "no"

- Le patetiche argomentazioni onnivore del tipo "le piante soffrono", "camminando ammazzi le formiche" sono evidenti pretesti per non voler cambiare

Ecco cosa mi rende intollerante a battute umoristiche o discorsi superficiali e buttati là senza argomentazioni o con argomentazioni altrettanto stupide, specialmente quando contengono accuse nei confronti miei o in generale nei confronti di chi cerca di comportarsi meglio possibile.

15 marzo 2017

Dito medio di J-Ax e Fedez contro gli anti - adozioni gay... Hanno torto?

È giusto proibire le adozioni di un bambino da parte di una coppia omosessuale?

La risposta a questa domanda dev'essere data unicamente attingendo a dati scientifici riguardanti l'osservazione delle condizioni di benessere dei bambini allevati fin ora da coppie omosessuali.

Tutto il resto è teoria, o, peggio, ideologia.

E non è la sola teoria, e tanto meno l'ideologia a dover decidere sulla vita delle persone.

Allora Vediamo cosa dice la scienza.

Cito da un articolo sul sito dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, scritto dalla dott.ssa Paola Biondi:

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Oltre 40 anni di ricerche internazionali di vario tipo, sempre più complesse e lunghe nel tempo, concordano nell’affermare che non esistono differenze significative tra la prole di coppie dello stesso sesso e la prole di coppie di sesso differente.

Si vedano per una accurata analisi due tra gli ultimi contributi pubblicati sul tema: Adams J., Light R., 2015 – Scientific consensus, the law, and same sex parenting outcomes in Social Science Research, Volume 53, September 2015, Pages 300-310 e Ferrari F., 2015 – La famiglia in-attesa, ed. Mimesis.

Ma ancora voglio citare alcuni pareri autorevoli della comunità scientifica italiana e internazionale quali questi che seguono:

– 2006, American Academy of Pediatrics: “I risultati delle ricerche dimostrano che bambini cresciuti da genitori dello stesso sesso si sviluppano come quelli cresciuti da genitori eterosessuali. Più di venticinque anni di ricerche documentano che non c’è una relazione tra l’orientamento sessuale dei genitori e qualsiasi tipo di misura dell’adattamento emotivo, psicosociale e comportamentale del bambino. Questi dati dimostrano che un bambino che cresce in una famiglia con uno o due genitori gay non corre alcun rischio specifico. Adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, che siano uomini o donne, eterosessuali o omosessuali, possono essere ottimi genitori”.

- 2009, American Academy of Child and Adolescent Psychiatry: “non vi è evidenza scientifica a sostegno della tesi secondo cui genitori con orientamento omo- o bisessuale siano di per sé diversi o carenti nella capacità di essere genitori, di saper cogliere i problemi dell’infanzia e di sviluppare attaccamenti genitore-figlio rispetto ai genitori con orientamento eterosessuale. Da tempo è stato stabilito che l’orientamento omosessuale non è in alcun modo correlato ad alcuna patologia, e non ci sono basi su cui presumere che l’orientamento omosessuale di un genitore possa aumentare le probabilità o indurre un orientamento omosessuale nel figlio. Studi sugli esiti educativi di figli cresciuti da genitori omo- o bisessuali, messi a confronto con quelli cresciuti da genitori eterosessuali, non depongono per un diverso grado d’instabilità nella relazione genitori-figli o rispetto ai disturbi evolutivi nei figli”.

- 2011, Associazione Italiana di Psicologia: “In particolare, la ricerca psicologica ha messo in evidenza che ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare che i genitori forniscono loro, indipendentemente dal fatto che essi siano conviventi, separati, risposati, single, dello stesso sesso. I bambini hanno bisogno di adulti in grado di garantire loro cura e protezione, insegnare il senso del limite, favorire tanto l’esperienza dell’appartenenza quanto quella dell’autonomia, negoziare conflitti e divergenze, superare incertezze e paure, sviluppare competenze emotive e sociali”.

– 2013, Antonino Ferro, Presidente della Società Psicoanalitica Italiana: "Che ben vengano bambini di coppie che si amano e che siano capaci di buoni accoppiamenti mentali. Non sarà il sesso biologico dell’uno o dell’altro ad aver più peso ma le attitudini mentali dell’uno e dell’altro. I figli li faccia chi ha voglia di accudirli con amore."

- 2014, Vittorio Lingiardi e Roberto Cubelli: “Le più importanti associazioni scientifiche internazionali nel campo della psichiatria, della pediatria, della psicologia e della psicoanalisi (non ultime le dichiarazioni del Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, Antonino Ferro), sottolineano che bambini cresciuti da genitori dello stesso sesso si sviluppano come quelli cresciuti da genitori eterosessuali e che non c’è una relazione tra l’orientamento sessuale dei genitori e qualsiasi tipo di misura dell’adattamento emotivo, psicosociale e comportamentale del bambino. Adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, che siano uomini o donne, eterosessuali o omosessuali, possono essere ottimi genitori”.

In una discussione su Facebook, un commentatore ha risposto a questa citazione dicendo

"Magari potresti citare anche la scienza che sottolinea le problematiche dei bambini di coppie omosessuali; per par condicio"

Ma la scienza non è democratica. Non è politicamente corretta. Non è una gara dove c'è chi vince e c'è chi perde. Vinciamo sempre tutti, e cioè dopo ogni ricerca ben condotta tutti abbiamo a disposizione più dati di cui beneficiare... a patto che ci sia buona fede e competenza e correttezza nella loro lettura.

Nella scienza non devono esistere tifoserie.

Io non ho problemi a cambiare idea, anche perché non sono gay, e non sono interessato ad avere figli adottivi né naturali, e non sono un fan di J-Ax o di Fedez. E credo di potermi fidare persone esperte del settore che semplicemente guardano i dati e fanno le relative deduzioni, senza avere alcun interesse che spinga a sostenere l'una o l'altra tesi.

Se fin ora non mi sono imbattuto in alcuna ricerca scientifica che dimostra la dannosità di avere genitori dello stesso sesso non è colpa mia.

Ne hai trovato tu qualcuno, familydayista? Da un lato sarebbe confortante sapere che la risposta è sì, e cioè che ti basi su dati concreti anziché sulla tua intuizione, sulle tue deduzioni e sulla tua religione.

Altrimenti si dovrebbe dire che la proibizione che tu auspichi è ideologica, e

proibire sulla base di una ideologia, cioè condizionare la vita degli altri sulla base di una ideologia, a mio parere merita abbondantemente il dito medio che J-Ax e Fedez hanno mostrato nella trasmissione "Le Iene",

cosa di cui lo staff di "Generazione Famiglia" si è lamentato, chiedendo le scuse di Mediaset con questa petizione sul sito cattolico Citizengo.

Dunque, se sei uno dei firmatari della suddetta petizione e pensi di non meritare quei gestacci di J-Ax e Fedez,  dimmi pure. Ti invito a linkare gli articoli scientifici a favore della tua tesi nello spazio dedicato ai commenti di questo post. Li leggerò con interesse e, ripeto, sono pronto a cambiare idea.
Sono ancora più benvenuti eventuali link ad articoli scientifici che dimostrino che essere allevati da coppie gay o lesbiche o da singol gay o lesbiche porta a un maggior rischio di problemi rispetto ad essere allevati in orfanotrofi.

Comunque... esperienza di navigazione web di oggi:

Cercando materiale sull'argomento, mi sono imbattutto in questo articolo di Costanza Staggetti, che afferma la non grande evidenza di vari studi per stessa ammissione di alcuni ricercatori. Ma mi sembra che si sia data la zappa sui piedi (stando alle intenzioni che intuisco dal fazioso titolo): piccole evidenze sommate ad altre piccole evidenze iniziano a costituire evidenze importanti; inoltre l'unico articolo da lei citato che a sua detta sarebbe a sfavore delle adozioni gay, "Lesbian mothers and their children: A comparison with solo parent heterosexual mothers and their children" riporta delle conclusioni del tutto opposte! Costanza Staggetti scrive, riferendosi a questo articolo:

R. Green in Archives of Sexual Behavior,  ha scoperto che i pochi studi sperimentali che includevano un numero di campioni anche solo modestamente più alto (13-30) di maschi e femmine educati da genitori omosessuali ...«hanno rilevato differenze di sviluppo statisticamente significative fra bambini allevati da genitori omosessuali in confronto a quelli allevati da genitori eterosessuali Ad esempio, i bambini educati da omosessuali hanno un maggiore incoraggiamento dai genitori nello scambio dei ruoli di genere e una maggiore inclinazione al travestitismo»

Le virgolette servono per citare un testo preciso, o la traduzione di un testo preciso. Ma come si può osservare dal testo originale dell'articolo, quelle parole "citate" non ci sono. Non c'è nessun riferimento al "travestitismo" (parola usata comumemente per indicare i gay che si vestono da donna), mentre c'è scritto che il 21% delle bambine allevate da due donne gradivano vestirsi da uomo e fare giochi con ruoli in cui impersonavano un uomo, mentre per le bambine allevate da un uomo e da una donna questa percentuale era l'11%.

E questo per quanto riguarda uno solo dei tanti aspetti che lo studio ha osservato. Tutti gli altri aspetti hanno portato gli autori dello studo alle seguenti conclusioni

Gli autori hanno osservato che non c'erano bambini che mostrassero segni di disordine di identità sessuale. La paura che i bambini cresciuti da madri lesbiche "produrrà un conflitto di identità sessuale e una stigmatizzazione fra coetanei" sembra essere infondata. Gli autori affermano propro che "È evidente che i ragazzi e le ragazze cresciuti fin dall'infanzia da una madre omosessuale senza un maschio adulto in famiglia per circa 4 anni non appare apprezzabilmente diverso rispetto a quelli cresciuti da madri eterosessuali senza un maschio adulto, per quanto riguarda lo sviluppo sessuale e sociale"

Insomma, per l'ennesima volta ho notato ignoranza oppure disonestà intellettuale in una persona sostenitrice della proibizione delle adozioni gay.

Davvero simpatico il coraggio con cui spesso i cattobigotti sostengono che chi sostiene tesi discordi dalle loro lo fa per via di una ideologia, affermano derivare dal "buon senso" anziché dalla religione le proprie affermazioni e si impegnano a darsi un tono di oggettività. Più lo fanno, più si coprono di ridicolo.
Lo so, ho dichiarato di essere imparziale rispetto ai dati, e ripeto che non ho interesse a tifare per nessuna tesi in particolare, ma non è colpa mia se c'è chi per una tesi tifa, e lo fa in maniera invero buffogoffa.

Ad esempio il suddetto articolo si intitola "Adozioni gay: ricerche condizionate dall’ideologia", e il sito che ospita l'articolo si chiama "documentazione.info"; sottotitolo "Oltre le opinioni". Che cosa c'è oltre alle opinioni in quel sito? Ben poco.

Rimango in attesa di tesi anti - genitori gay basate sui fatti.

Solo quando ne avrò potrò essere d'accordo con la richiesta di scuse in seguito ai diti medi di J-Ax e Fedez.

05 marzo 2017

Amicizia agli amici, anche su Facebook

Come cambia l'atteggiamento nei rapporti interpersonali da offline a online? Per me zero. Per molti altri, invece, molto. Moltissimo.

Ad esempio è ben noto il fenomeno che vede come protagonisti migliaia di utenti che aggrediscono con feroce ferocia i loro interlocutori online, atteggiandosi ben diversamente da come farebbero dal vivo (ignorando che una frase sarcastica è una frase sarcastica, un invito a tacere è un invito a tacere, un insulto è un insulto, indipendentemente dalla forma verbale o scritta). Fenomeno talmente noto che ha anche un nome: "leoni da tastiera".

Molto meno noto è invece un errore analogo, secondo me quasi altrettanto grave, che riguarda la richiesta di amicizia su Facebook.

Immagina una persona che sta esponendo a un gruppo di amici un suo problema fisico, o relazionale, finanziario, o legale, o qualunque altra cosa che non direbbe mai a un pubblico qualsiasi; se tu la conoscessi solo di vista certo non ti parrebbe opportuno infilarti in quel gruppo e dire "Ciao! Come va? Stavi dicendo? Posso ascoltare anch'io, vero?".

Quel che mettiamo sul proprio diario non sono parole, foto o video buttati là, in pasto al web, indirizzate a non si sa bene chi. A seconda della scelta di pubblicazione, posso decidere di rendere visibile quell'aggiornamento di stato a tutti (anche chi non è mio amico) oppure solamente agli amici (oppure a specifiche liste di persone, o escludendo qualcuno, etc, ma per lo scopo di questo articolo non c'è bisogno di entrare nel dettaglio).

Se non sei mio Facebook-friend puoi comunque chattare con me e vedere i miei messaggi pubblici. Dunque...

quando è opportuno essere amici su Facebook?

Semplicemente quando siamo amici davvero.

...Oppure quando, pur conoscendoci da poco tempo, abbiamo motivo di pensare che ci siano i presupposti per diventarlo da subito. O per atteggiarsi come amici da subito in via sperimentale.

Chiedendo a una persona l'amicizia, le chiedi la possibilità di vedere i messaggi che per qualche motivo solo una cerchia di persone selezionate può vedere. Ricordati quindi di non fare questa richiesta a cuor leggero. Sarebbe da sfacciati.
Fallo solo se credi che quella persona voglia o abbia un qualche motivo di renderti partecipe delle sue esternazioni che solo agli amici ha voglia di dire.
Per lo stesso motivo, non rimanerci troppo male se non accetta la tua richiesta: non significa che non possiate essere comunque in ottimi rapporti. Potrebbe ad esempio aver predisposto il tasto "Segui" nella pagina del suo profilo, che serve a ricevere in bacheca gli aggiornamenti di stato che contrassegnerà come visibili da tutti. Se clicchi su "Segui", l'utente ne riceverà notizia e magari anche lui cliccherà sul tuo pulsante "Segui". Ricevere vicendevolmente tali aggiornamenti può essere un modo per iniziare a conoscersi, avere occasione di dialogare attraverso i commenti e in chat, per poter magari diventare amici in futuro.

Altra occasione in cui non devi rimanere male è quando scopri che un utente, pur non avendo litigato con te e pur non avendoti manifestato esplicitamente un problema nel vostro rapporto, ti cancella dagli amici.
È quello che talvolta io faccio quando vedo che non c'è interazione. Che essere amici su FB non serve a nulla. E cioè quando l'utente, non invia mai aggiornamenti di stato con cui mi tiene aggiornato sulle sue novità e non commenta o non clicca mai "mi piace" o altra reazione sui miei post. Oppure quando vedo che fra i nostri interessi, i nostri valori e le nostre opinioni c'è un divario talmente grande che essere in contatto non ha granché senso.

Insomma, non c'è nulla di orribile nel non essere amici su Facebook. La maggior parte degli utenti Facebook ha centinaia di amici. Ma com'è possibile essere amici di centinaia di persone? Come gestire centinaia di amicizie? Qualcuno trascuri per forza... addirittura a volte mi è successo di vedere un mio FB-friend e di pensare "Ma questo chi è?".

E che dire di chi chiede l'amicizia per far avere visibilità alla propria attività commerciale? È un uso improprio di Facebook e della parola "amicizia", e pertanto non ti fa fare bella figura. Si può usare Facebook per farsi pubblicità, ma attraverso una pagina FB aziendale, non attraverso un profilo personale.

22 febbraio 2017

Una soluzione al sovraffollamento della bacheca di FB

Come ho spiegato nell'articolo intitolato "Facebook = notiziario personale e poco più. O potrei non seguirti", lo scopo principale per il quale Facebook è nato è aggiornare gli amici con le notizie della propria vita. E invece se ne fa costantemente un uso improprio, pubblicando post che con la propria vita non c'entrano. La conseguenza è il sovraffollamento del diario degli amici e quindi perdita di tempo per chi fra loro è meno capace di amministrarlo e ha l'abitudine di scorrere la bacheca per guardarla tutta quanta.

Chiaramente non serbo grande fiducia che i miliardi di utenti cambieranno il loro comportamento per il fatto che io stia spiegando in questo articolo cosa sia opportuno pubblicare e cosa no.

Una possibile soluzione, allora, potrebbe essere adottata dallo staff di Facebook. Quello sì che potrebbe darmi retta, e io lo contatterò (aggiornamento: ecco fatto, ho inviato il consiglio a Facebook dalla pagina dedicata ai feedback degli utenti).
Gli intelligenti programmatori del gran social, com'è consueto nell'informatica destinata al grande pubblico, potrebbero impegnarsi in complicati algoritmi affinché il risultato offra una soluzione semplice e che porti gente sempliciotta a fare meno danno, senza farla troppo affaticare o arrabbiare. Come?

Premetto che attualmente esiste un modo per porre in evidenza le proprie notizie più importanti:

- Si va sulla pagina del proprio diario

- in alto rispetto al riquadro per l'aggiornamento di stato, si clicca su "Avvenimento importante"

- si sceglie il tipo di notizia

- si compila i vari campi (alcuni dei quali opzionali) e si sceglie, se del caso, una foto o un video

- si seleziona chi potrà visualizzare la notizia

- si clicca su "Salva".

Così facendo compare un post che occupa una discreta quantità di spazio, e che quindi è più facile catturi l'attenzione.

Ma questa funzione risulta insufficiente. Non contribuisce a che l'atteggiamento degli utenti Facebook prenda una buona piega, anzi, per certi versi va anzi nella direzione opposta, e questo è dimostrato dai fatti: la maggior parte continua a scrivere le notizie importanti e le robe frivole con lo stessa modalità, e cioè il semplice e classico aggiornamento di stato. Il che è anche compresibile: se ogni volta che parlo di una cosa che mi riguarda usassi lo strumento "Avvenimento importante" sembrerei un "invadente" che cerca di mettersi esageratamente in evidenza per notizie anche di importanza media o medio-bassa.
Ma la distinzione di cui sto parlando non è "cose poco importanti / avvenimenti importanti" (fra amici è normale dirsi anche cose non importanti).
La distinzione di cui sto parlando è "cose che riguardano la tua vita / tutto il resto".

...E non trovo buona cosa che venga percepita come normalità l'aggiornamento di stato contenente link esterni, barzellette, etc, e che venga percepita come eccezione una notizia che riguarda l'utente. Un motivo in più per ritenere lo strumento attualmente fornito da Facebook non adatto allo scopo di riportare questo social all'utilità per cui era nato e per facilitare la gestione del tempo di chi lo usa.

Io propongo un'altra cosa.

Facebook potrebbe obbligare, in fase di scrittura, a una veloce classificazione del post a seconda che sia un post "proprio" (in tutti i sensi), e cioè riguardante la propria vita, oppure un post "extra". E rendere possibile, in bacheca, il raggruppamento di queste tipologie di post.

Ad esempio nell'area per la creazione dell'aggiornamento di stato potrebbero comparire delle voci tipo "post su di me" e "post extra", e dopo aver scritto un aggiornamento di stato potrei dover scegliere una di queste affinché il pulsante "Pubblica" diventi cliccabile.
Per "post extra" si intende una barzelletta, una perla di saggezza, un video divertente, etc. Un post che se i miei amici lo leggono bene, altrimenti pazienza, perché non riguarda la mia vita.

Quanto alla lettura della bacheca, dovrebbe essere possibile in 3 modalità, ciascuna velocemente selezionabile dall'utente con un clic:
  • "tutti i post", per far comparire la bacheca come nello scenario attuale (contento te...)
  • "solo post importanti", per far comparire in bacheca solo i post contrassegnati dai loro autori come riguardanti la loro vita
  • "solo post extra", per quando uno ha del tempo che davvero gli avanza e vuole dedicarsi a una distratta lettura extra delle robe interessanti o divertenti consigliate dagli amici
E se un utente sbaglia a contrassegnare il suo post (distrattamente o volutamente)?
Beh, ci dovrebbe essere la possibilità per chi lo legge di segnalarlo. Dopo un certo numero di segnalazioni, la punizione potrebbe essere ad esempio l'impossibilità per 3 giorni di pubblicare aggornamenti di stato. Oppure semplicemente il lettore smette di seguirlo.

04 febbraio 2017

Il piccolo negoziante col cartello supplicante

Detesto la poca chiarezza, ed è uno dei motivi principali per cui ho messo su questo blog. Purtroppo spesso le persone non individuano la mancanza di chiarezza in un messaggio, vanno in confusione e in questa confusione, su due piedi, rischiano di dare ragione a chi esprime una visione distorta della realtà o richiama in maniera distorta i valori del lettore o ascoltatore.

Un esempio è l'immagine che da qualche mese sta girando su Facebook, raffigurante un uomo che, all'interno di un negozio, con espressione fra il mesto e l'orgoglioso (lo so, sembra una contraddizione, ma così mi sembra), mostra un foglio in cui si legge:

"Quando fai acquisti in un piccolo negozio non stai aiutando un manager a comprare la terza casa al mare. Stai aiutando una bambina a frequentare lezioni di danza, un bambino ad allenarsi a basket, una mamma e un papà a mettere del cibo sul loro tavolo...
i piccoli commercianti ringraziano"

Se hai bisogno di soldi, dillo chiaramente. "Mandatemi dei soldi, sono in difficoltà". Mi frugherò in tasca e ti darò qualche soldo, se ritengo che tu debba avere la priorità su altre persone che sono in fila per averli (il budget annuale di beneficienza di ognuno purtroppo obbliga a una classifica).

Magari andrò al centro commerciale, dove i prezzi sono più bassi, e col denaro risparmiato ti farò l'elemosina.

Che è esattamente quello che stai chiedendo, mascherando però il tuo messaggio da invito a un consumo responsabile.

Vuoi dirmi che è irresponsabile acquistare nei grandi centri commerciali? Non basta strizzare l'occhio a questo concetto velatamente. Non è di per sé immorale che un manager si compri una terza casa al mare se ha ottenuto lecitamente i mezzi per averla, e non è immorale da parte mia dare i miei soldi a questo manager. Vuoi incitarmi al boicottaggio? Dillo, e spiega le tue ragioni.

Magari mi convincerai e non acquisterò nel centro commerciale (tutti i centri commerciali o solo alcuni specifici? Boh, dimmi tu...). E magari non acquisterò né lì né da te, perché mi state antipatici entrambi.

Insomma... tolti i casi in cui sia doveroso il boicottaggio (e ce ne sono ma, ripeto, vanno spiegate senza generalizzare), l'acquirente acquista pensando al proprio beneficio. Anche fare l'elemosina dà un beneficio, e cioè il piacere di fare del bene.
Invece fare l'elemosina mascherata e travestita da dovere civico, quella almeno a me no, non dà piacere, non ho motivo per farla e fra l'altro ritengo danneggi chi la riceve: se si realizzasse quello che l'ormai famoso signore con cartello ha scritto, il negoziante avrebbe l'illusione di un quotidiano dare-avere alla pari e di essere dunque un bravo commerciante, mentre il suo successo è dovuto alla pietà degli altri piuttosto che alla sua bravura.

31 gennaio 2017

Le parole "furbo" e "furbetto" al posto di "truffatore"

Il linguaggio dice molto sulla mentalità di una persona o di un gruppo di persone. Ad esempio una nazione.

La parola "furbo" è nata con una connotazione simile a "intelligente". In più rispetto a quest'ultima dà un'idea di divertimento derivante dalle trovate, più o meno bizzarre, del soggetto in questione. Nessuna connotazione negativa.

Eppure oggi in varie occasioni si usa la parola "furbo" e "furbetto" per indicare le persone che hanno compiuto atti disonesti.

Ad esempio, per indicare gli impiegati comunali che timbrano il cartellino e poi vanno a fare la spesa anziché a lavorare, si dice "i furbetti del cartellino", quando invece, trattandosi di truffa, si dovrebbe dire "i truffatori del cartellino". Lo so, quando si usano parole come "truffatore", "ladro" o "assassino" si rischiano querele anche se la colpevolezza di quella persona è provata ed evidente. Ma insomma si usino altre parole. Si eviti l'uso di parole a connotazione positiva!

...Perché così come il linguaggio è influenzato dalla mentalità, vale anche il contrario: la mentalità è influenzata dai concetti e dalle connessioni fra concetti che vengono elaborati, e quindi anche dal linguaggio. E se ci si abitua a esprimersi con errori come quelli che ho descritto sopra, si rischia di andare incontro a una mentalità distorta almeno sotto due aspetti:
  • le persone che grazie alla loro intelligenza, più o meno bizzarra, riescono a ottenere dei vantaggi per sé stessi, faranno pensare a qualcosa di disonesto a prescindere
  • le persone disoneste verranno in parte apprezzate per la simpatia suscitata dal loro modo di rubare, truffare, etc.
Eh no. Furbizia e disonestà sono due cose ben distinte. E questi due concetti distinti devono rimanere. Che poi possano essere presenti contemporaneamente è un altro discorso.

Ma se parlate di un truffatore, per favore, non chiamatelo furbetto. È un ingiusto complimento per lui e un ingiusto insulto nei confronti di quei furbi che non fanno nulla di male.

30 gennaio 2017

Semplificazione e approfondimento

da una conversazioncina su Facebook iniziata da Marco Cavicchioli... a cui ho preso parte io e un altro Marco ancora...

Marco Cavicchioli:

(Avvertenza: post difficile)
È vero: il mondo è talmente complesso che bisogna per forza semplificarlo per poterlo comprendere.
Ma attenzione: un eccesso di semplificazione genera un egual livello di incomprensione! Quindi è assolutamente necessario sia che, da un lato, si proceda con la semplificazione, sia che, dall'altro, si eviti di semplificare troppo.
Pertanto non solo chi vuol spiegare deve per forza semplificare, ma è anche necessario che chi vuol davvero comprendere faccia la sua parte! In altre parole LO SFORZO DEVE ESSERE RECIPROCO. Non è affatto sufficiente che chi spiega semplifichi per rendersi comprensibile, proprio perché oltre una certa soglia di semplificazione semplicemente non si può andare.
Ovvero: senza semplificazione non si può comprendere, ma nemmeno senza uno sforzo per comprendere! Sono assolutamente necessarie entrambe le cose.
Quindi se le masse non comprendono, il problema potrebbe essere sia la mancanza di semplificazione da parte di chi spiega, sia uno scarso sforzo di comprensione da parte di chi dovrebbe (o vorrebbe) comprendere...
E comunque ci deve essere la VOLONTÀ di comprendere, perchè senza quella non c'è alcuna possibilità che ciò avvenga!

Marco Ci.:

Non concordo sulla semplificazione, per quanto condotta con rigore didattico e nobili finalita'.
Al massimo si puo' essere "esperti", o comunque dotati di capacita' valutative su due tre temi.
Generalmente cio' di cui ci si occupa nella vita e qualche altra cosa che per studio scolastico o interesse abbiamo avuto modo di approfondire.
Faccio un esempio su me stesso, considerandomi non proprio un coglione analfabeta (qualcuno potrebbe obiettare, ma lascio stare le critiche dettate da antipatia!).
Bene, se leggo l' analisi di qualche vero esperto a favore della Tav divento automaticamente favorevole, perche vengono esposti dati e argomenti in modo professionale e convincente.
Se il giorno successivo leggo un parere contrario altrettanto autorevole, divento automaticamente contrario.
Lo stesso vale per i temi dell' energia o ambiente su cui si confrontano esperti ottimisti e catastrofisti.
Non avendo alcuna preparazione in materia e strumenti per confrontare o mettere in discussione la validita' delle tesi posso essere facilmente influenzato.
Sono altresì convinto che conoscere qualcosa a livello di Bignami sia piu' dannoso che non conoscerla affatto.
Il Bignami ti assicura che puoi padroneggiare Hegel o uno studio di funzione in tre paginette, fino a quando non fai un frontale con il compito in classe!
Questo e' anche il difetto dei politici, tutti: sfogliarsi un Power Point sul cellulare magari ti permette di fare un figurone da Vespa, ma ti porta poi a commettere danni enormi quando devi prendere decisioni.

Io, in risposta a Marco Ci.:

Non concordo.
Se un argomento non è oggetto di disputa, allora conoscerlo a livello semplificato non può fare che bene rispetto a non conoscerlo per nulla.
Se invece l'argomento è oggetto di disputa, è possibile individuare il nodo che li mette in contrapposizione e semplificarlo.
Ne consegue che se i sostenitori di entrambe le tesi contrapposte sono in buona fede, l'ascoltatore non acculturato in materia (ma un minimo intelligente e volenteroso) magari non si ritiene in grado di prendere posizione, ma almeno capisce i motivi della contrapposizione. Se invece uno dei due è in malafede, fa di fronte agli ascoltatori volenterosi la figura di disonesto che merita.

27 gennaio 2017

Evviva Facebook, prezioso rilevatore di scemi

E riecco un altro post che mostra un bambino con una malformazione e augura anni di sfortuna a chi non condivide e non scrive "Amen". Ha circa 28mila commenti e 513 condivisioni.

Che faccio? Mi arrabbio per l'esistenza di certa gente? E dopo la mia segnalazione mi arrabbio per la risposta "Nessuna violazione" datami dallo staff di Facebook, leggi mandria di cingalesi pagati 3 euro l'ora e che conosce sì e no 8 parole di italiano?

No. Perché ci ho pensato un po', e ho concluso che non c'è nulla di cui arrabbiarsi, e c'è anzi da gioire.

Non più "maledetto Facebook, che mi mette davanti agli occhi avvilenti idiozie".

La considerazione più razionale da fare è EVVIVA FACEBOOK.

...Ed evviva il web in generale, dove ognuno può dire la sua. Oh, nonononono. Non è un discorso democratico, questo. Non sto parlando di quanto è bello che la comunità umana abbia la possibilità di arricchirsi ogni giorno con l'opinione e il sentire di chiunque.

Al contrario, mi riferisco al fatto che i mezzi online, Facebook in testa, ti fanno individuare, senza grandi indagini e approfondimenti, persone dal cervello bruciato che velocmente si auto-denunciano come tali. Sta a te poi a te decidere cosa farne (quello che decido io l'ho spiegato qui).

Quando non c'era la possibilità di esprimersi online, e non c'era gente che ticchettava quotidianamente sulla tastiera o sullo smartphone, individuare un imbecille poteva essere un processo molto più lungo di adesso. Magari chiacchieravi con una persona per giorni, magari ci uscivi insieme per anni, e poi a un certo punto ti deludeva. E la delusione era qualcosa di fastidioso e frustrante, perché pensavi a quanto tempo avevi speso con una persona senza accorgerti che era capace di dire o fare certe scempiaggini.
Perché prima tutto andava più lento. Ci si esprimeva meno, e ci si conosceva quindi più lentamente. Se avevi un presentimento che ti faceva dire "Quello non mi piace, secondo me ha qualche rotella fuori posto" poteva capitare che gli altri ti rispondessero, a volte a torto, a volte a ragione, che avevi dato un giudizio affrettato, perché dato senza un'approfondita conoscenza.

Il web oggi ha accelerato la conoscenza. Tutti si esprimono di più e più velocemente. Non dico che sia sempre possibile capire se un individuo è degno di considerazione o no guardando il suo diario o un suo blog: c'è chi non scrive mai, o si limita a condividere filmati e immagini umoristiche e di animali teneri e link esterni non complottari né bimbominchia-quantistici, quindi l'indagine è impossibile.

Ma sono molte le persone che scrivono post, commentano post altrui, linkano articoli o video in maniera significativa per dare di loro una valutazione. Valutazione parziale, certo, ma spesso sufficiente a dire "Non voglio avere a che fare con questo qui".

...E per dirlo, oggi, non devi conversarci o passarci del tempo insieme per settimane o mesi. Basta leggere il suo diario di Facebook, o il suo blog, o i suoi commenti.

Quindi, contrariamente a ciò che viene spesso detto, EVVIVA la possibilità per tutti di esprimersi.

Possibile obiezione: ma non è un male che uno spara-scempiaggini possa avere libertà di parola, col rischio di contagiare ogni giorno centinaia o migliaia di persone?
No, nessuno contagia gli altri con la sua stupidità. Caso mai istiga altre persone, che già sono stupide, a dire "Sì, hai ragione". Quindi non diffondono la stupidità. Istigando gli altri a parlare, diffondono l'utilissima spia che mette in evidenza la gente come loro.

15 gennaio 2017

Un semplice rimedio contro i finti nullatenenti

Come tutti si sa, se commetti un illecito penale puoi avere una condanna penale: tipicamente vai in galera. Questo pareggia il debito che hai con lo Stato (sì, se hai commesso un reato ai danni di un cittadino vieni condannato in quanto hai offeso lo Stato, non il cittadino; per aver offeso il cittadino c'è la giustizia civile; questa l'impostazione filosofica della giustizia). Salvo i casi in cui vieni giudicato troppo vecchio o malato o ti fai mettere incinta una volta all'anno, oppure hai fatto andare il reato in prescrizione, almeno in teoria il modo di ripagare il tuo "debito" c'è, e non si ferma alla teoria. La punizione viene inflitta. Se proprio l'hai fatta grossa c'è il massimo della pena, e cioè l'ergastolo.

Con la giustizia civile molto spesso la punizione rimane teorica: se figuro come nullatenente (senza necessariamente esserlo davvero), per grande che possa essere il mio debito nei tuoi confronti, se i soldi non ce li ho (oppure li ho accuratamente nascosti), nessuno può obbligarmi a darteli. Si dice "Beh, quello ti deve dei soldi, ma se non ce li ha mica li può stampare".

Questo vale in Italia come nella maggior parte delle nazioni, immagino.

Ma ecco che intervengo io e, siccome sono un genio, suggerisco la soluzione che ridurrà drasticamente il problema della giustizia civile inapplicata.

Riflettiamo: perché se commetto l'illecito penale di darti una sberla (che è umiliante, ma non ti cambia la vita) posso essere condannato alla reclusione e nessuno ci vede niente di esagerato (giustamente), mentre se un giudice stabilisce che ho commesso l'illecito (anche) civile di farti perdere 70mila euro (che ti cambia la vita in molto peggio) non posso essere condannato a lavorare 8 ore al giorno (es. a raccogliere i pomodori in una azienda agricola di proprietà dello Stato) finché non ti risarcisco, qualora io figuri come nullatenente?

Questo dovrebbe accadere.

In questo modo, fra l'altro, di sicuro tanti finti nullatenenti smetterebbero di nascondere i quattrini e li tirerebbero fuori. E in più certi illeciti proprio non verrebbero commessi.

23 dicembre 2016

I "mongoli" sono particolarmente permalosi?

Esistono persone non vedenti. Esistono persone non udenti. Esistono persone con sindrome di Down. Queste tre categorie di persone meritano lo stesso rispetto e sono permalose allo stesso modo? 

Nell'immaginario collettivo italiano no.

Infatti di solito non destano alcuno scandalo le seguenti frasi dette in senso retorico: "Oh! Sei cieco?!"; "Oh! Sei sordo?!"... mentre è politicamente scorrettissimo dire in senso retorico "Oh! Sei mongolo?!"
Perché?

E in oltre...

Dicendo scherzosamente a qualcuno "scemo" si manca di rispetto a tutte le persone con ritardo mentale?
Dicendo scherzosamente a qualcuno "rammollito" si manca di rispetto a tutte le persone affette da sindrome da fatica cronica e a tutte le persone che hanno una grave flaccidità muscolare per gravi patologie neurologiche?
Dicendo scherzosamente a qualcuno "stronzo" si manca di rispetto a tutte le persone affette da sociopatia?
Dicendo scherzosamente a qualcuno "zoppo" (ad es. a un amico che zoppica perché si è fatto un po' male a una caviglia o perché ha mal di schiena) si manca di rispetto a tutte le persone che a causa di una menomazione hanno un'andatura asimmetrica permanente?

Dicendo scherzosamente "Sparati!" si manca di rispetto alle persone che, a causa di una depressione, si sono suicidate?
Usando scherzosamente la parola "squattrinato" si manca di rispetto alle persone che hanno gravi problemi economici?
Dicendo scherzosamente "poi vengono a raccattarti col cucchiaino" si manca di rispetto alle persone che sono morte maciullate per schiacciamento o smembrate da un'esplosione?

Dicendo scherzosamente "ti strozzo" si manca di rispetto alle persone che sono state uccise per strangolamento?

Dicendo scherzosamente "ti faccio a pezzi" si manca di rispetto alle persone con danni fisici permanenti causate da un politrauma?

Credo che chiunque risponderebbe "no" a tutte queste domande.

Ma per la sindrome di Down è diverso. Si può dire scherzosamente scemo, rammollito, stronzo, etc, ma "mongolo" no.

Eppure una volta si chiamava addirittura la sindrome di Down "mongolismo". Poi si è eliminato questo termine, sostenendo che fosse poco rispettoso. Chissà le persone appartenenti al gruppo etnico mongolo (presenti in Mongolia e dintorni) cosa ne pensano. Un po' come se in Mongolia fosse offensivo dire a qualcuno "italiano!". Eppure non mi pare ci siano grandi motivi per dare alla razza mongola una connotazione negativa. Anzi. Sono persone con una corporatura resistente alle fatica, al forte freddo e al caldo, rarissimamente soffrono di calvizie e fra loro non mancano begli uomini e belle donne.

Ma niente, "mongolo" in Italia non solo è un'offesa, ma è un'offesa sull'offesa. Perché associa a delle persone malate degli esseri appartenenti a un'etnia disdicevole e orribile, come quella a cui appartengono la ragazza e il ragazzo raffigurati qui sopra.

...Mentre invece va benissimo - e lo si fa proprio nel gergo medico, ancor più che nel linguaggio comune - parlare di "andatura anserina" per riferirsi al modo di camminare di persone con distrofia muscolare o atrofia dei muscoli spinali, assimilandole a delle papere.

Boh.

14 dicembre 2016

Le donne grasse contro le donne magre

Una considerazione sulle donne sovrappeso che, invece di fare qualcosa per migliorarsi, si scatenano in ridicole invettive contro le donne di corporatura magra e contro gli uomini che, comprensibilmente, preferiscono queste ultime: mi risulta che il maschio umano adulto sia solitamente abbastanza gentile con la donna da cui non si sente attratto. Ad esempio, a differenza di molte femmine, già da adolescente se deve rifiutare un'avance o un invito non lo fa certo con atteggiamento di superiorità o di presa in giro. Dunque perché ogni tanto, donne che fingete di non conoscere la differenza fra "curvy" e "grassa", vi prodigate in esternazioni di bacchettosa pseudo-saggezza, quando è tanto lampante che servono solo a farvi apparire non certo più sicure, ma più sofferenti?
I "mi piace" e i commenti incoraggianti delle vostre Facebook-friend non vi aiuteranno a trovare un uomo, né a piacere a voi stesse.
Vi farete, semmai, delle nemiche in più, e cioè le donne magre - fra cui, ve lo garantisco, esistono anche tante brave persone - contro le quali inveite in modo del tutto gratuito, approfittando che è più socialmente accettato augurare le peggio sfortune a una di loro che fare anche una piccola critica a una di voi.

Le persone sane che vedono certi post su Facebook capiscono al volo che non sentireste il bisogno di pubblicarle se davvero foste convinte di quello che c'è scritto anziché afflitte da una frustrazione malmente tenuta a bada, come acqua bollente sotto al coperchio traballante della pentola.

Lo ripeto: nessuno apprezzerà la vostra persona grazie a stupidaggini del genere. La reazione di chi legge oscilla fra tre domande:
  • Visto che sicuramente non ti illudevi di cambiare i miei gusti... cosa speravi di ottenere concretamente, oltre che un po' di pena?
  • Stai facendo finta o davvero non ti viene in mente che fra essere grassa ed essere tutt'ossa ci possa essere una via di mezzo?
  • E comunque... ma chi t'ha detto nulla?
Ecco un esempio di perla adiposa (ecco, ho trovato l'espressione giusta per queste immagini aggrassive... Uh! E questa?! Oggi mi vengono così!) che ho visto poche ore fa:
Certo che è meglio un filo di cellulite che un manico di scopa (sorvolando sul fatto che una cosa è il sovrappeso, e un'altra cosa è la cellulite, ma va beh...) e ok, una ragazza troppo magra può far venire in mente le ossa che si trovano al cimitero.
Però al cimitero rischio di trovare di nuovo te, se non badi alla salute. Il grasso in eccesso va eliminato... o lo fai tu mangiando di meno o lo fanno i vermi che mangeranno di più.

06 novembre 2016

Con la sedazione continua profonda anche in Italia i malati (terminali e non) possono smettere di soffrire

In Italia l'eutanasia è vietata. Il suicidio assistito anche. Ma almeno un paziente terminale può chiedere che si ponga fine alle sue sofferenze mandandolo in coma farmacologico?

La risposta a questa domanda è sconosciuta a molti italiani, forse la maggioranza.

Per questo scrivo questo articolo su questo tema, che mi sta particolarmente a cuore e riguarda potenzialmente tutti (e a cui ciò nonostante troppe persone non danno grande importanza finché non li riguarda da vicino... ci vorrebbe anche un po' di "possipatia" per raddrizzare il mondo...).

Secondo la legge 38 del 2010 sulle Cure Palliative e la terapia del dolore, un paziente affetto da una patologia inguaribile e che soffre di dolori non diversamente controllabili ha diritto alla sedazione continua profonda, detta anche sedazione terminale. È quella che chiese ed ottenne ad esempio il Cardinal Carlo Maria Martini, morto nel 2012.

Non si tratta di "eutanasia clandestina", con cui viene talvolta confusa: quest'ultima tipicamente consiste nel sovradossaggio volontario di farmaci allo scopo di ottenere la morte del paziente. La sedazione terminale viene invece eseguita al solo scopo di eliminare le sue sofferenze, ed è quindi consentita anche quando può accorciare la vita.

E i pazienti non terminali?
I pazienti la cui accettabile qualità di vita non è sufficientemente garantita dalla terapia del dolore, ma che al tempo stesso non hanno una patologia che provoca la morte, hanno diritto alla sedazione continua profonda?

Questa domanda riguarda ad esempio alcune persone con gravi patologie neurologiche come un'avanzata stenosi del canale midollare, o con una sclerosi multipla avanzata che dà forti dolori, o pazienti con SLA o con una distrofia muscolare la cui durata della vita non si può prevedere in quanto sono sottoposti a ventilazione artificiale.

La legge 38/2010 dice che sì, anche loro ne hanno diritto.

02 novembre 2016

L'esperimento di Milgram dimostra meno di ciò che si crede. In compenso non era necessario!

Una breve introduzione per chi non conosce l'esperimento dell'elettroshock simulato eseguito dallo psicologo statunitense Stanley Milgram nel 1962:

La storia dell'umanità passata e presente è piena di circostanze che la dicono lunga sull'esecuzione di crimini giustificati semplicemente dal fatto che bisognava seguire direttive provenienti da un'autorità.
Le persone comuni sostengono di solito di essere civili, e che si rifiuterebbero di obbedire a ordini crudeli. Dicono il vero?
Milgram volle verificarlo reclutando dei volontari, spiegando loro che con un macchinario dovevano infliggere delle scariche elettriche a dei falsi soggetti (che in realtà non le ricevevano, ma urlavano per simulare la loro sofferenza) ogni volta che avessero dato la risposta sbagliata a un quiz. L'esperimento è spiegato diffusamente a questa pagina di Wikipedia e documentato nel filmato che vedi qui sotto:



Fu poi eseguito di nuovo alla fine degli anni 2000 dal celebre mentalista, ipnotista e scrittore britannico Deren Brown...



...con gli stessi risultati.

A una prima osservazione si potrebbe essere sconcertati da quanto male è disposta a fare una persona (anche una persona comune, forse magari anche noi stessi) nella condizione in cui "debba" obbedire a una figura riconosciuta come autorità.

Ma...

Alcune osservazioni.

- Il soggetto credeva che il dolore fosse compensato da un lato positivo, e cioè il progresso della scienza, quella stessa che in futuro avrebbe potuto essere utile alla salute di tutti. Sì, anche chi commette stragi di massa pensa che questo sia necessario alla purificazione della razza, alla sacrosanta stabilità di una nazione o altre stupidaggini simili, ma sostenendo questo ci si ferma ancora prima: chi fa parte di una cerchia di persone civili potrebbe affermare non solo che disobbedirebbe a ordini di eseguire stragi, ma anche che prima ancora non si farebbe convincere che le motivazioni di quelle stragi siano valide. Per smentire questo ci vorrebbe non un esperimento in cui ti si ordina di torturare una persona, ma un esperimento in cui si tenta di portarti a pensare che è giusto, per determinati motivi, commettere una crudeltà che fino a oggi hai convintamente ritenuto sbagliata se e senza ma.
- Una cosa mi pare molto strana, soprattutto nella versione di pochi anni fa di questo esperimento. Com'è possibile che il soggetto non fosse al corrente del fatto che un esperimento del genere è illegale? Già. In Inghilterra come da noi in Italia è di sicuro illegale costringere una persona a subire torture contro la sua volontà. Il finto torturato diceva che voleva interrompere l'esperimento a causa dell'eccessivo dolore. Quindi chi è andato avanti con le (finte) scariche fino a 450 volt non so se si possa definire cattivo o no, ma mi pare essere di bassa estrazione culturale in quanto ignora una delle leggi più conosciute e banali.
Lo so che in certe situazioni alcuni particolari ci sfuggono e non ci si pone il dubbio. Ma qui non è questione di porsi il dubbio col normale spirito critico. È questione che scatti o no un campanello di allarme quando l'anomalia diventa troppo palese. Se hai un minimo di cultura, quando una qualunque persona di dice di tortuare un soggetto contro la sua volontà il campanello di allarme ti scatta e ti dice "Questo è per forza uno scherzo; è impossibile che uno scenziato non conosca una legge così banale e rischi di essere denunciato per sequestro di persona e sevizie. Siamo in Inghilterra, mica in Cambogia".
Ecco perché l'esperimento è fattibile solo con persone di una cultura bassa. Per farlo con persone di cultura alta o anche solo media le si dovrebbe portare in una nazione di cui ignorano le leggi.


- Riguardo alla similitudine fra i soggetti dell'esperimento e i soldati / poliziotti / guardie carcerarie etc dei paesi totalitari, sì, l'analogia sussiste, ma bisogna vedere in quale misura. Infatti l'esperimento non vuole dimostrare che l'autorità ti influenza, cosa che già tutti sapevamo. L'esperimento vuole dimostrare *quanto* un'autorità può influenzarti. Ha lo scopo di dirti "Vedi? Questo dimostra che se anche tu fossi stato un tedesco immerso nella cultura nazista avresti potuto far parte delle SS e avresti potuto eseguire gli ordini di sterminare centinaia di persone".
Ma un soggetto che ha preso parte a questo esperimento e che è arrivato a (credere di) infliggere la massima scarica elettrica al finto allievo potrebbe benissimo rispondere: "Eh no. Fino a quel punto certo non sarei arrivato. Sono stato disposto a dare scosse elettriche a una persona infliggendogli dolore contro la sua volontà, ma SOLO perché l'esperto che guidava l'esperimento mi ha garantito che non c'erano pericoli per la vita di quella persona, tant'è vero che prima di (credere di) infliggere le ultime scariche elettriche gli ho chiesto conferma più volte. Il solo fatto che andare avanti fosse necessario per la riuscita dell'esperimento certo non sarebbe stato sufficiente per convincermi a obbedire".
Per questo motivo credo che la dimostrazione portata dall'esperimento di Milgram sia suggestiva ma decisamente incompleta per dimostrare la suddetta tesi.


...Tesi che in realtà è evidentemente vera senza bisogno di esperimenti. Basterebbe semplicemente dire:


"Considerato che
  • Non può essere un caso che chi nasce in un certo luogo e ha una certa educazione si comporti in un certo modo
  • nel DNA non risulta esistere nessun gene della cattiveria
...se ne deduce che il comportamento crudele di una persona derivi per la maggior parte dall'educazione e dall'ambiente in cui è vissuto".

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